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7.8

C’è qualcosa di magnetico nell’artwork di copertina di unum, l’album d’esordio della band anglo-maltese ĠENN (qui la nostra intervista), attiva nel Regno Unito, a Brighton. Saranno quelle finestre ad arco, la frammentarietà delle architetture che, seppur elaborate in moderno 3D, proiettano un bagaglio gotico di trauma irrisolto. L’utopia di altre possibilità, di una via di fuga, è rappresentata dallo spazio d’acqua che si staglia attorno alla casa in questione, a suo modo imperiosa al pari del titolo in latino che si connette all’unità fra le quattro musiciste, quel senso di the one and only choice that matters perseguito anche attraverso l’auto-gestione.

Il gruppo, costituito da Leona Farrugia (voce), Janelle Borg (chitarre), Leanne Zammit (basso) e Sofia Rosa Cooper (batteria), sviluppa in maniera personale quanto di buono fatto intuire con l’EP Liminal del 2021, modellando il nuovo materiale di jam in jam collettiva anziché a distanza. Per loro, lo spazio di cui sopra, nel quale muoversi con naturale urgenza espressiva, è quello di una contemporaneità priva di barriere, di qualsivoglia tipo.

Un discorso che si può applicare innanzitutto al sound, derivante da un’attitudine post-punk, nella vis e nell’ombrosità di fondo, eppure capace di innestare al suo interno innumerevoli influenze, dalla primordialità del blues al jazz di sax fumosi, dal carico sociopolitico di matrice femminista della miglior ondata riot grrrl – traslato a oggi in problematiche post-Brexit, difesa dei diritti fondamentali e identificazione queer – alla sperimentalità, sino alla componente etnica e alla warmness mediterranea assicurate dalle origini maltesi di Leona, Janelle e Leanne, mentre Sofia, cresciuta proprio a Brighton, ha apportato rimandi giamaicani e portoghesi. Ne viene fuori un amalgama idealmente speziata di Algiers, Sleater-Kinney d’antan, Altin Gün.

Esattamente un decennio dopo, l’impatto di unum ci ha ricordato però in primis quello di Silence Yourself delle Savages, pur con le differenze del caso, sia per la dinamitarda intensità alt-rock che trasmette sia perché Farrugia, come Jehnny Beth, un’altra avvezza alle arti performative-teatrali, ci mette del suo persino sotto l’aspetto testuale, con un concentrato di esistenzialismo mai banale nel soffermarsi sull’atavica ricerca dell’identità. Il risultato è ottenuto innanzitutto grazie e un’ottima vocalità, in grado di passare dal sussulto alle invettive, facendo tesoro dei suoni delle lingue semitiche per caratterizzare ulteriormente i cantati, e in seconda battuta dalla lettura di capisaldi come Virginia Woolf o Jean-Paul Sartre nell’allenare uno sguardo autoriale da attenta osservatrice.

Un esempio di tale eclettismo al microfono, addentrandosi nella scaletta, arriva subito con l’1-2 iniziale, tra dimensione del sonno e del sogno. Rohmeresse è un omaggio alla Nouvelle Vague e ovviamente al regista Éric Rohmer, amato per i suoi personaggi calati nella quotidianità, che ipnotizza tra cori salmodianti, spoken e grida via via furenti, intanto che il groove avanza con andatura noir, in aggiunta a corde e fiati mediorientali. Un altro omaggio cinematografico è quello riservato a John Carpenter, nello specifico all’anticapitalismo di Essi vivono, nel clip di Days And Nights, altra liberatoria esplosione in crescendo, dalla travolgente progressione elettrica, mirata a cancellare tutte le forme che ingabbiano nella routine di un lavoro senz’anima: «the reclutance to understand: dreams clash with reality / losing yourself – over sleepless sleep».

A Muse (In Limbo) alterna ritmiche post-trip hop, sbavature psych e aperture per paradosso invitanti («open windows, yellow walls / trust the room as it’s my own», dove le finestre e i muri esprimono la medesima claustrofobia dell’immagine di copertina), nel tentativo di attuare un’esperienza fuori dal corpo e ancora una volta fuori dalle sovrastrutture. Se Heloise va pian piano a fuoco, è con la successiva ballad, Calypso, che le radici risplendono al meglio, tanto da riferirsi all’isola in cui è cresciuta la madre di Borg: il riff è nato attingendo alla tradizione għana, una specie di folk maltese, e la decadenza crepuscolare del sassofono rimarca una liberatoria componente jazz, mentre il surrealismo marino del testo si scioglie in un inglese che omaggia nello stile il poeta e sceneggiatore Mario Azzopardi e si avvicina nella resa alle tonalità arabe. La Saut Du Pigeon, quasi un giocoso intermezzo, è un mix di tutto quel che fa parte del piccolo universo ĠENN: new wave, celluloide, tendenze arty all’avanguardia, mood horror, mal di Francia.

La seconda metà del disco deflagra con la metallica A Reprise (That Girl), che si scaglia nuovamente contro il consumismo e la meccanizzazione disumana del lavoro, off e on line: «death upon the mundane», lo slogan. Funzionano molto bene anche le inquietudini di Apparition No 7 – «let the western wind dance to your rhythm», dalla coda dream noise – e le avventurose slabbrature di Wild West, perché, sì, tutto è abbastanza storto e scosso da queste parti, a conferma di una non allineata visione da outsider.

A chiudere, altri due brani speculari, tra asperità e melodie, raggi di sole, ripartenze e cadute catartiche: The Sister Of – ultimo singolo accompagnato da un cortometraggio girato in Ucraina che è «un viaggio nel superare tutti gli ostacoli per creare un’opera d’arte che trascende culture, lingue e confini» – e The Merchant Of, con un «bye bye» finale che compie il definitivo passaggio dall’alienazione al puro delirio. Lo stesso delirio dal quale discende la ragione sociale ĠENN e che genera questo debutto tradotto in poderoso atto di escapismo, altamente consigliato.

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