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Metropolis, still dal lungometraggio
Temporali

“I would prefer not to”: niente classifiche in un presente debole

Quest’anno non pubblicherò classifiche riguardo ai miei ascolti musicali. Il lettore che comprensibilmente starà pensando “chissenefrega”, può smettere tranquillamente di leggere: nelle righe che seguono infatti non troverà altro di suo interesse. Per quelli che invece volessero proseguire, tenterò di motivare questa mia reticenza. 

Credo che da molti anni, presumibilmente da quella “lenta scomparsa del futuro” (Bifo dixit) avviata a partire dagli anni ’80, la musica abbia iniziato a dissociarsi sempre più dal presente. Il motivo non è imputabile alla musica ma appunto al fatto che il presente, espropriato del futuro, è diventato una specie di miraggio nostalgico di quel presente- di quel reale – in cui una qualche forma di futuro era ancora immaginabile.

Vi propongo un semplice esercizio mentale: da quanto tempo non pensate al futuro come a qualcosa di collettivo, come a una prospettiva che riguardi tutti? Vale tutto sommato anche per il timore di un futuro apocalittico, che non riusciamo realmente a collocare nel nostro domani, tendiamo anzi implicitamente a rimuoverlo dal campo delle possibilità, preferendogli una sorta di futuro anteriore costituito da una calendarizzazione di domani deducibili dalla quotidianità. “Non c’è niente come un sogno per immaginare il futuro”, diceva Victor Hugo: ecco, forse abbiamo un problema con i sogni (e con gli incubi).

Oggi, nel presente debole – chiamiamolo così – in cui viviamo, la musica cosa è diventata? Mi pare che sia innanzitutto una forma di conforto per lenire il nostro disorientamento, la nostra mancanza di appigli, un modo per abbozzare comunque un’identità nella vaporizzazione dei riferimenti provocata dal “deserto del reale”. Di conseguenza, come detto prima, la musica si manifesta in forma di risposta a pulsioni di tipo nostalgico, alla nostalgia cioè di un presente che ancora faceva perno su un reale sbilanciato sul futuro, quindi sulla possibilità di un futuro, o persino sulla paura del futuro. La famosa retromania diagnosticata da Reynolds è  ancora in circolazione, è stata anzi per così dire messa a sistema, e può essere interpretata come l’impulso a dare senso alle nostre esperienze estetiche ricorrendo – nel caso specifico – a forme sonore di un’altra epoca, quando cioè il presente aveva spessore, aveva densità e direzione. E lo aveva, tanto vale ribadire, grazie alla presenza in quel presente di una qualche ipotesi di futuro, verso cui i pensieri, le intuizioni, le emozioni tendevano. 

Per farla breve, la musica oggi appartiene poco al presente, è (di)sconnessa dal presente, perché la forza di attrazione gravitazionale del presente è debole, non ha massa, non ha consistenza, non ha densità: il reale emerge nel presente come un nevaio ipercinetico di dati che deve il suo potere seduttivo al processo di (ri)generazione e riproposizione continua dei dati stessi. L’organizzazione dei dati in una struttura narrativa è sempre più episodica, marginale, opzionale. La connessione social è ovviamente organica a questa circolazione di dati (news, eventi, manufatti…), ne costituisce al tempo stesso il meccanismo e l’approdo, in un processo che non prevede soluzione di continuità anzi, al contrario, è incessante per definizione, postula l’inconsistenza dei limiti orari e geografici, travalicando i perimetri culturali e le epoche storiche, essendo la disponibilità e simultaneità dei documenti uno dei fondamenti ontologici del web (a cui siamo talmente assuefatti che, quando qualche informazione o testimonianza – testo, immagine, audio, video… – non è reperibile, reagiamo con sconcerto, disorientati e scandalizzati). In questo scenario, i dischi accadono come dati tra gli altri. Altro non sono che concrezioni episodiche, corrugazioni estemporanee del/nel flusso. In ragione di ciò, sono consapevolmente incapaci fin dal loro concepimento di determinare fratture, di costituire turning point culturali. Di raccontare/rappresentare il presente. Che del resto, da par suo, è irrappresentabile stante i mezzi a disposizione e le condizioni di esistenza di un disco. 

