Tyler Ballgame. Inni alla gioia in questo tempo buio
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Giacomo Checcucci
- 3 Luglio 2026
Nel nuovo millennio, in ambito musicale, è divampata una polemica sull’ossessione per il passato condivisa da una certa fetta di musicisti e ascoltatori. Tutto è partito dal saggio Retromania di Simon Reynolds, che, con il suo solito acume, ha criticato la nostalgia perpetua per l’età dell’oro. Con il passare del tempo, però, questo tema è uscito dall’ordine del giorno. E sembra tornare sul tavolo soltanto quando esce un grande disco legato a doppio filo alla musica degli anni ’60 e ’70. È il caso di For the First Time, Again di Tyler Ballgame, un capolavoro inatteso che utilizza la nostalgia come stimolo creativo.
In realtà, non ci troviamo di fronte al solito progetto passatista ma a un’operazione ben più raffinata. Tyler Ballgame, in effetti, è una sorta di alter ego dell’artista Tyler Perry: lo pseudonimo è ispirato al soprannome del giocatore di baseball Ted Williams e il personaggio è un cantante immaginario degli anni ’60-’70 catapultato nel 2026. Ma chi è, invece, Tyler Perry? È un ragazzo del Rhode Island, talentuoso e tormentato, che dopo aver abbandonato il Berklee College of Music si rinchiude nello scantinato dei genitori. A un certo punto, però, a seguito di una sorta di risveglio spirituale, riesce a superare depressione e dipendenze e si trasferisce a Los Angeles per trovarsi un lavoro normale e coltivare il suo sogno. Il suo sogno, naturalmente, è quello di dedicarsi alla musica a tempo pieno. E grazie alle sue enormi qualità, raggiunge il suo obiettivo attirando l’attenzione del produttore Jonathan Rado e dell’etichetta Rough Trade.
Il risultato di questa collaborazione è, appunto, For the First Time, Again, un instant classic, realizzato all’inizio del 2026. Intanto, Tyler Perry e il suo team stanno già ultimando il secondo lavoro. E ascoltando i brevissimi scampoli resi disponibili dal produttore su Instagram, le premesse sono le migliori. Ma l’artista americano è anche un grande performer negli spettacoli dal vivo. E l’8 luglio alla Rocca Malatestiana di Cesena, nell’ambito del festival Acieloaperto, si esibirà per la prima volta come artista principale davanti al pubblico italiano.
Per realizzare For the First Time, Again ti sei inventato una sorta di maschera: Tyler Ballgame. Mi racconti dove hai preso questo nome e come è nato il personaggio?
È tratto dalla mia canzone Got a New Car. In un certo senso, ho citato me stesso in modo ironico, prendendomi gioco di quanto fossi perdente e la cosa è rimasta. Penso che il personaggio sia nato in parte dal fatto che Ryan Pollie mi ha prestato una giacca di jeans per il video musicale di Sarah. A volte un capo d’abbigliamento può farti camminare e parlare in modo diverso. E così, quando registravamo, mi mettevo la giacca e immaginavo di trovarmi davanti a una folla enorme a Glastonbury sotto la pioggia. Il “Ballgame” rappresenta la mia parte inibita che si trasforma in un frontman spavaldo.
Ecco, non ti chiedo, invece, chi sia tu come persona, come Tyler Perry. O perlomeno non mi sembra utile parlare dei problemi che ti sei lasciato alle spalle prima di realizzare il tuo lavoro. Ma mi soffermo soltanto su un punto: nel tuo periodo problematico hai vissuto in una condizione di semi-isolamento nello scantinato dei tuoi genitori. Pensi che una situazione come quella sia soltanto negativa o ti abbia aiutato a trovare la tua voce, a scegliere il tuo passo?
Sì, credo di essere grato per quel periodo di sofferenza e riflessione ora, perché mi ha aiutato a capire con certezza chi sono e a cosa tengo. Hai detto bene.
