Recensioni

“Io non ho più voglia di ascoltare/questa musica leggera”: questi i primi versi del ritornello de Il vangelo di Giovanni, una delle due canzoni sopra la media (l’altra è La vita) contenute in L’amore e la violenza, il doppio album mancato – uscito in due volumi tra gennaio 2017 e marzo 2018 – che ha chiuso discograficamente gli anni Dieci dei Baustelle. Decennio che ha visto Bianconi cimentarsi sempre più come autore (per Bobo Rondelli, Mario Venuti, Paola Turci, Musica Nuda…) e scrittore (due romanzi), per non dire della prova da attore in Workers – Pronti a tutto di Lorenzo Vignolo.
Uno svariare che, retrospettivamente, giustifica la sensazione di stanchezza e volatilità provocata da alcune delle ventiquattro canzoni distribuite in L’amore e la violenza (soprattutto da quelle del Vol. 2), quasi fossero più o meno esercizi defatiganti, variazioni in souplesse col cambio automatico, ferma restando una qualità media ancora apprezzabile che però sembrava fare perno più su abilità e mestiere (entrambi, va detto, di un certo rilievo) che non sull’agire misterioso e prorompente (e persino: insolito, perturbante, sottile, scorretto, storto, sporco eccetera) dell’ispirazione.
Sei e cinque anni fa si intravedeva insomma una certa disaffezione nell’agire baustelliano, che trova conferma in quanto dichiarato nelle interviste rilasciate per il lancio di Elvis, nuovo e nono album per la band di Montepulciano, dichiarazioni cioè che alludono a una crisi superata proprio in virtù di una ritrovata centralità del suono suonato genuinamente, direttamente, impetuosamente. Un suono per farla breve, più rock. La qual cosa sembrerebbe attivare un facile cortocircuito col titolo dell’album. E invece, no: non è così. O, almeno, non è così facile.
Per cominciare, chi è l’Elvis del titolo? L’unica canzone delle dieci in scaletta che lo cita (“quanti bavosi Elvis/che abbraccerai”) è Gran Brianza Lapdance Asso di cuori Stripping Club, un boogie narcotizzato da umori bluesy e gospel che narra in prima persona i turbamenti di un attempato frequentatore di night club innamorato di una giovane ballerina, da cui un florilegio di decadenza esistenziale che pesca perle di umanità struggente nel brodo dello squallore tardo borghese. Il Re del rock’n’roll è qui chiamato più che altro a simboleggiare il crepuscolo della parabola, il rotolare verso un degrado che, con buona pace della mitologia del successo, è comunque ricco di vita.
L’Elvis gonfio, paranoico, infagottato nel bozzolo del proprio mito, è un esito congruo del giovane Elvis che liberò a colpi di canzoni e bacino le coscienze e i corpi di una generazione, ridefinendone codice e immaginario auditivo. Ed è altrettanto simbolico: ovvero di come possa covare splendore anche in quello che il (buon)senso comune giudica essere fallimento e spreco (delitti, ne converrete, tra i meno moralmente perdonati).
Questo approccio tematico prevale senz’altro su quello stilistico, che è comunque palpabile e – sì – vede i Baustelle alle prese con forme meno sintetiche, più elettroacustiche o, se preferite, analogiche. Per dire, il contraltare iconografico di Elvis è Jackie Kennedy/Onassis che aleggia scopertamente in Jackie, valzer anomalo con violini e campane (tra ballata ombrosa Georges Brassens, romanza languida Scott Walker e girotondo psych Left Banke) di cui è protagonista una di quelle figure splendidamente tormentate che non sai bene quanto simboleggi il mito o ne rappresenti il rovescio terreno (“Con quei tacchi, quel trucco da troia, perché/Senza macchia l’amore cos’è?”).
In ogni caso, parlare di un ritorno ai primi Baustelle, come ho letto da qualche parte, mi pare piuttosto fuori luogo, perché il nervosismo elettrowave degli Ottanta viene scavalcato per atterrare dalle parti di un rock sinuoso/dinamico/adrenalinico – più power pop che glam – e casomai imbrattato soul dalle evidenti stimmate anni Settanta. Tutto ciò con piglio tutt’altro che filologico, non per posizionarsi cioè in una dimensione storicamente delimitata e quindi strizzare l’occhio ai nostalgici veri o posticci (sì, ne esistono), ma per esplorare in questa modalità di approccio un carburante più efficace per quella che in fondo è la stessa poetica baustelliana di sempre.
