Recensioni
Matana Roberts
Coin Coin Chapter Five: In the garden
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Marco M. Boscolo
- 2 Ottobre 2023

La serie Coin Coin è una sorta di personale (contro)romanzo americano che va alla riscoperta della storia negata e nascosta della comunità afroamericana. Al posto della parola scritta, la sassofonista e band leader Matana Roberts usa il jazz, l’improvvisazione e la parola declamata, rendendo così omaggio anche ad alcune delle forme artistiche ed espressive che proprio le persone afrodiscendenti hanno creato e utilizzato nel corso dei secoli di storia degli Stati Uniti d’America. Dopo gli esordi tutti i presa diretta di Les Gens De Couleurs Libres del 2011, la serie è proseguita con band diverse: sestetto (Coin Coin Chapter Two: Mississippi Moonchile), in solo (Coin Coin Chapter Three: River Run Thee), di nuovo con la big band (Coin Coin Chapter Four: Memphis), ma sempre tenendo altissima la barra della proposta musicale e culturale. Qui si sta un po’ nel mezzo, con una formazione a geometria variabile che segue il flusso della musica e delle parole in un unico processo quasi cinematografico. Ma, a differenza del primo capitolo, qui la pianificazione è necessariamente maggiore, con una strutturazione di tutto il disco che mostra la piena maturità espressiva di Roberts, che qui va lodata non solo per la composizione e l’esecuzione delle proprie parti, ma anche per l’orchestrazione: il flusso sonoro ed emotivo è perfettamente calibrato nel corso dell’ora del programma.
Come sempre accade nei dischi della serie, non è solo la musica a contare, ma anche la parola. Qui lo spoken word è tutto dedicato alla vicenda di un’antenata della stessa Roberts vissuta all’inizio del Novecento e morta per le conseguenze di un aborto illegale. La (micro)storia diventa così simbolo non solo della nuova lotta per il diritto all’aborto ricominciata dopo il ribaltamento storico della sentenza Roe vs. Wade, ma anche di tutte le donne nere che sono scomparse nel silenzio e nell’indifferenza. Il mantra, che fa capolino in più occasioni, è “my name is your name, our name is their name, we remember they forget” che completa la saldatura con una consolidata tradizione di compenetrazione di protesta, attivismo e memoria. Ma la lunga e implicita lista di nomi è anche il dispositivo retorico attorno al quale Roberts posiziona politicamente e culturalmente il proprio romanzo black: dalla parte di coloro che sono stati oppressi, prima come schiavi e poi come cittadini di seconda categoria, e tra coloro, le donne, che in questa storia hanno avuto una parte ancora più agra. Lo sottolineano alcuni episodi del collage testuale, in cui Roberts sottolinea come nonostante la protagonista della storia venisse definita come intelligente e vitale, una volta che cercava di esprimere il proprio pensiero e il proprio punto di vista non veniva nemmeno ascoltata.
Sul piano strettamente musicale, anche questo quinto capitolo continua a tenere ben dritta la barra verso l’orizzonte ideale formato da Ornette Coleman e Anthony Braxton, con stella polare a indicare la via l’Art Ensemble di Chicago di Roscoe Mitchell (i due hanno anche suonato insieme nella Exploding Star Orchestra messa insieme nel 2013 da un altro jazzista chicagoano, Rob Mazurek). Oltre al (free)jazz in senso stretto, qui Roberts inserisce anche momenti spiccatamente gospel (the promise) che acuiscono l’aspetto liturgico e catartico di alcuni passaggi del disco e un costante riferimento alle marching band. Rispetto al passato, in questa occasione Roberts fa maggiormente ricorso a soluzioni tratte dalla musica classica contemporanea (l’innodismo spettrale di i have long been fascinated e l’uso ritmico del violino in a(way) is not an option).
Coin Coin Chapter Five: In the garden conferma la grande vitalità creativa di Roberts e si candida a uno dei capitoli più maturi e rifiniti del lotto finora inciso.
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