La straordinaria quantità di musica prodotta oggi nasce già fossile, è un falso movimento, un fermo immagine che si propaga espandendosi, una sorta di corrispettivo sonoro della radiazione cosmica di fondo, l’inerzia di una prassi del passato che continua a reiterarsi perché il nuovo paradigma non oppone resistenza (anzi se ne nutre). Ed è questo il motivo per cui ascoltare musica rappresenta ancora e comunque un’esperienza struggente: per la sua natura fantasmatica, da moneta fuori corso che mima un vitalismo posticcio, consapevole di essere sempre a un passo dalla neutralizzazione. Probabile che lo farà ancora a lungo.

Proviamo a vederla da un’altra angolazione: se unisci i puntini tra i dischi migliori (secondo un qualunque criterio) usciti nel 2023, quello che ottieni è un’immagine amorfa, incomprensibile. Un po’ come se tentassi di calcolare il denominatore comune di album usciti in epoche diverse e appartenenti ad ambiti stilistici/culturali lontanissimi. L’errore sta nel tentare di unire i puntini. Questo avviene perché i tanti e forse troppi dischi pubblicati oggi costituiscono (per dirla con Deleuze) una “proliferazione decentrata di moltitudini”, di “differenze non totalizzabili”. Ma anche perché la forza attrattiva e suggestiva del passato è immensamente superiore a quella del futuro, dal momento che il futuro – come detto – tende sul piano dell’immaginario ad assumere valore zero.

Di contro, il repertorio sonoro del passato offre possibilità di carotaggio, intreccio e ricombinazione sempre più complesse, sempre più seducenti. Il passato è un enorme serbatoio di dati che eccedono le possibilità di sintesi, determinando così la forma stessa dell’espressione (la sempre più pervadente presenza delle AI generative è sì scandita dagli upgrade tecnologici, ma è pure una conseguenza diretta di questa disponibilità di documenti). Ne consegue che un disco – lo stesso si può dire per ogni manufatto o evento artistico – può essere “raccontato” semplicemente analizzando i “dati” a cui fa riferimento, alle forme e agli stili che lo compongono. La riarticolazione di questi dati nel presente ha senso rispetto al presente in quanto – appunto – riarticolazione, non in quanto rappresentazione del presente stesso, che il disco non sa (anzi: sa di non potere) rappresentare/raccontare. 

A dire il vero qualcosa di residuo abbiamo visto all’opera fino allo scorso anno, con i molti dischi concepiti e realizzati durante il lockdown, del quale riportavano in forma più o meno dissimulata le stimmate. Ma già in questo 2023, esaurito il fall out dello “stato di emergenza”, i dischi hanno ripreso a galleggiare in una sorta di citazionismo ingegneristico e – nei casi migliori – ispirato. Dischi belli o anche ottimi non sono mancati (e immagino che tra le centinaia che non ho avuto modo di ascoltare avrei potuto trovarne molti altri), quello che manca è un terreno comune che permetta di metterli in correlazione. 

Manca il tessuto connettivo – la trama del presente, la grana del reale – che permetta di metterli in correlazione e quindi stabilire un rapporto gerarchico, di organizzarli in un racconto. 

Alla luce di questo convincimento, credo che produrre classifiche dei “dischi dell’anno” resti sì un gioco tutto sommato innocuo e divertente, ma se poteva costituire fino a qualche tempo fa (poniamo: fino ai primi anni Dieci?) anche un modo per fare sintesi dello stato delle cose musicali nel presente, oggi non può costituire altro che un elenco di ascolti rapsodici, sparsi, individuali, un modo per dire “io” – oppure “noi” nel caso di una sintesi redazionale – nel vortice cronofago dei social, da cui non si può ricavare granché di attendibile riguardo lo spirito del tempo. 

