Recensioni

7.8

Non è un caso che nella nostra intervista, il tastierista Arthur Leadbetter ci abbia confessato che “C’è un dialogo costante tra la nostra musica e ciò che ci circonda”. La narrazione degli Squid ha sempre coinciso con la loro geografia. Geografia territoriale, che li vede provenire dalle parti più disparate del Regno Unito (Bristol, Brighton, East Anglia), e che ha nel Sud di Londra l’epigono principale e il punto d’incontro. Un Regno Unito all’interno del quale gli Squid sono scivolati facilmente (anche se forse in modo scontato, se non addirittura sbagliato) nel sound generazionale che ha interessato IDLES, Black Midi, Black Country New Road, ecc.

Geografia tematica, che li ha visti esplorare – nel loro applauditissimo esordio Bright Green Field – la più classica paranoia urbana attraverso un tocco appuntito seppure delicato di caos ordinato. Eppure tutti questi luoghi, reali o figurati, sono sempre stati stretti agli Squid. La loro geografia sonora è sempre stata poco convenzionale. I paesaggi “post punk psicanalitici” della loro musica hanno occupato uno spazio unico, imponente, strano e affascinante come quel monolite del famoso film di fantascienza di Kubrick.

Il titolo del secondo disco è naturalmente tutto un programma. O Monolith è la purissima espressione di una band che non teme l’hype ed è capace di maneggiare i buoni risultati del passato e proiettarli (anzi, violentarli) verso qualcosa di completamente nuovo. Per cominciare, i paesaggi urbani dell’esordio lasciano il posto a una ruralità debitrice della location scelta per la registrazione del disco. Riuniti al produttore/Re Mida Dan Carey (Tame ImpalaDjango DjangoBloc PartyBath For LashesBlack MidiFontaines DcWet LegFoals) e con John McEntire dei Tortoise al missaggio, il quintetto inglese ha inciso principalmente presso gli studi Real World di Peter Gabriel nel Wiltshire, in piena campagna inglese. O Monolith è imbevuto di componenti bucoliche e pastorali, fra animismo, culti folk e cori che sembrano provenire dal cuore pulsante del pianeta. Anche il cantato di Ollie Judge si allontana sensibilmente dallo strillo sconquassato di Bright Green Field per trovare una nuova voce melodica e addolorata.

Rimane l’imprevedibilità, vera e propria cifra stilistica degli Squid. In 8 brani e 42 minuti di album siamo sbattuti violentemente dalla psichedelia disciplinata dei King Crimson alle nevrastenie bizzarre dei Talking Heads, dal post punk seminale dei This Heat al sound apocalittico e schizoide dei Radiohead. Un caos geometrico, matematico, lo abbiamo detto, che mette in risalto gli intenti programmatici della band. Una musica che non è né nostalgia, né futurismo. Una musica che, costruendo architetture sinuose e immaginari ben definiti, parla di oggi senza nessuna forzatura.

L’opener Swing (In a Dream) impone la direzione di marcia verso una cacofonia controllata che sa di dadaismo e psichedelia (non mancano tastiere, tromba, cow bells e altre diavolerie), senza rinunciare tanto alla melodia vocale, quanto agli accattivanti lick di chitarra. Natura e cultura si contendono il posto d’onore per il giorno del giudizio in brani come Devil’s Den (in odore Joy Division) o Undergrowth, nella quale la linea di basso funk è costantemente minacciata da inserimenti jazzistici dissonanti e elettronica avant-garde.

I pezzi più originali arrivano dalle parti di Siphon Song, un brano vintage che a metà fra il sound dei Kraftwerk e le atmosfere di Midsommar, che, sul finale, decide di implodere in un crescendo tanto nefando quanto catartico. O The Blades, prova psicotica che gravita in area Kid A Mnesia e che ci conferma la qualità del tutto originale del songwriting degli Squid. Un tessuto che incorpora lo spirituale e il materiale e lo rende paesaggio misterioso e affascinante, nel quale l’ascoltatore è libero di muoversi, per scoprire nuovi territori, per trovare frammenti di sé.

Frammenti che, tuttavia, sfuggono costantemente perché gli Squid hanno la preziosissima abilità di farti avvicinare a qualcosa di affascinante solo per poi sbatterti violentemente dalla parte opposta, verso qualcosa di altrettanto meraviglioso (si veda la sognante After The Flash o il math rock di Green Light).

Con O Monolith, gli Squid riescono nella difficile impresa di confermare quanto di buono prodotto con l’esordio. Lontani dal pop, immersi in suite strumentali, in jazz che sa di elettronica, in cantati sbilenchi, in atmosfere spesso gelide, i cinque inglesi sono stati capaci di distaccarsi definitivamente dall’etichetta di band revival post-punk e spingersi verso i più inimmaginabili limiti musicali. Il colpo da maestro è stata la capacità di trovare un equilibrio fra esplorazione e fruizione, una differenza fra de-costruzione e di-struzione, un’immagine intera per far incastrare i pezzi del puzzle. In una sola parola: un album potentissimo.

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