Nella tua rinascita come persona e come artista ha contato molto lo spostamento dal Rhode Island alla California. Questo episodio della tua biografia mi ha ricordato come per Jack Kerouac in On the Road, il viaggio da est a ovest, in particolare l’attraversamento del Mississippi, abbia rappresentato una sorta di rito di passaggio: “Mi trovavo a metà strada attraverso l’America, alla linea divisoria tra l’est della mia giovinezza e l’ovest del mio futuro”. Anche per te è stato qualcosa di analogo?
Sì, penso che l’ovest occupi un posto importante nella psiche degli americani e rappresenti la promessa individualistica di trovare sé stessi sulla strada, sovrastati dalla vastità dei paesaggi, con l’aria carica di potenzialità. Credo che siamo creature fatte di simboli e questo mi ha aiutato a compiere un gesto grandioso in quel momento della mia vita.
Dal punto di vista artistico, invece, mi pare che tu sia passato da fare cover di Nick Drake a fare cover di Roy Orbison e che quello slittamento abbia influito sulla tua ripartenza. Non pensi, però, che un certo pubblico alternativo pretenda dall’artista una buona dose di depressione e che la tristezza sia considerata una prova di profondità? Quanto è stato liberatorio sbarazzarti di un certo cliché da artista tormentato?
Penso che forse sia vero, ma che sia anche un’immagine pericolosa da proporre come modello. Ho dovuto superare quell’ossessione per Nick Drake e quel premio di consolazione autoassolutorio che deriva dallo scegliere quel tipo di fallimento. Una condanna del mondo. È molto triste e, a mio parere, un po’ infantile e codardo. La tristezza è prova di una certa profondità ma anche di egocentrismo e di una mancanza di saggezza e consapevolezza sulla vera natura delle cose. C’è un altro livello di profondità da scoprire sotto quella solitudine ed è pieno di gratitudine, di legami, di servizio verso gli altri e di una vita ben spesa.
Evidentemente in For the First Time, Again sono ancora presenti i motivi di sofferenza della tua vecchia vita. Ma è anche un disco con momenti gioiosi. E i tuoi video sono colorati e divertenti. Non credi che questo fattore, per assurdo, ti penalizzi?
Penso che la gioia sia più importante della tristezza in questo momento. A quanto pare non si può sfuggire alla malinconia ma preferisco realizzare un prodotto che sia divertente e che funzioni come una canzone pop, anche se intriso di sofferenza o spiritualità.
Il filosofo Slavoj Žižek sostiene che la ricerca del sé interiore sia inutile. E prende a modello il protagonista del film Il generale Della Rovere di Rossellini, un truffatore assoldato dai nazisti per impersonare un esponente di spicco della Resistenza ed estorcere segreti ai partigiani che finisce per diventare un martire pur di non tradire i suoi compagni di carcere. Insomma, un personaggio che trova sé stesso soltanto quando si identifica nella maschera che indossa. Come si coniuga la tua ricerca del vero sé con il fatto che hai scelto di indossare una maschera? È la maschera a renderti, paradossalmente, così libero?
Penso che “Ballgame” sia una specie di riflessione abbozzata sul fatto che l’identità sia un’illusione. Anche il “vero sé” che insegui è solo una maschera. Un insieme prestabilito di associazioni con gli alti e bassi della personalità che raccogli o abbandoni lungo il percorso. Quindi non credo che nessuna maschera possa liberarmi. La natura più autentica del sé è la spaziosità. Lo spazio della coscienza in cui viene data la possibilità di manifestarsi a quelle associazioni. Così, quando il mio corpo e la mia mente sono completamente assorbiti dal fare musica e dall’esprimersi, e io sono là fuori e mi sono perso… in quello stato di essere nel non-essere… è allora che mi sento libero.
Nel mondo della musica, artisti del calibro di David Bowie e Bob Dylan, in un modo molto diverso l’uno dall’altro, hanno cambiato molte maschere nel corso della loro carriera. Resterai Tyler Ballgame a lungo o cambierai personaggio?
A dire il vero sono già passato oltre [ride ndr].
Per quanto mi riguarda, For the First Time, Again è un instant-classic, pieno di canzoni bellissime. E, per me, è il disco migliore dell’anno e del decennio, fino a questo momento, in un certo ambito pop-rock. Come sei riuscito a fare al primo colpo un disco del genere?