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E qui sorge il (mio) problema: inserite nella centrifuga delle “sharing opportunity”, ovvero dell’affiorare plurimo e multi-piattaforma a mezzo social, ogni classifica (del tale magazine, della tale webzine, del tale collaboratore della tale webzine, del blogger eccetera) contribuisce a tracciare l’immagine ingannevole – perché impossibile – di uno specifico anno in musica. Nel riflesso/rimbalzo delle condivisioni reciproche, queste classifiche suggeriscono inevitabilmente – statisticamente – una tendenza, ma ciò che ha determinato la gerarchia interna di ognuna non può essere ricondotto al senso dei dischi rispetto al presente: al contrario, testimonia un’appartenenza, il desiderio di individuarsi in un certo perimetro culturale.

È, ripeto, un dire (e dirsi) “io”, “noi”, mentre tutto scivola, precipita, “si dissolve nell’aria”. Da cui la sostanziale omogeneità di classifiche provenienti da ambiti consimili, l’una che sembra la versione leggermente rimescolata dell’altra, riflessi giusto un po’ customizzati (appena qualche titolo diverso, quel poco di slittamenti gerarchici) per salvaguardare il senso di unicità anche se il motore sotto il cofano è ingegneristicamente assimilabile (unicità che poi inevitabilmente sbiadisce con l’aggregazione statistica di più classifiche). Una omogeneità che va fatta risalire appunto al desiderio di conformarsi – di appartenere – a un dato perimetro culturale, di riconoscersi in una comunità (qualunque cosa possa significare nel contesto dei social, perché – è il caso di ribadire – stiamo parlando di un fenomeno che emerge e si consuma a livello di piattaforme social).

Ne consegue che quella tendenza, quella rappresentazione, è del tutto predeterminata, convenzionale. Difatti alla prova del tempo – già dopo qualche settimana – le classifiche dimostrano una certa inconsistenza, rivelandosi per ciò che sono: un aggregato di titoli buoni e mediocri, memorabili e dimenticabili, di cui fatichi a comprendere la congruenza, il racconto: perché la loro funzione di “bisogno di appartenenza”, così urgente nel momento della loro pubblicazione, è ormai scaduto (salvo che le si voglia riesumare per un giro estemporaneo di condivisioni: del resto siamo alla fiera del revival, dell’eterno ritorno dell’uguale). Detta diversamente: le classifiche sono oggi innanzitutto un fenomeno social, e il social si fonda sempre più scopertamente sull’illusione di essere in grado di rappresentare il reale, cioè di costituire il reale. Ma la rappresentazione del reale operata dai social ha sempre meno lo scopo di – appunto – rappresentarlo e sempre più invece quello di operarne una riarticolazione funzionale. È un reale by design, nel caso specifico utile a esprimere un desiderio di appartenenza.

Questo spiega en passant anche perché le classifiche “di fine anno” iniziano a uscire dai primi di dicembre, quando non addirittura a novembre: al di là delle tempistiche editoriali e del comprensibile tentativo di guadagnare visibilità anticipando la concorrenza, la spiegazione più ovvia è che non si tratta di bilanci, resoconti, riepiloghi. Se lo fossero, dovrebbero uscire per ovvie ragioni a gennaio, forse anche a febbraio. Ma in quanto manifestazioni rituali di appartenenza, in quanto posizionamenti nell’immaginario, la loro collocazione più naturale è nel momento in cui tutto il meccanismo simboleggia la propria ciclicità, il riavviarsi del sistema (ovviamente falso, perché a differenza del ciclo naturale non prevede “fasi” ma un continuum ipnotico autoalimentante).

Per riassumere il concetto: ogni singola classifica è un giochino innocuo, ma molte classifiche, catturate e ingoiate dalle dinamiche social, diventano agenti di un meccanismo conformista che ha lo spiacevole effetto collaterale di produrre e restituire un’immagine ingannevole (perché artificiosa e algoritmica) della realtà, di una realtà irrappresentabile perché senza racconto. Rispetto a tutto questo, ritengo opportuno sospendere il giudizio, concedermi il lusso di una epoché, appellarmi a un sano “I would prefer not to”.

Buon tempo presente a tutti.

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