Recensioni

Decimo album nella cornice di una storia trentennale, Sit Down For Dinner segna l’ennesimo cambiamento nella continuità per i Blonde Redhead, a seguire sul lungo formato Barragán del 2014, risalente quasi a un decennio fa. Barragán che, abbastanza difficile da inquadrare un po’ per eclettismo un po’ probabilmente per incertezza sui passi da intraprendere, dedicato nel titolo all’importante architetto e ingegnere messicano del XX secolo, poneva le basi per il concetto di spazio sonoro sempre più da abitare, contraddistinto al solito da vena arty, minimalismo, estrema eleganza e geometrie irregolari-surreali. Questo abitare si è allora focalizzato su una specifica stanza, quella cucina dove idealmente Kazu Makino, i gemelli Amedeo Pace e Simone Pace si ritrovano all’ora di cena, prendendosi la calma necessaria durante le prove o i tour per godersi la reciproca compagnia in giorni di svalorizzanti mordi e fuggi.
Analizzando più a fondo l’idea di base, sviluppata lungo testi che affrontano i punti di snodo dell’età adulta, tra problemi di comunicazione, dubbi e desideri, Makino si è lasciata inizialmente ispirare durante il periodo pandemico dal memoir L’anno del pensiero magico di Joan Didion – che rifletteva in sospensione tra lutto e sogno, passato e presente, sull’esperienza di assistere alla morte improvvisa per arresto cardiaco del marito a tavola – ritrovandosi così di conseguenza a pensare ai propri genitori in Giappone e alla precarietà dell’esistenza, colpita soprattutto da una frase quantomai veritiera: «La vita cambia velocemente. La vita cambia in un istante. Ti siedi a cena e la vita come la conosci finisce».
Se la cultura del cibo ha invaso di recente il cinema e la televisione (dai film asiatici alle serie Servant a The Bear), i tre newyorkesi ci fanno mangiare con la musica: ottima intuizione. Ma cosa hanno cucinato stavolta? Nel corso di cinque anni, le canzoni sono state composte a New York e registrate tra l’Italia – spostandosi da Lari, in provincia di Pisa, in un contesto naturalistico più aperto rispetto ai precedenti luoghi chiusi, alle cantine senza finestre, sino a Milano – e la medesima New York. Al di là degli arrangiamenti, cangianti tra corde e tasti, e delle sonorità predilette, più elettriche o acustiche o sintetiche, le melodie risultano forse non a caso vieppiù ariose e dirette, ad assecondare gli abituali cambi di dinamica, a partire da quelle al microfono tra Amedeo e Kazu, che sembrano a volte quasi parlarsi l’un l’altra di pezzo in pezzo, al massimo richiamarsi a vicenda tramite cori, ma evitano la formula del duetto. Kazu che nel 2019 ha trovato persino il modo di debuttare appieno da solista con Adult Baby, al quale partecipava anche il percussionista Mauro Refosco, qui di ritorno, ben ravvisabile nelle ritmiche filo-brasiliane di Sit Down For Dinner Part 2, che contrappone il tema della morte e un groove sbarazzino.
A ogni passaggio di etichetta i Blonde Redhead, fedeli alla loro inclassificabilità, hanno fatto corrispondere una più netta sterzata stilistica, viaggiando dalla gioventù sonica alla post-Nouvelle Vague. Si sono avvicendate la Smells Like Records di Steve Shelley, Touch And Go e 4AD, c’è stata per una breve parentesi Kobalt. Archiviati gli albori noise (ripercorsi nel box set Masculine Féminine), il punto di svolta è arrivato grazie a In An Expression Of The Inexpressible del 1998, in cui appunto si provava a esprimere l’inesprimibile con uno sghembo indie pop-rock. Due anni dopo, nel 2000, arrivava Melody Of Certain Damaged Lemons, un caposaldo degli anni Zero. Da lì, si è virato verso un dream pop quando barocco e francesizzato, nell’altro capolavoro Misery Is A Butterfly del 2004, quando più elettronico, nel buon 23 e nell’inferiore Penny Sparkle. Allo spigoloso sferragliare degli anni 90 sono via via subentrate, insomma, sonorità rotonde e avvolgenti, una gestione dei pieni e dei vuoti che ha reso le canzoni in media meno incisive ma in grado di farci sentire a casa.
Adesso tocca a section1 (Partisan Records) e quella che pare andare in scena è più una scorrevole ri-centratura, un ritorno a una certa lineare semplicità, anche nel songwriting (Snowman, Kiss Her Kiss Her con rimando alla scrittrice Nayra Atiya, Not For Me, la flaminglipsiana I Thought You Should Know, la giocosa e fanciullesca Before), che non una rivoluzione, per quanto non manchino dettagli preziosi e digressioni più sperimentali. Nell’immaginario i cavalli che avevano drammaticamente contrassegnato Misery Is a Butterfly, con i flash del grave incidente occorso in sella a Makino, tornano in una Rest Of Her Life prossima a Ramona Lisa, mentre i flirt con folk dalle tinte più calde e mediterranee, già accennati in Barragán, e psichedelia sono espressi in maniera decisamente più coerente e armonica (si senta Melody Experiment, che ci piace proiettare in collegamento genetico con Melody Of Certain Damaged Lemons), lungo un ascolto da assaporare pian piano per assimilare con gusto. Il miglior piatto dei Blonde Redhead, questo del 2023, da far girare sul lettore dai tempi di 23.
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