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7.5

Nato come innovatore, sperimentatore, artista multi-disciplinare con il collettivo newyorkese Standing on the Corner, Jasper Marsalis ha recentemente deciso di diventare il focus principale della propria carriera. Lo fa portando con sé quanto appreso negli anni della sua avanguardia artistica, ma impostando il proprio discorso su un post-rap sperimentale e innovativo. Lo si è visto con il debutto A Quiet Farwell 2016-2018 (Crater Speak) (2019) e lo confermano le premesse di questo Excelsior.

Parlare di artista solista, d’altronde, pare persino un azzardo. Sulla pagina Bandcamp la definizione che leggiamo per quanto riguarda Slauson Malone 1 è: “performance piece”, con tutta la fragilità che può derivare da questa definizione. Ma, tant’è… il mondo che costruisce l’artista classe ’95 nato a Los Angeles è un pianeta di contatto fra musica pop(olare) e arti performative. Marsalis è solito elaborare sul palco momenti di performance fatti di interazione fra gli spazi contenuti nei suoi lavori figurativi e lo spazio dell’audience. Ostacoli, intromissioni, luci accecanti che non permettono la naturale fruizione dell’opera, ma la rendono ancora più evidente, proprio a causa della sua inaccessibilità. In questa tensione dell’impermeabilità, in questa problematica della percezione si colloca anche il suo lavoro di artista musicale.

Il debutto su Warp non fa che esasperare questo ragionamento e fare assurgere il Nostro allo stato privilegiato di one-to-watch. Ascoltando The Weather, la soffice e infiammabile ballata inquieta(nte) posta a inizio di Excelsior, non sorprende nemmeno troppo che la tematica portante del disco sia l’ascensione perpetua. Il pezzo (così come House Music, per citarne un altro simile) è concepito su una dinamica crescente, che unisce il rap (lo spoken word alla Jamie T?) alle basi astratte e sinuose. Sembra sempre che il beat sia sul punto di far esplodere i brani in maggiore ritmo e vivacità, ma, inevitabilmente, tutto sfuma di nuovo nell’astratto. Nel fendente inorganico che affonda il colpo al cuore della Terra. Come la spada metaforica di questa ascensione perpetua, che qui diventa la lente di Marsalis per esplorare, nelle diciotto tracce del lavoro, tutti gli aspetti della mascolinità, in un modo tutto proprio, nuovo, fatto di esperienze e di vita vissuta.

Un modo fatto anche di pezzi e movimenti che sembrano ispirati a Wendy Carlos (Divider), la compositrice transgender vincitrice di tre Grammy Awards, o alla percezione performativa di Laurie Anderson (Fission For Drums, Piano & Voice). Un approccio strumentale immaginifico che fa il paio con frequenze vocali bassi, generando un vero e proprio marchio di fabbrica in molti brani, un po’ come farebbe King Krule (con il quale il Nostro è in tour) o Bradford Cox. Old Joy e New Joy, per esempio, sono costruite su un flow lo-fi, chitarre jangle e beat irremovibile, che ti danno la sensazione di stare ascoltando tre pezzi contemporaneamente. Eppure, sono fornite di un’unità e compostezza invidiabile, come l’amore che non finisce mai, ma decade all’infinito come fa il nucleo atomico.

L’approccio cinematico del disco è innegabile, ma non sono da meno nemmeno i bozzetti di surf-pop incapsulati in rap sussurrati. Come nel caso della “serie” Voyager, il trittico di brani che più di tutti, mostra la natura frammentaria del disco e, di riflesso, della poetica del suo autore. Per il resto, i frattali di dissonanze cosmiche (Fission for Drums, la già citata Piano & Voice), le ballate (Arms, Armor) e gli onori ai mostri sacri come Joe Meek (la cover di I Hear a New World) si fondono con una dimensione in cui l’ambient hip-hop va a braccetto con l’indie-pop sperimentale.

Anima turbolenta, quella di Excelsior… a tratti troppo bozzettistica e accennata per poterne godere a pieno il suo sapore. Eppure, gli schizzi figurativi di cui è formato sono solo un pretesto per parlare di frantumazione dell’”io” e farlo vedere (anzi sentire) con la propria musica. Fatto con l’inquietudine tipica della propria generazione, il disco ha il pregio di essere un lavoro esplorativo. Di sé e del mondo, come solo i grandi album sanno essere. Caotico, ma dannatamente ipnotico.

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