Recensioni

Tra le tante immagini e allucinazioni folkloristiche all’interno di Orlam, il racconto in versi pubblicato da PJ Harvey nel 2022, il primo composto in dialetto del Dorset dai poemi ottocenteschi di William Barnes, un passaggio in particolare sembra offrire un parallelo con l’ethos dietro all’ultima reinvenzione di PJ Harvey: «Till the wordle’s will succumbs / Vokket in the idiom» – tradotto liberamente: «Finché il mondo arrende la propria forza di volontà / vaga nell’idioma». Per quanto interpretare il lavoro di PJ in chiave autobiografica, a sua detta da sempre, equivalga a commettere un peccato capitale, quest’immagine di presunto scollamento dal principio di realtà, questo perdersi nelle tortuosità e nei piaceri dell’idioma, cattura alla perfezione il ruolo trainante giocato dal poetare in dialetto in quella che PJ descrive come una delle sue fasi artistiche più ispirate e libere.
L’approccio etnografico nella scrittura e un processo di registrazione semi-pubblico eretto a “installazione” nella prestigiosa Somerset House di Londra non bastarono a convincere PJ di aver propriamente voltato pagina con The Hope Six Demolition Project (2016), un album sì monumentale e politico, ma a tratti appesantito dalla verbosità delle sue premesse giornalistiche e un sound ancora troppo vicino al folk-rock trascendente di Let England Shake (2011) da non commettere l’altro grande peccato capitale secondo Harvey – la ripetizione. A sbloccare la sensazione di stallo («directionless», l’ha definita) fu proprio la stesura di Orlam, avvenuta durante un mentoraggio di sei anni con il poeta Don Paterson e accompagnata da un’immersione nel paesaggio, folklore e dialetto del suo Dorset. «Mi sembrò di essere tornata ad essere una bambina di cinque anni», ha detto di quel periodo, «in lacrime ai piedi di un abete in fondo al giardino». Il pubblico del Southbank Centre di Londra ebbe modo di constatare di persona la trasformazione in occasione della presentazione del libro, avvenuta la scorsa estate: accompagnata da field recording e tracce ambient che ben si allineavano ai suoi ultimi lavori per il teatro e la TV (tra cui The Virtues, All About Eve e, più recentemente, Bad Sisters), PJ interpretava i nuovi poemi, raggiante e istrionica come non la si vedeva da tempo.
Al sostenuto sguardo sul presente di The Hollow of the Hand (2015), la raccolta di poesie da cui germinarono i brani di Hope Six, Orlam, che del nuovo album I Inside the Old Year Dying costituisce il punto di partenza, preferisce il contorni sfocati del realismo magico, infondendo nel progetto un gusto per il liminare, un affascinante confondersi di autobiografia e immaginazione, passato e presente, sonorità folk-rock e crepuscolare elettronica. L’album racconta in musica le scorribande tra il quotidiano e il mistico della protagonista Ira-Abel Rawles, una bimba di nove anni protetta dall’oracolo di un agnello di nome Mallory-Sonny e perdutamente innamorata del fantasma di un soldato della guerra civile inglese incontrato nella finzionale foresta di Gore, un Wyman-Elvis su cui viene proiettata la figura di Elvis Presley, uno dei pochi riferimenti al ventesimo secolo dispersi tra oscuri arcaismi e risposte ai poeti del Romanticismo inglese.
Per quanto in Orlam non manchino tracce di autobiografismo («time to ring the lamb’s tails and testicles», annuncia Ira nel mese di Febbraio, riportandoci ai dettagli di vita da fattoria di cui PJ parlava in TV a Jay Leno nel 1993) e in I Inside the Old Year Dying riflessi di sonorità del passato, assieme ai consueti collaboratori John Parish e Flood, PJ è riuscita a delineare un microcosmo letterario e sonoro che si qualifica come uno dei capitoli più sfuggenti della sua carriera.
Le premesse folk del materiale di partenza vengono inevitabilmente catturate nell’insieme, ma compaiono con più trasparenza in una manciata di brani, annunciate dal fingerpicking e dall’angelica interpretazione vocale in Lwonesome Tonight. Se nella psichedelica A Child’s Question, July lo stregato botta e risposta tra PJ e Parish («Horny devil/Goaty God») viene accompagnato da un cinguettio, nel luminescente brano folk-blues Seem and I, in cui la voce di PJ si muove con agilità tra la spensieratezza del testo e i laceranti cori in sottofondo, è il belato di un agnello ad adornare un mistico a cappella d’apertura (che PJ abbia riscoperto Animals dei Pink Floyd, tra i pochi artisti contemporanei citati in Orlam?).
