Recensioni

7.5

And then there were two. Pare che Alan Wilder abbia commentato così, in un messaggio inviato a Dave Gahan, non appena appreso della triste ed improvvisa dipartita di Andy Fletcher nella tarda primavera del 2022. Significativo che sia stato l’altro compianto membro dei Depeche Mode (secondo forse solo a Fletch nel cuore dei fan) a sottolineare come, adesso, la partita fosse rimasta tutta da giocare tra i due superstiti, Gahan e Gore. Escluso un suo improbabile ritorno, nonché – figurarsi – quello del primo vero ex-Depeche, Vince Clarke, questo Memento Mori vede inevitabilmente, quasi suo malgrado, l’aprirsi di una nuova, ennesima fase nella carriera della longeva band di Basildon.

Che, giova ricordarlo, è sempre stata avvezza alle crisi e ai cambi di scenario improvvisi, rivelando ogni volta la straordinaria capacità di adattamento dei membri storici – in particolare di Martin Gore. Se l’abbandono del songwriter principale Clarke immediatamente dopo l’uscita di Speak & Spell già nel lontanissimo 1981 lo aveva costretto a prendere la penna in mano, la defezione di Wilder nel 1995, molto più sostanziale di quella di Fletcher almeno per quel che riguarda il versante musicale, artistico e creativo, ha portato lui e i rimanenti compagni di viaggio ad affidarsi sempre più all’apporto di esterni, da Tim Simenon (Ultra) a Mark Bell (Exciter), da Ben Hiller (dietro il fortunato trittico Playing The Angel, Sounds Of The Universe e Delta Machine) a James Ford, già dietro Spirit e adesso richiamato, insieme alla “nostra” Marta Salogni, per il nuovo lavoro.

Con un Dave Gahan già da diverso tempo attivo anche in fase di scrittura (forte anche di quella che ormai è una carriera parallela in seno ai Soulsavers), stupisce ancora un po’ che l’effettiva collaborazione tra i due sia ancora una rarità: solo un titolo di questo album, Waggin Tongue, porta la firma Gore-Gahan; un synth-pop di scuola OMD che, già nei primi dieci minuti del disco, pare comunque restituirci una band eccezionalmente rinvigorita, nonostante. Ci riferiamo, certo, alla perdita di una figura cardine, la cui mancanza è tuttavia “solo” simbolica; perché Memento Mori, pur registrato dopo, era stato già scritto prima dell’evento luttuoso, e il senso di quella famosa espressione latina, come messo in chiaro in numerosi passaggi stampa, è piuttosto un invito a vivere al massimo il tempo che ci resta nella consapevolezza che la morte fa parte delle nostre vite. Un’energia positiva che, una volta in studio, sarà certo stata ulteriormente rinvigorita dalla naturale e istintiva reazione alla morte (quella di Fletch, quella di chiunque): andare avanti sempre, e comunque. “We have to move forward, before we drown”, canta Dave nella sua Before We Drown, e lui è uno che di rinascite e di sberleffi all’Oscura Signora ne sa qualcosa (si è guadagnato onorevolmente, sul campo, il nickname The Cat).

Nella sostanza, in Memento Mori non ci si limita ad ammiccare al glorioso passato, ma si prova a conferire alle nuove canzoni un senso attuale e il più possibile fresco; si cita e ci si autocita, sì, ma sempre evitando l’effetto di già sentito, cercando di evitare le strade già battute. Merito, certo, delle nuove collaborazioni: vedi come l’apertura di My Cosmos Is Mine, a metà tra i salmi osceni di Songs Of Faith And Devotion e gli sferragliamenti industriali di Black Celebration, viene trasfigurata dalle tape machines della Salogni, che si guadagna persino un co-write nella conclusiva Speak To Me.

Ma la sorpresa più grande viene forse da quei quattro titoli che, incredibile dictu, figurano come co-autore Richard Butler degli Psychedelic Furs: è la prima volta in assoluto che Gore collabora con quello che è a tutti gli effetti un suo pari, una figura con un passato così importante alle spalle. Sembra che esistano delle demo con la sua voce, e che si sia brevemente considerato di pubblicare queste canzoni come progetto a sé – ma la macchina Depeche ha avuto la meglio, e, visti i risultati, non è stato certo un male: se l’ormai nota Ghosts Again è di fatto un piccolo grande classico di tarda carriera, tra synth gioiosi e ricercate reminiscenze Enjoy The Silence (ma quanta malinconia c’è in quell’”everybody says goodbye”?), Don’t Say You Love Me è la tipica torch song à la Gore, dove la melodia reiterata di My Favourite Stranger procede cupa in un incubo stridente tra certi Roxy Music e Suicide, mentre Caroline’s Monkey vive di vibrazioni para-blues Violator.

L’impressione è che Butler abbia tirato fuori il meglio da Martin, il cui grado di ispirazione è confermato dall’ottima Soul With Me, consueto siparietto solista che, come è noto, il Nostro si concede in ogni disco e che qui assume un ruolo centrale, forte di una progressione armonica quasi jazz e atmosfere soft che fanno pensare, persino, a certi Style Council (i synth in apertura sono deliziosamente presi, invece, di peso dalla Art Decade bowiana). Del resto della scaletta vanno certamente menzionati l’incedere Kraftwerk di People Are Good e le chitarre mai così post-punk di Never Let Me Go, ma nel complesso si resta sempre a livelli persino sopra la media.

Dunque, al netto dell’emotività della circostanza in cui ha visto la luce e dell’ulteriore strato di senso di cui è stato conseguentemente investito (che porta, inevitabilmente, a un plusvalore – vedi quel che è stato Blackstar per Bowie o Double Fantasy per Lennon: li considereremmo sempre così, quei dischi, se non fosse successo quel che è successo?), Memento Mori si rivela ascolto dopo ascolto estremamente solido, potente e a fuoco, forse ancora più che in passato; non che le prove recenti fossero deludenti, dacché i Depeche Mode hanno vissuto questo primo scorcio di millennio da dominatori quali sono, meritatamente, ormai da decenni, mantenendo costante uno standard più che dignitoso e senza mancare di assestare qualche zampata di classe a ogni album. Questo, ad ogni modo, appare già oggi come un album importante, comunque lo si voglia vedere; sia esso un ennesimo, nuovo inizio, o uno statement finale e definitivo, non ci sono dubbi: la loro gestione di carriera, in questa fase inevitabilmente terminale (triste dirlo – ma d’altronde il messaggio del disco è questo: nulla è eterno), è magistrale. Chapeau.

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