Recensioni

7.3

L’entrata nel roster della gloriosa Bella Union di Simon Raymonde sembra sancire definitivamente l’ascesa della “nostra” Emma Tricca, già da alcuni anni tra i nomi più coccolati – a ragione, s’intende – dalla stampa di settore e delle frange di pubblico più attente e appassionate; un approdo naturale, complice un percorso artistico iniziato in sordina con Minor White nel 2009 e che l’ha vista, progressivamente, entrare a far parte di una famiglia di musicisti e spiriti affini di assoluta caratura.

Non poteva essere altrimenti. Italiana di origine come il nome svela immediatamente ma londinese d’adozione e di elezione, in realtà la sua figura da sempre è apparsa quasi fuori dal tempo e da coordinate spaziali di sorta, un’incarnazione archetipica della cantautrice britannica anni ‘60, tanto nell’estetica quanto nelle inflessioni vocali, fino una sublime tecnica chitarristica affinata negli anni studiando da maestri del calibro di John Renbourn.

Aspirin Sun la vede dunque abbracciare alfine la dovuta e ricercata dimensione internazionale di ampio respiro, proseguendo sulla scia del predecessore St. Peter’s (2018), in cui la accompagnavano già i musicisti qui presenti, ovvero Jason Viktor (colonna dei riformati Dream Syndicate) a chitarre e produzione, Pete Galub al basso e il sempre lodatissimo Steve Shelley ai tamburi, responsabili stavolta di avere impresso sin dalle prima fasi di scrittura una forte matrice sonora – diremmo sonica, sapendo per una volta di non abusare del termine – alle canzoni.

Si esce, insomma, dalla sacralità dei canoni dell’amatissimo folk di provenienza, che resta pure matrice riconoscibile e linguaggio di nascita della cantautrice di Chieti, e si entra in territori tutti da esplorare, con le visioni poetiche di Emma – ispirate tanto dai beat quanto da Ungaretti – a fare da guida tra onde e colori, luci e nebbie tinte di tenue psichedelia.

L’identità di questo lavoro è quindi segnata dall’abbraccio tra un songwriting ormai maturo, profondo e dolente, intriso di un lirismo struggente e di visioni d’infanzia (innescate dal sentimento scaturito dalla perdita del padre), e la veste sonora di una band non meno che eccellente, cui è stato concesso di improvvisare, di costruire, di dilatare le composizioni, in maniera non troppo dissimile dalle ultime prove in studio del Sindacato del Sogno.

L’equilibrio fra queste due anime è il vero punto di forza del disco, al di là dei singoli episodi, significativamente tutti di durata mediamente lunga; i momenti migliori vanno comunque ricercati in Christodora’s House (Nick Drake sognato dai Mojave 3, con la voce a indulgere su un vibrato reminiscente della prima Marianne Faithfull; il cuore del disco) e Leaves (una solenne processione alla Low), o anche in episodi più concisi come il tenero e sognante acquerello di King Blixa o il minaccioso incedere di Autumn’s Fiery Tongue, fra chitarre riverberate, ritmi ipnotici e groove di basso (vedi anche Rubens’ House).

Un viaggio a cui lasciarsi andare nell’abbandono dell’ascolto, come suggerisce la maestosa Through The Poet’s Eyes: “watch the morning rise through the beauty of her eyes”.

Amazon
SentireAscoltare

Ti potrebbe interessare

Le più lette