Recensioni

7.4

Il mio rapporto con questo disco comincia una calda serata di maggio a Milano, quando, dopo qualche intervista e una pandemia, finalmente ho l’occasione di vedere gli Algiers dal vivo. Il loro concerto al Biko è stato devastante, ma l’atmosfera prima del live era talmente rilassata che il quartetto se ne stava comodamente seduto in sala. Quando Franklin James Fisher comincia a parlarmi dell’album in lavorazione si ferma subito e mi mette le cuffie alle orecchie.

Effettivamente, Shook è un disco che raccoglie la complessità e l’approccio concettuale di There Is No Year e lo immerge nell’immediatezza di The Underside of Power. Per questo motivo suona come se il post punk granuloso dell’esordio omonimo venisse fagocitato da un congegno alimentato a elettronica, jazz e soul, un aggeggio costruito a turno dai numerosi ospiti dell’album.

A testimoniare l’eclettismo – dominato comunque da un pessimismo di fondo – di Shook ci sono, infatti, Big Rube (The Dungeon Family), Zack de la Rocha, Billy Woods, Backxwash, Mark Cisneros (The Make-Up), Samuel T. Herring (Future Islands), Jae Matthews (Boy Harsher), LaToya Kent (Mourning [A] BLKstar), Nadah El Shazly, DeForrest Brown Jr. (Speaker Music), Patrick Shiroishi e Lee Bains III. Ma quella che potrebbe sembrare un’accozzaglia di nomi, si rivela uno dei due segreti della riuscita di Shook. L’altro riguarda la scrittura.

Il quarto album degli Algiers ha tutte le carte in regola per intimorire chi vuole ascoltarlo – ben diciassette brani, un lavoro precedente di difficile assimilazione e la lunga lista di collaborazioni di cui si faceva menzione precedentemente -, ma l’unico atto di coraggio richiesto è premere play. Una volta fatto, un panorama musicale cangiante e pregno di suggestioni è lì ad aspettarci.

L’Hip-Hop dell’apertura affidata a Everybody Shatter si risolve in Irreversible Damage, che riporta le lancette indietro al debutto del 2015. Più in là in scaletta arriva l’imponente Cold World, che è seguita dal jazz nebulizzato di Something Wrong. A fare da contrappunto a brani tirati e diretti come 73% ci sono frammenti sonori che cristallizzano riflessioni a cuore aperto (Cleanse Your Guilt Here), fiammelle di spoken word che resistono a presenze agghiaccianti (As It Resounds, Born), ambientazioni da gospel (Momentary) e tante, moltissime voci: umane, ambientali, metalliche, profonde, immerse in una coltre di suoni. Lampi fonici rubati dai mezzi di trasporto, dai media, dal quotidiano, dalla storia.

Alla fine, il senso degli Algiers è proprio legato a questa parola, storia. Lo è in quanto racconto dell’oggi, di un mondo che crolla davanti alle nostre ambizioni, che riduce le nostre aspettative. Lo è perché il quartetto lancia i suoi brani come bombe a mano nel corridoio chiaroscuro degli eventi passati, “suonando” Pasolini a corredo di alcuni brani live, citando nomi e cognomi, indirizzi e fatti di cronaca, come accade brillantemente in The Underside of Power. Per citare solo un verso del nuovo disco, basta “30 Italians, 5 Belgians and a Frenchman sacrificed their lives to The Sun” in Out of Style Tragedy. Il quarto album della band di Atlanta è il suo Ground Zero: segna il punto del collasso, rappresenta una ripartenza.

Shook è anche l’album giusto al momento giusto. Per la band, che rischiava seriamente di sciogliersi. Per noi, che alla fine del tunnel della pandemia siamo entrati in quello della guerra, imparando a convivere con tante nuove espressioni tra cui “permacrisi”. Insomma, va bene la spensieratezza e ricercare lo svago, soprattutto in periodo così bui. Ma a volte c’è bisogno di pretendere di più, lasciarsi guidare da messaggi forti, idee precise, concetti netti.

Gli Algiers, come sempre, li mettono in tavola, prendere o lasciare. Questa volta lo hanno fatto con un piglio ispirato. Ascoltarli è un piacere, ma anche una assunzione di responsabilità. Lo dobbiamo a una società allo sbando, lo dobbiamo a noi stessi.

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