Campane di chiesa e flebili rumori adornano il matrimonio di chitarra acustica e flemmatiche percussioni nel singolo I Inside the Old I Dying, un brano così gracile da sembrare a prima vista poco avventuroso, ma cui le sbavature nel canto “in presa diretta” di PJ aggiungono un chiaroscurale misto di disperazione e desiderio («Frogs and toads in logwood holes / hedgehogs in their leafy ditch / all waiting for His kingdom»).
È proprio laddove il disco gioca a dissimulare le proprie radici folk a favore di un sound più “sporco” che gli episodi più avvincenti prendono forma. Su insistenza di Flood, felice di vedere una PJ aperta a perdere il controllo e improvvisare, overdubbing e perfezionismo sono stati pressoché banditi, e grazie alle manipolazioni di Adam ‘Cecil’ Bartlett, i tanti field recordings raccolti da PJ in prima persona e attinti dai cataloghi di library music dei colleghi attivi in ambito teatrale, sono stati trasformati al fine di creare inquietanti ibridazioni di organico e digitale.
L’effetto di questo processo si ammira in una serie di brani dal potenziale straniante. Nell’apripista Prayer at the Gate, un lento, solenne inno di ricongiungimento al Cristo-Elvis di Ira («Wyman, am I worthy? Speak your wordle to me»), un brontolio meccanico in sottofondo e viscose chitarre blues ospitano una delle interpretazioni più singolari di PJ, giocata sul contrasto tra la spensieratezza di un refrain bambinesco («doo doo-doo doo») e la perentorietà delle strofe, in cui gli acuti ansimanti di PJ impersonano una figura anziana («So look behind look before / Life knocking at death’s door»). In Autumn Term PJ e un irriconoscibile Parish proseguono il mascheramento, tingendo di teatralità un atmosferico mix di chitarra acustica e pianoforte, cui si sovrappone un cadenzato sample di voci di bambini, impiegato a mo’ di beat (qui Ira compiange la fine dell’estate e teme il ritorno a scuola).
The Nether-edge e All Souls costituiscono il picco esoterico dell’album, ergendosi su ipnotiche, ovattate percussioni che a tratti ricordano la solennità di brani di Is This Desire? (1998) come Catherine e The River. Mentre la prima sembra faticare a contenere tutti i dettagli della narrazione (il repentino cambio di tonalità degli ultimi secondi una sorta di incongrua ritirata folk), All Souls apre con un incorporeo synth e si prende tutto il tempo necessario a intessere una densa, opprimente texture a base di piano e batteria su cui si consuma lentamente la drammatica sparizione di Wyman-Elvis.
Equiparabili momenti dalla forte carica emotiva compaiono anche in August e A Noiseless Noise, qui costruiti a mezzo di sonorità più marcatamente rock, lasciando ad abrasioni e riverberi il compito di incorniciare alcune delle immagini più caratteristiche di Orlam, il presleyano mantra «Love Me Tender» (già espressione chiave nel monocromo primo singolo A Child’s Question, August) e una descrizione di Ira che echeggia i ricordi d’infanzia di PJ noti ai più («Just a gawly girl / Just a bogus girl»).
Nelle concitate sonorità da marcia di A Noiseless Noise così come nei due minuti della fulminea title-track, non ci si ritrova esattamente anni luce dalle collaudate sonorità della PJ Harvey anni Dieci, consolidando l’impressione che I Inside the Old Year Dying esibisca le sue dinamiche più stimolanti e propriamente “nuove” nella riscoperta del legame con l’elettronica.
Pur pescando liberamente dalla struttura di Orlam, glissando sulle sue componenti più grottesche ed eccentriche, I Inside the Old Year Dying riesce a catturarne il mistero. Specie se messo a confronto con le impressionistiche irregolarità di un album come A Woman A Man Walked By (2009), un’altra collaborazione con Parish infarcita di riferimenti al mondo animale (Pig Will Not) all’infanzia (Sixteen, Fifteen, Fourteen), a soldati (The Soldier) e figure genderfuck ante litteram (la title-track), il disco sembra trionfare più come album d’atmosfera che come prova di una radicale reinvenzione.
Nutrendosi di piccoli dettagli e sfaccettature, I Inside the Old Year Dying presenta il “netherworld’” sonoro partorito da Orlam più come una suggestione che un “libro aperto”, un microcosmo che ci è concesso osservare dalle linee di confine.
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