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In Pang, l’eccellente album di debutto da solista a nome Caroline Polachek dopo l’avventura targata Chairlift, senza contare quell’Arcadia uscito con l’alias Ramona Lisa, l’elemento figurativo ricorrente erano le chiavi, da intendersi quali strumenti per aprire innumerevoli porte, a spalancarsi su un pop-R&B sofisticato, cerebrale persino negli ammiccamenti, irresistibile ma sfidante – sfidante le strutture, le norme di genere stilistico, le interpretazioni a senso unico. Adesso, in Desire, I Want To Turn Into You, pubblicato il giorno di San Valentino dalla propria etichetta Perpetual Novice con distribuzione Sony, tutto sembra invece ruotare attorno alla sabbia di un’isola tropicale che è spazio ideale e idealizzato, dunque materiabilizzabile ovunque, meglio se tramite il potere a(s)trattivo della musica.

Attesa in Italia a novembre al Club To Club, la songwriter, produttrice e cantante statunitense – sempre più iconica nei giri che contano, pur non rinunciando a un profilo da outsider – suona più immediata, solare e giocosa che mai in questo nuovo lavoro post-pandemico, reduce dalla perdita del padre a causa del Covid-19, anche se alcune canzoni sono molto più datate a livello di composizione. Il processo di registrazione è stato avviato a Londra in partnership con Danny L Harle (PC Music), proseguito a Barcellona con l’aggiunta di Sega Bodega e sostanzialmente portato avanti tra una collaborazione e l’altra (da Christine and the Queens a Oneohtrix Point Never e Flume).

A differenza del suo predecessore, più omogeneo nel mappare varie influenze, Polachek si è sbizzarrita assecondando un approccio da lei stesso definito «massimalista», a suo agio nello spaziare con eclettismo di gran classe arty tra suoni digitali e organici, oltre che nello sfruttare appieno il suo impressionante range vocale. Tra perfezionismo, humour e weirdness, la scaletta va che è un incanto. Partiamo dai singoli già noti: Welcome To My Island apre le danze con la simulazione di un orgasmo su «un pavimento rotto di terracotta», a introdurre il tema del desiderio – il titolo Desire, I Want To Turn Into You proviene da qui – collegandosi tramite sample a un brano di PangLook At Me Now, e sviluppandosi in una mini-odissea sospinta dal vento in poppa di un assolo di chitarra marpiona e improvvisi inserti rappati: «Welcome to my island / Hope you like me, you ain’t leavin’». Certo che ci piace tale avvio, ad andarsene non ci si pensa neppure per sogno. Aggiungeteci un video che affastella vulcani in eruzione, baguette prese a calci (rimando al clip di Polymorphing dei Chairlift) e minotauri in riva al mare.

Ennesima conferma dei multi-livelli di lettura del songbook polachekiano, Bunny Is A Rider – forse in allusione a Bunny Ain’t No Kind Of Rider degli of montreal, forse in allusione al Bianconiglio di Alice nel paese delle meraviglie – è una fantasia di indipendenza dai social network e dunque anche dalle dipendenze emotive, è una fischiettabile guida a come scomparire completamente dai radar, sulla scia di un groove di basso tanto funky-sexy quanto misterioso: si pensa a Beyoncé e, per Beyoncé, Polachek aveva del resto scritto a suo tempo No AngelSunset cambia scenario, anteponendo le persone in carne e ossa alla virtualità, virando verso le colonne sonore spaghetti western di Ennio Morricone, verso corde acustiche flamenco e una caliente melodia crepuscolare che manderebbe fuori di testa Rosalía.

Blood And Butter – un’immagine, quella del burro insanguinato, anticipata nel video-raccoglitore di Welcome To My Island – è una ballad di pre-ritornelli e ritornelli killer con beat acquatici, cornamuse impazzite e armonizzazioni folkeggianti in zona Judee Sill, una «spirale ascendente» vicina al paradiso ed equivalente all’elevazione dell’innamoramento, mentre la stratificata Billions affastella visioni dionisiache, «sexting sonnets», flashback di matrimoni in frantumi (quello con l’architetto Ian Drennan), mispelling con il sorriso sulle labbra, riferimenti a Baudelaire nell’elogiare l’impatto salvifico dell’ubriachezza, omaggi a Kate Bush, agganci a quella Long Road Home realizzata con il succitato Oneohtrix Point Never e cori di bambini.

Il resto non è da meno: Pretty In Possible – un flow che scorre liberamente tra elettronica, note di pianoforte e archi, tra il rosso della lava e il verde delle foglie (due colori ricorrenti) – e Smoke, che celebra nel testo e nel sound quasi onomatopeico ancora una volta la morfologia del vulcano, si specchiano melodicamente l’una nell’altra. Perché, se ancora non fosse chiaro, non ci troviamo soltanto dentro a un disco bensì dentro al “microcosmo Polachek”, un piccolo vortice di linee che si intrecciano fra loro, un nastro di Möbius per fini osservatori-ascoltatori. Crude Drawing Of An Angel – il disegno appena abbozzato di un angelo appare sul soffitto della metropolitana, nella foto di copertina – osa con rollercoaster canori da vertigini, voyeuristici inserti spoken, sperimentale afflato trip hop e progressione twinpeaksiana da Angelo Badalamenti (RIP, Maestro), mentre I Believe è dedicata alla scomparsa dell’amica SOPHIE, nel segno di imperiose sciabolate sintetiche che tendono concettualmente all’immortalità.

Un’altra sorpresa è rappresentata dal coinvolgimento di Grimes e Dido nella soave Fly To You, che si riallaccia alla traccia di cornamusa di Blood And Butter, in un vero e proprio rompicapo interno all’album, dove i tasselli del puzzle sembrano flirtare l’uno con l’altro nella cornice di un unico atto di prestigio. Ci sono infine due episodi di inatteso intimismo: Hopedrunk Everasking è new gospel-soul che si sveste di ogni orpello e Butterfly Net guarda al songwriting in originale chiave radiofonica-psichedelica.

Is This Desire?, si chiedeva PJ Harvey. Se il desiderio muove il mondo, Polachek muove il desiderio di scoprire il miglior pop oggi in circolazione. Che lei incarna in pensieri, parole e opere.

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