Che potremmo riassumere – per farla breve – nella presa di coscienza ferocemente disincantata di quello che ci accade davvero mentre siamo impegnati a vivere secondo le regole. In ogni canzone c’è come uno squarcio nel velo della trama delle convenzioni, l’incepparsi del meccanismo che produce una lucidità spietata riguardo a ciò che sentiamo, in cui siamo immersi e da cui siamo deliziosamente allucinati. Se nell’up-tempo battente di Los Angeles – che rimanda anche a modi e impellenza indie anni Novanta – pulsa la gravità vertiginosa delle illusioni frustrate (“Perdutamente superstar/e cameriera in qualche bar”), il tema di Contro il mondo è l’amara consapevolezza dell’ipocrisia che intride l’antagonismo alto borghese (“Indosso il mondo lo imito come una forma portatile di verità/Per sopravvivere agisco mimetico dentro di lui”), mentre l’amarezza massimalista di La nostra vita narra l’inaridirsi di una relazione sentimentale (“Della nostra vita sembrano rimaste solo sigarette spente/E un gigantesco niente”) con trepidazione pop-soul che diresti quasi Belle And Sebastian (sempre a proposito di nostalgie diversamente nostalgiche)
Soprattutto, nella conclusiva Cuore – pianoforte, archi e una Bastreghi sempre più intensa come vocalist – la suddetta presa di coscienza coincide col fulcro emotivo e narrativo di un testo che se da un lato fa pensare a Io la conoscevo bene di Pietrangeli (per il suicidio finale della protagonista), dall’altro sembra insistere sul bisogno di compiere un salto esistenziale (metaforico, magari) per approdare a una visione finalmente lucida e di nuovo autentica di chi realmente siamo. Prima che sia troppo tardi.
Nel pieno della pandemia – ottobre 2020 – Bianconi ha pubblicato Forever, album in cui affiorava una vena cantautorale assai cupa ma non priva di suggestioni radiose, seppure senza abbandonare un taglio materialista con accessi di raggelato cinismo. Pareva un discorso espressivo bisognoso di lasciarsi alle spalle – in parte se non del tutto – il post-modernismo citazionista dei Baustelle, rispetto ai quali scavava un solco abbastanza netto, ma oggi una Il Regno dei cieli riesce a fare sintesi con una ballata che sgrana dall’interno il meccanismo Bianconi-Baustelle, ovvero una risacca di flash memonici in prima persona (“Autogestione, università/Pioggia d’estate, racconto d’inverno/Beatrice, terza media, che mi sfiora/E poi se ne va”) che attivano circuiti emotivi profondi assieme al tentativo di una loro elaborazione intellettuale/spirituale (“Il Regno dei Cieli è un torrente di pensieri/La storia della piena che affonda i nostri cuori/Dio che rende chiara l’immagine di un mondo perduto”), ispirandosi in questo al romanzo in versi L’Angel di Franco Loi. Curiosa la coda gospel un po’ da oratorio, messa lì forse per stemperare la gravità, a cui partecipano amici e collaboratori come Lucio Corsi, i Coma Cose, Dimartino e Clara Romita aka clauscalmo.
Resta da dire: del beat speziatello e bandistico – quasi kinksiano – di Milano è la metafora dell’amore, tra quelle in scaletta la canzone più politica (“Da sola contro il mondo di fascismo e squallore sta”) e non saprei dire quanto ironica; dell’iniziale Andiamo ai rave, con la sua morbidezza in bilico tra power ballad e umori gospel spedita a ciondolare nella terra afasica del post-covid (“Per dimenticare i nostri cuori deserti/E che un giorno o l’altro si dovrà pur morire/Andiamo ai rave”); e soprattutto del boogie glam di Betabloccanti cimiteriali blues, con la sua aria da falso divertissement che omaggia Battiato esplicitamente (“E sia lodato e benedetto il Signore/Quando mi toglie dalla strada il prete, il Buddha, il convertito/Che si crede Battiato”) e implicitamente (la modalità Up Patriots To Arms di versi come “I dittatori, gli amanti e tutti i cantanti non li sopporto più”) e nel finale assesta un’altra badilata a chi vuole intendere (“Benito torna ragazzo, non rompe il cazzo e non se ne parla più”).
Nel complesso forse si può parlare di un disco rock proprio per come sa essere agile e al tempo stesso denso, spigoloso e ruffiano, spudorato e sibillino, figlio di questi giorni e frutto di un passato che sa guardare attraverso gli anni, i muri, i generi e le coscienze. A quasi un quarto di secolo dall’esordio, i Baustelle suonano ancora convincenti e soprattutto – per le possibili direzioni, le prospettive e il respiro della nostra canzone (pop, rock, d’autore o quel che cazzo volete) – sono ancora dannatamente importanti.
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