Recensioni

Col beneficio della prospettiva storica, possiamo dire che l’avvento dell’itpop ha determinato un ripensamento nella frattura tra pop e musica d’autore. Lungi dal dissolverla, l’ha, in qualche modo, ricollocata. Ha autorizzato cioè a ritenere che al pop bastassero quei pochi trucchi, quei pochi espedienti, per craccare il codice della musica d’autore mantenendo più o meno intatte le potenzialità del pop. Ovviamente: non era (non è) del tutto vero. Nel senso che l’itpop – variamente sovrapposto al cosiddetto indie, per lo scorno di noi anzianotti che al concetto di “indie” associavamo ben altre cose – ha preso a spacciare arguzie paracule per intuizioni genialoidi, col beneplacito di frequenze (e playlist) unificate.
Si dirà: ma qualcosa del genere non avvenne, in fondo, anche negli 80s per poi proseguire nel decennio successivo, periodo a cui del resto l’itpop (pescando in un calderone che va dal Venditti post-Cuore agli 883) si è rifatto senza se e senza ma? Col suo saldare sanremesità e introspezione, con quello sfilettare disagio a bassa intensità per poi rivenderlo come chiave esistenziale per un’epoca di efficienza e ipererspressione coatte? Che poi la musica d’autore finisce per colare via, si fatica a definirla. Peggio: la musica d’autore si spalma sul pop (itpop) in un viceversa kamikaze, e senza neanche lasciarti il tempo di provare dispiacere.
Va così che le differenze tra un Paradiso e un Dente, o tra un Calcutta e un Brunori, tendono a sfumare: chi si avvicina di più a raccontare il presente? A craccare lo zeitgeist? Sarà pur vero, come sostengono quelli che ne sanno, che è questa l’epoca della fine delle narrazioni e dei modelli teorici, travolti dall’impero brutale dei dati: ed ecco che le canzoni somigliano sempre più a un agglomerato di slogan, versi come formulette appiccicose, istagrammabili, memificabili, cortocircuiti che rimandano continuamente a se stessi. E funzionano. Fanno i numeri. Gli streaming. Tornano allo stato primigenio di dati. Il cerchio si chiude. Sempre.
Ora, siccome questa è la recensione di un disco, penserete che il disco in questione sia una specie di deus ex machina, una soluzione, o un vaccino. Dico subito: no. Tuttavia, il secondo album del sodalizio Colapesce e Dimartino ha il merito, almeno, di suggerire una mediazione, una possibilità. Lo fa volendo essere pop, in ogni nota e anfratto, eppure introducendo piccole, striscianti, ectoplasmatiche anomalie. Sembrerebbe cioè che nella loro idea di musica pop l’itpop non sia mai avvenuto, oppure sì ma si faccia finta che invece no. E si torni così a consumare una vecchia eresia: la compenetrazione di efficace ed evocativo, di orecchiabile e spiazzante, di comodo e scomodo. Ciò che veniva gratis un tempo ai cantautori di successo come i Dalla, i Battiato, i Battisti, i Gaetano, i De Gregori eccetera, e che oggi, dopo anni di formattazione sonora e tematica (e dopo l’itpop), con gli ascoltatori profilati e (quindi) sostituiti da una vasta platea di utenti, richiede invece un certo sforzo.
In tal senso, aprire la scaletta con La luce che sfiora di taglio la spiaggia mise tutti d’accordo – titolo assai battistiano, ma ne parleremo più avanti – è una vera e propria dichiarazione d’intenti: oltre sei minuti di miraggi folk-psych (spunta perfino un sitar) intrappolati nel retino da farfalle di un rock sincopato multistrato, sorprendentemente in bilico tra le visioni in libera uscita di Enzo Carella e il lavorio sotterraneo dei Radiohead altezza In Rainbows (come fai a non sospettare che quel “pure i pesci” non sia un amo gettato ai Weird Fishes di Yorke e soci?). Quanto al testo, parte da un frammento di memoria presumibilmente autobiografica (“volevo fare solo il musicista”) lasciato a candire nell’apparizione di tre sequenze successive, protagonisti un capomastro, una pornostar e un anestesista, tutti colti da una simile illuminazione di insensatezza (“il cielo/il colore non esiste”) per poi venire sfiorati da un’intuizione che “mette tutti d’accordo”, un’evidenza lancinante del qui e ora, l’appercezione del momento di cui “non si vede la fine”.