Wow, è davvero gentile da parte tua. Grazie mille. È stato un modo eccellente per catturare lo spirito di un piccolo gruppo di persone che si vogliono bene e che si sono divertite a lavorare insieme. Molte cose si sono allineate e Jonathan Rado e Ryan Pollie sono incredibili.
Ecco parliamo di uno dei tuoi produttori. Jonathan Rado, in passato, ha lavorato con i Lemon Twigs. Come te, anche i fratelli D’Addario sono molto legati alla musica di una certa epoca. Cosa ne pensi della critica che vi viene mossa di essere troppo nostalgici, troppo retromani?
Non capisco proprio cosa vorrebbero che facessimo i critici. Al momento mi interessa solo fare la mia musica in questo modo e posso solo seguire il mio istinto… e allora? Vogliono sintetizzatori o suoni che non hanno mai sentito prima? Preferirebbero che usassi Pro Tools? Perché? Perché dovrei preoccuparmene? Voglio scrivere canzoni ben costruite e presentarle con persone in carne e ossa che suonano strumenti veri. Qualcuno non lo farebbe in questo modo? Benissimo. Che vada affanculo, se lo faccia da solo e non mi venga a dire come devo fare la mia arte.
Se ho capito bene, For the First Time, Again è stato realizzato perlopiù in presa diretta e con attrezzature analogiche. Perché avete fatto questa scelta? E quanto ha pesato questo tipo di approccio nella creazione del tuo lavoro?
Sì, aveva semplicemente senso con lo stile di Rado e Ryan e anche con il tipo di musica che mi piace di più. Fa un po’ paura ma abbandonarsi alla registrazione analogica è stato gratificante. Nella creazione artistica, i limiti creano lo stile. Quando i registratori a nastro e le apparecchiature esterne fanno il loro lavoro, si perde inevitabilmente un po’ di fedeltà e le macchine tendono a riempire i vuoti con una leggera sfocatura e un ronzio. Personalmente lo trovo molto piacevole.
Nelle recensioni del tuo disco, i giornalisti hanno trovato riferimenti alla musica degli anni ’60 e ’70, penso a Harry Nilsson e Randy Newman, ma anche alla musica degli anni ’50, Elvis Presley e Roy Orbison su tutti. Ho una teoria in proposito. Secondo me, il tuo approccio assomiglia di più a quello dei grandi artisti che tra la fine degli anni ’60 e l’inizio degli anni ’70, passata la sbornia della psichedelia, si sono ricollegati alla produzione della generazione precedente. Mi riferisco a Bob Dylan che si dedica al country con quella voce strana o a John Lennon che prova a riusare lo slap-back echo. Sbaglio?
Sì, credo di essere attratto per natura dai primi anni ’70. “The dream is ovaaaaa”. Quella è la musica che ho adorato e mitizzato fin da piccolo, quindi è un po’ un’eco della linea tracciata dagli artisti che hai menzionato. Immagino faccia parte di quel processo in cui provi a indossare le maschere dei tuoi eroi per comprendere meglio alcune parti di te stesso. Credo di essere una persona nostalgica di natura immersa in una cultura altrettanto nostalgica. Sono nato negli anni ’90, al culmine della promessa dell’impero americano. Dobbiamo fare i conti collettivamente con la morte di quell’illusione, proprio come gli hippy hanno dovuto crescere e vendere mutui.
Dico sul serio, non è piaggeria. A parte For the First Time, Again, il materiale originale che ho trovato più interessante quest’anno è l’assaggio dei tuoi nuovi pezzi che Jonathan Rado ha caricato nelle storie di Instagram. Stai preparando il tuo secondo album? Cosa bolle in pentola?
Sì, stiamo ultimando il secondo album ed è stato interessante vedere dove ci ha portato la musica! Il prossimo lavoro è decisamente diverso e mi sembra il meglio che io possa fare in questo momento, cosa di cui sono molto orgoglioso. Pubblicheremo presto del nuovo materiale e al momento stiamo pianificando come presentare questo secondo disco.
