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6.8

È sempre stato così: il rock ti dice che niente va bene, il pop l’esatto contrario. Bisogna solo decidere con quale piede scendere prima dal letto la mattina. Fa specie, però, che con tutto quello che ci sarebbe da dire sulla realtà attuale, i pensieri dei Lemon Twigs volgano al sereno. Forse hanno visto anche loro Il sol dell’avvenire, l’ultimo film di Nanni Moretti, e del resto oggi come oggi già il solo richiamarsi a estivi aromi agrumeggianti è una scelta politica.

Everything Harmony, ci dicono, e chissà che in un universo parallelo non sia davvero così. Nel nostro, di universo, perfino Rocco Papaleo ha finito per diventare Scordato, e anche se nel suo nuovo film da poco uscito in sala, nel quale interpreta un accordatore di pianoforti poco in sintonia col resto del mondo, finisce per ri-armonizzarsi con gli altri grazie a una terapista che gli diagnostica una contrattura “emotiva”, il suo percorso verso la redenzione non è meno sofferto di quello di uno Scrooge di Canto di Natale, il celebre racconto di Charles Dickens, che smetteva di essere avido (e arido) grazie all’incontro con i tre spiriti del tempo.

Per parte loro, Brian e Michael D’Addario scelgono di seguire solo lo spiritello del passato, alla ricerca di un mondo che non c’è più e che forse – per dirla coi Zen Circus di Ok Boomernon c’è mai stato, ce lo siamo inventato. Tuttavia, bisogna riconoscere che i fratellini italo/irlandesi-americani sono bravissimi a lavorare di fantasia. Dopo tre album pubblicati con 4AD, è sotto le insegne di Captured Tracks che ora fuggono dai miasmi della città e se ne vanno per i verdi campi a caccia di farfalle, riportando a casa profumi pop d’annata intrisi di folk e psichedelia sulla scia della lezione dei grandi maestri cantautorali americani (Arthur Russell e Moondog solo per citare i più ovvi), ma non solo.

Sentori se n’erano già avuti con i due singoli di lancio, Corner Of My Eye (rievocante le atmosfere di  Simon & Garfunkel, o se preferite degli Everly Brothers) e Any Time Of The Day (coloratissimo psych/glam in stile 70s che cuce Beatles e Bee Gees su una stola firmata Burt Bacharach); e conferma se ne ha con il resto del lotto, 13 brani complessivi per una cinquantina di minuti scarsa di musica a suo modo di evasione, registrata tra Manhattan, Brooklyn e gli studi Hyde Street di San Francisco.

Abbondano suoni caldi dettati dalle chitarre acustiche, linee melodiche suadenti inscritte nel granito e piacevolissimi intrecci di voce, con tutto il corollario di piano e archi. Momenti gai e frizzanti si alternano ad altri più (finto) malinconici e compassati, con opportune aggiunte, sia chiaro. L’opening When Winter Comes Around è ieraticamente bobdylan-iana, In My Head temperata e agrodolce, What You Were Doing sghemba e rievocante l’indie rock di matrice Nineties, I Don’t Belong To Me è una ballata piano/voce che dondola tra Elton John e la colonna sonora di Love Boat, Ghost Run Free è addirittura smiths-iana e What Happen To A Heart – come dire – al bacio.

Nel complesso il giochino riesce bene, non si può certo dire che i Ramoscelli di Limone non sappiano il fatto loro e che non siano bravi a fare buon viso a cattivo gioco. Vengono da un’altra epoca, e dopo avercela fatta ri-annusare paiono avere tutta l’intenzione di tornarci. Forse per questo sono felici.

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