Una bella canzone, coraggiosa per come pesca (!) in un catalogo di riferimenti sonori non proprio da stazione radio commerciale, eppure certo non la definirei avventurosa, anzi può suonare perfino derivativa alle orecchie di chi ha fatto caso a quanto è accaduto in ambito – oddìo – alternativo negli ultimi diciamo vent’anni. Ma il punto è questo: nel loro esercizio di paraculaggine cosciente, Colapesce e Dimartino si muovono sul confine ambiguo tra il pop e il suo superamento, tra l’asfalto solido e liscio della radiofonia e la deviazione improvvisa nella carrareccia che s’infila nel bosco, si tuffa nell’insenatura e casomai ti spinge sul limite del baratro senza guardrail. Lo fanno musicalmente e anche grazie a un testo che non rinuncia alla narrazione pur scuotendone la linearità, disseminandola di varchi, di critter poetici che potrebbero mettere in crisi la regolarità implacabile di un meccanismo sterile. Quindi: chapeau.
Esagero? Può darsi, talvolta mi capita. Difatti la successiva Sesso e architettura ci riporta su un terreno d’ingegno a media intensità (“Ombre sulla tonnara noi/Nei tuoi occhi antiche simmetrie”), un riffettino d’archi adesivo e l’up-tempo ammiccante anni Ottanta: però, ecco, alla fine ci senti pur sempre echi del Battiato disposto ad azzannare le classifiche sublimando sintomatico mistero e giocose impermanenze gravitazionali, oppure del Battisti già meravigliosamente panelliano di Fatti un pianto, quindi anche un po’ di quei Baustelle che si disimpegnavano in un citazionismo smerigliato.
Ecco, questo mi pare si possa dire: le premesse/promesse di quella traccia d’apertura non vengono mantenute appieno dalle successive, che maneggiano modi e forme assai più potabili (paracule?). Ma – attenzione – forse è giusto così. Forse è inevitabile: quella era la cornice, il cui titolo fluviale rimanda al Battisti strumentale di Amore e non amore, rievocato anche nell’ultimo pezzo in scaletta – la title track -, appunto uno strumentale che ondeggia folk-psych sornione con tentazioni ambient, il piano che gocciola granuli liquidi, le tastiere che panneggiano bordoni perlacei e abbozzano riff precari (per chiuderla con Battisti: la copertina sembra riferirsi in maniera subliminale al celebre scatto di Lucio in abito bianco sulla spiaggia contenuta in E già).
Ecco: prima e ultima traccia sono una cornice. Di tipo volutamente incongruo, contrastante rispetto a ciò che incornicia. A tratti lo è in modo stridente, essendo il quadro un fermento stilisticamente eterogeneo, votato ad allestire uno spettacolino d’arte varia sì, ma variamente radiofonica: vedi la ben nota Splash sulle tracce del pop-rock 70s-80s intriso di belcanto e piglio danzereccio (particelle Modugno e Riccardo Fogli, nel mirino il tema del workaholic esplorato da un’angolazione per nulla banale); oppure vedi una Considera che mescola devozione Prefab Sprout e sanremesità anni ‘80 dissimulando il solito disarmo rispetto allo stato delle cose (“Considera che tutto può finire/Lo sai che mi deprimo, ma con stile”); o ancora vedi una 30.000 euro che si tuffa all’indietro in un incantesimo confidenziale anni 50s (anche qui, il disarmo: “Io non ti capisco/Perché il mondo grida/Dillo un’altra volta”). Eccetera.
Una parentesi: fin dall’exploit di Musica leggerissima mi sono chiesto se l’espediente delle due voci in unisono fosse transitorio, concepito per l’occasione. Invece a quanto pare è una cifra stilistica/poetica consolidata, ed è a ben vedere del tutto organica a ciò che i due intendono fare: sembra cioè un modo per definire un perimetro anti-individualista, un quasi-coro necessario e sufficiente a collocarli in una dimensione corale – appunto – dell’esprimere e del sentire, un modo per imporre uno sguardo terzo rimanendo nei panni dell’io narrante. Provate a immaginare le loro canzoni cantate da un solista o da un duetto standard (non c’è bisogno di spingersi fino al livello di orrore Renga-Nek, ma insomma ci siamo capiti): rimangono solo parzialmente le stesse canzoni, forma e sostanza, interpretazione e contenuto finiscono per stridere con la terzietà suddetta, con quel distacco ironico da senso comune evoluto.
