Recensioni

Ho visto un modo, per entrarne o uscirne da «questo mondo di merda», tra spazio architettonico filo-berlinese e labirinto con liquidi viscosi in stile Doom o chissà quale altro videogame. Questo evoca, più o meno, tra fughe di luce e inquietudine, la bella immagine di copertina, realizzata dall’artista Jared Pike, dell’album d’esordio targato Mandy, Indiana, band inglese che si era affacciata sulle scene con un singolo intitolato proprio Berlin, nel 2020. Sempre nello stesso anno aveva fatto seguito un altro brano, Pashto, e soprattutto nel 2021 era arrivato l’EP …, a segnare un salto di consapevolezza nell’unione di cacofonie e battiti digitali, a raccogliere gli estratti più recenti, incluso un remix spaziale di Daniel Avery per Alien 3. Lì può essere inquadrata la madre di questo prima attesa e ormai autonoma creatura in lungo.
Nonostante la ragione sociale faccia pensare a deragliamenti psicogeni su strade statunitensi (l’ispirazione deriva dal declino della città di Gary, Indiana, moderna e pericolosa ghost town), il quartetto è di stanza a Manchester, fondato dalla parigina Valentine Caulfield, al microfono in lingua francese, e Scott Fair, alla chitarra e alla produzione, ai quali si sono aggiunti Simon Catling, ai synth, e Alex MacDougall, alla batteria. Ne risulta una miscela altamente energica di violenza in distorsione, ritmo geometrico e catarsi da punto di ebollizione, di noise, post-punk e industrial, elettronica e sperimentazione – sebbene ogni inquadramento univoco sia limitante considerato il destabilizzante visore calzato. All’elaborazione del sound hanno contributo tanto Daniel Fox (Gilla Band) e Robin Stewart (Giant Swan) al mix, oltre a Heba Kendry (Ryuichi Sakamoto, Björk) al master, quanto la scelta di luoghi di registrazione fuori dall’ordinario, che vanno da centri commerciali, grotte per speleologi ben esperti e cripte gotiche, saltellando tra lavori stradali acusticamente invasivi ed escursioni lungo praterie di bovini muggenti.
La voce stordisce l’ascoltatore scandendo cantati e spoken word connessi alle giravolte reiterative di Marie Davidson, da solista in irresistibile versione Working Class Woman o con gli Essaie Pas (nell’oscuro e profondissimo narrare sci-fi di 2 Stripe, per esempio). A volte sembra di sentire andare in centrifuga Battles, The Knife e Squid, oppure Bikini Kill dal multiverso cyber, presenze di Throbbing Gristle e Sonic Youth. Love Theme (4K VHS), introdotto da scroscianti soundscape acquatici dal mood bladerunneriano che tornano successivamente nella vocoderata The Driving Rain (18), risucchia all’inizio in scenari sintetici illusoriamente idilliaci se l’anti-sessismo di Drag [Crashed] edifica subito un muro di suono in cemento armato e riverberi di sciabolate da criminali del futuro («Avrai bisogno di una pistola per respingere i ragazzi»), Pinking Shears si fa filastrocca tambureggiante da dimensioni parallele in completa avaria («Non voglio più svegliarmi, quando lasciamo morire gli umani, nel Mar Mediterraneo») e Injury Detail rovescia una riot dance da paura (d’altronde le parole giocano su uno scontro, joystick alla mano, dove «Niente è vero / tutto è permesso», con un unico imperativo: «Finisci il tuo avversario»). Persino gli episodi più concisi affascinano, che siano i vapori dreamy che affiorano dai mulinelli assordanti di Mosaick o i rintocchi under the skin – salutando Mica Levi – di una Iron Maiden tutta urla e corde ovviamente ferree.
Notevole anche l’1-2 di chiusura, con le fluttuazioni cullanti di (ノ>ω<)ノ :。・:*:・゚’★,。・:*:♪・゚’☆ (Crystal Aura Redux) che lasciano campo alle cadenze belliche, alla propositiva chiamata alle armi dal retrogusto cinematografico di Sensitivity Training. Caulfield e soci hanno dichiarato di rifarsi alle proiezioni macabre di registi quali Gaspar Noé e Leos Carax e in fondo si riscontra una completa disintegrazione dell’Io in questo attraversare luoghi differenti, a proprio agio con approccio sia super all’avanguardia sia lo-fi, in questo abbandono a balli da autentico Climax senza rete di protezione mentale o a continui cambi di identità da Holy Motors a livello urbano, suburbano ed extraurbano.
Detto che l’impatto è forte nell’insieme, perché le tracce fluiscono una dietro l’altra con straordinaria dinamica sequenziale in neanche quaranta minuti di perfetta durata, e che molti dei pezzi sono comunque una bomba di per sé, quello che piace maggiormente, però, di questo i’ve seen a way, è che non intende rievocare distopie alle spalle o ipotizzare distopie a venire – opzioni di comodo, francamente.
No, si cala al cento per cento nella distopia totale che è oggi, ora, vi si immerge, frantumandosi nella mercificazione dei corpi, nella crisi climatica, nel nuovo avvento multi-forma del fascismo, ma anche deflagrando già come uno dei migliori dischi del 2023. L’assalto punk-techno di Peach Fuzz è un piccolo anti-manifesto dalla parte dei perdenti: «Ce n’est pas une révolte, c’est une révolution».
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