Recensioni

Che sia Hakuna Kulala e non PAN a pubblicare Eyeroll, l’album dell’artista tedesca di stanza a Berlino Ziúr uscito agli inizi di agosto 2023 non è un caso. Per questo lavoro ritmo e percussioni sono stati centrali e proprio da essi si è sviluppata la composizione di ciascuna delle tracce di un lavoro multi-faccettato, militante, libero da costrizioni di sorta.
Se in Antifate, synth saturi e futuribili atmosfere IDM illuminavano forme e cromatismi di un medioevo prossimo venturo, un immaginario che ricordava tanto Matrix quanto il mondo di Skynet di Terminator, le nuove tracce se ne riprendono senz’altro l’ispirazione jazz, vanno oltre, molto oltre.
Ziúr ha composto le tracce partendo dal rototom, frizionandolo, percuotendolo, impostando una base timbricamente obliqua in cui gli ospiti del lavoro potessero creare liberamente. La loro presenza è fondante tanto quanto lo sono le basi, più calde e tentacolari rispetto al passato, ma mai ospitali. La gallese Elvin Brandhi, srotola il sound di Fever Ray in un gomitolo di latex e cavi elettrici (Eyeroll, Nontrivial Differential), risultando contemporaneamente punk (Cut Cut Quote) e goth (Nontrivial Differential), l’ottimo MC mancuniano Iceboy Violet presta il suo rap narcotico a un canovaccio simile (Move On) ma che arriva a gettare ponti immaginari con l’estetica dada dei Pere Ubu (!), estetica che ritroviamo nella ancor più radicale Malikan con il poeta e compositore egiziano Abdullah Miniawy. Un brano quest’ultimo che sceglie la decostruzione e la via primordiale portandoci al grande perché – Y – del Pop Group dai sentieri di una poetry lancinante (Mark Stewart avrebbe apprezzato) quando altrove è l’isolazionismo dronico di James Ginzubrg a guidare altrettanto cupe litanie (If the City Burns I Will Not Run)
E se di jazz concepito altrimenti parliamo, viene facile spenderci anche il nome di Jon Hassell sia per l’uso della tromba (qui non trattata) sia per questo immaginare altri mondi sì ma affatto pacificati, anzi, intricati, violenti e claustrofobici (Pique). A sconfessare tutto ciò, bizzarri statement pronunciati a mo di mantra come “I roll the shittiest cigarettes” (Eyeroll) e un finale, Lacrymaturity, un Paris/Texas aggiornato climate change, placido requiem per questo tardo e agonizzante capitalismo.
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