Ne abbiamo riprova in Ragazzo di destra: al netto del dito infilato nella ferita infetta della montante microcefalia neo (o post) fascista, la canzone riesce a non accartocciarsi nella retorica a gratis grazie proprio al gap dello sguardo, che permette l’intrusione del poetico, del tragicomico (“Amore, ti difenderò col tirapugni d’oro/Mi darai un figlio naturale la notte di Natale”), persino di una abbastanza paradossale tenerezza nei confronti del soggetto. Detto ciò, la canzone resta musicalmente un episodio abbastanza trascurabile, mentre per molti motivi non è il caso di trascurare I marinai, pezzo costruito a partire da un provino voce e synth di Ivan Graziani (risalente alla fine degli 80s) su cui viene ordita una trama rispettosa e, soprattutto, credibile (il ritornello, composto dai Nostri, possiede i crismi struggenti e obliqui del miglior Graziani), per quella che si rivela essere una canzone bella ma soprattutto formidabilmente attuale (“Mi guadagno il pane come tutti fanno/Per ogni figlio che è rimasto in mezzo al mare”).
Curioso come ciò accada a pochi giorni dalla per molti versi simile operazione Now And Then, anche se mi sembrano pochi i punti in comune con quella reinvenzione della beatlesianità da parte di Macca e Ringo attraverso modi e metodi più o meno condivisibili: qui più che altro si tratta di immaginare i tasselli mancanti di una canzone incompiuta, lasciando a Ivan ciò che è di Ivan, e soprattutto lasciandolo dov’è. Nulla da eccepire e, di nuovo, chapeau.
Detto poi dell’italo-soul abbastanza automatico anche se ben confezionato di Cose da pazzi e dell’ancor più intimista Neanche con Dio (un po’ da Alan Sorrenti ruffianello reinventato da Calcutta), decisamente la canzone più intrigante nell’ottica del suddetto movimento mediano/ambiguo tra pop e altro(ve) è Forse domani, la voce principale affidata a una languida Joan Thiele (“Fare l’amore con gli occhi è un pericolo, ma apre tutte le porte/È un presente che non ha mai fretta di esser diverso da ciò che non è”), il passo vagamente allucinato kraut, il valzer stretto di chitarra acustica, le folate vintage di synth, il basso che prolassa meccanico, il contorno acidulo di coretti e sitar: un mostriciattolo quasi art-wave, fascinoso ed enigmatico, che presumibilmente non farà grandi numeri ma sarebbe davvero curioso se invece ci riuscisse.
In conclusione, è un album che sembra fermarsi un attimo prima dell’attraversamento decisivo, a metà di un Rubicone – quello del pop e dei suoi parametri – che scorre implacabile malgrado tutte le crisi attraversate e i paradigmi sbriciolati. Ma forse non poteva andare diversamente: stai a vedere che il pop è un sistema assiomatico, un congegno che determina da sé regole e mutazioni, che non ammette intrusioni tranne quelle che decide di accogliere (non essendo più, in tal modo, intrusioni). Stai a vedere che il pop non puoi oltrepassarlo, lo superi solo restandone fuori.
Detto questo, Lux Eterna Beach segna, rispetto al fortunato predecessore, un passo in avanti. È un lavoro più a fuoco, sorretto da maggiore sicurezza e chiarezza d’intenti: del resto, passare dai feat. di Carmen Consoli e Ornella Vanoni a quelli della Thiele e di (seppur virtualmente) Graziani, è un segnale esplicito riguardo alle priorità, alla direzione, al posizionamento rispetto all’immaginario.
Una volta accettato il campo da gioco e il livello dello scontro, va riconosciuta a Colapesce e Dimartino una padronanza, una volontà e una progettualità di buon livello. Viene da credere che, casomai dalle parti del pop si sbriciolasse qualche altro paradigma, loro saranno pronti ad approfittarne. Ad introdursi. Nel migliore senso possibile.
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