Recensioni

7.3

Ascoltare questo disco è un’esperienza immediata, calda. Quasi elementare. Diventa più complesso pensare al percorso compiuto da Anohni per arrivarci, a questo My Back Was A Bridge For You To Cross. Tempi lunghissimi: tredici anni sono passati da Swanlights, ultimo lavoro coi Johnsons, e sette dal solista Hopelessness. Il folk-pop cameristico di quello, le rarefazioni sintetiche dell’altro, le evoluzioni aureolate arty degli esordi: Anohni ci ha abituati alla gravità dei passaggi, al significato del movimento attraverso diversi gradi di astrazione, di angelicità. La sua musica, il suo modo di interpretare, raccontavano una tensione irrisolta tra carne e spirito, come un voler astrarre la zavorra del corpo, ridefinirsi nella silhouette inafferrabile di uno slancio lirico, nella trasparenza di un’anima che macina turbe emotive fino a farne polvere finissima, volatile, luminosa.

Questa lunga, problematica e iridescente transizione sembra essere adesso alle spalle. Il viaggio per Anohni prosegue al di fuori di sé. Verso il mondo, nel mondo. Sostiene di avere preso a riferimento Marvin Gaye e il suo epocale What’s Going On, quel modo di declinare soul lo sguardo partecipe sul presente, sul precipitare degli eventi verso nuovi, necessari e insidiosi equilibri. Una “funzione” che spinge il soul a mutare forma, innervandolo di tensione, facendone testimone e araldo, grido di allarme e proclama innodico.

In questo senso, il ritratto dell’attivista Marsha P. Johnson in copertina è al tempo stesso una restituzione e una dichiarazione: la franchezza accorata, a tratti sanguigna e perfino perturbante di queste canzoni raccontano la necessità di affrontare di petto questioni dalla rilevanza collettiva (discriminazioni, devastazione ambientale, alienazione…), di farsene carico, di elaborarle. Elemento chiave è in questo senso la chitarra elettrica di Jimmy Hogarth, anche co-produttore del disco (in passato già al lavoro con Sia, Tina Turner e Amy Winehouse): quella grana sfrangiata, capace di morbidezze fibrose e deragliamenti aspri, sta al centro di architetture soul-jazz e folk-blues dalle ascendenze cinematiche e sparsamente latin-tinge, il tutto scolpito da un approccio schietto che diresti quasi live-in-studio.

La già nota It Must Change apre la scaletta con una congettura folk-soul morbida ma battente, gli archi che volteggiano come una bambagia Seventies, uno sfarfallio scivoloso di percussioni e la voce che spreme concetti angolari con tigna suadente: “It must change/The death inside you/That you pass into me”. La successiva Go Ahead, con le sue distorsioni e l’invettiva farneticante, chiarisce quanto l’approccio di Anohni sia oggi decisamente più esposto – o se preferite estroflesso – rispetto a quanto non ci avesse abituati o comunque potessimo attenderci (“You are an addict/Go ahead, hate yourself/I can’t stop you”). 

Vedi come nella pur obliquamente jazzy Scapegoat ci va giù dritto (“And in this society/A scapegoat/ is all I can be”) rievocando la celebre e sempre attualissima teoria del capro espiatorio di Girard e Fornari, azzeccando poi il momento musicalmente più coinvolgente dell’album con un assolo di chitarra da vertigine power-pop. Quasi al suo opposto, ovvero formalmente più prevedibile, Rest sorprende comunque con un piglio blues Lanegan che allude a forme di violenza e prevaricazione (“Demon dancing’s all I know”) intrinseche all’agire umano, persino dove crederesti albergare amore e protezione.    

Se uno dei momenti migliori della scaletta arriva quasi nel finale con la sbrigliata Why Am I Alive Now?, che mette sulla graticola il tema della sostenibilità ambientale (“Watching nature swoon and sigh/Watching all the water dry/Watch the sky fall to the Earth”) annullando lo sfrigolare della retorica grazie a un’ebbrezza latin-soul irrorata di afflato chamber-pop, Anohni gioca un tiro crudele alle nostre coronarie con il soul struggente di Sliver Of Ice dove racconta un episodio accaduto al suo mentore Lou Reed (“The cold ice on my tongue/Makes its way towards oblivion/How sweet the vista, the portal view/On my way to black and blue“). Non contenta, subito dopo con la briosa e febbrile Can’t ribadisce il concetto, ovvero quanto il trapasso di certi individui lasci questo pianeta vuoto oltre il limite della sopportazione (“I don’t like this place/Can’t be long without seeing your face”).

In ogni caso, domina una fragranza che sa di emozioni catturate prima che tempo e ragione le decantassero, di subbuglio dell’anima che non si è ancora fatto narrazione, di forma che ammette e fa proprie le sbavature. Quanto la versione “vecchia” di Anohni sia consegnata, forse definitivamente, al passato ce lo suggerisce paradossalmente la traccia che più di altre ce la ricorda, quella There Wasn’t Enough che intreccia arpeggi di chitarra e un piano sparso in una trama rarefatta, su cui il canto si estenua sfilacciandosi, corrugandosi, ma accettandosi: come se rifiutasse di raggiungere la dimensione (quasi) intangibile e l’astrazione (quasi) sovrumana dei primi lavori.

Alla fine resta la sensazione agrodolce di aver ritrovato una vecchia amica scoprendola diversa, assai cambiata, forse compiuta. Probabilmente meno insolita, più canonica, ma indubbiamente vitale e viva. Disposta a scendere in campo e giocare la partita proprio perché c’è da sporcarsi le mani e sbucciarsi le ginocchia. Ognuno faccia il bilancio che crede: a me pare che i conti tornino.  

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