Recensioni

Loraine James ha sempre fatto trasparire una forte personalità. Ulteriore tassello di un percorso coerente lo ritroviamo in quest’ultimo Gentle Confrontation, album che vede la producer confrontarsi con il proprio passato e restituirlo entro una dimensione narrativa. Una pratica che ha pochi eguali nel panorama della musica elettronica attuale, appannaggio di chi possiede già una certa maturità artistica: ne sono un esempio l’ultimo Atlas di Laurel Halo o l’autobiograficamente ‘speculativo’ Oneohtrix Point Never di Magic o del più recente Again.
L’immaginario di Loraine James è ormai consolidato. Artista queer cresciuta tra le council estate londinesi, nelle sue produzioni costruisce un dialogo intimo con le difficoltà e le sofferenze passate, trovando in esse un veicolo delle sue spinte creative. È questo il punto da cui partire per approcciare il suo quinto album, nonché terzo per l’etichetta-istituzione Hyperdub. Gentle Confrontation prosegue un discorso incentrato sulla memoria; sia essa personale, come aveva fatto in For You And I del 2019, in cui l’indagine sul proprio vissuto veniva circoscritta alla dimensione urbana, o culturale, come invece aveva fatto nell’ultimo Building Something Beautiful For Me del 2022, in cui dialogava con l’eredità del compositore di New York Julius Eastman. Qui le due dimensioni vengono conciliate realizzando, nelle sue parole, il disco che avrebbe voluto fare da adolescente, come è possibile notare nel brano One Way Ticket To The Midwest (Emo), omaggio all’indie/emotronic dei DNTEL e di Lusine.
Come in passato, nella forma si districa tra drums scintillanti, kick morbidi e melodie ondeggianti, il tutto sempre filtrato da un’attitudine jazzy alla composizione figlia delle sue radici. Sebbene la ricetta sia stata testata più volte, la James riesce a dare ad ogni suo disco uno specifico temperamento, ed è notevole la sua capacità di muoversi sempre su una linea di confine tra i generi, talvolta glitch/IDM, talvolta hip-hop, talvolta semplice bass, senza mai sconfinare del tutto in nessuno di questi.
Nota positiva dell’album va dedicata alle collaborazioni: non sospendono il flusso d’ascolto ma si inseriscono dolcemente, quasi come se fossero degli ospiti che arrivano a festa già iniziata entrando nel mood senza far notare la propria presenza. Il più riuscito è sicuramente il featuring con la spettacolare Marina Herlop, (While They Were Singing) dove la vocalità quasi extraterrestre della compositrice catalana crea un equilibrio magico con la freddezza delle macchine, umanizzando i vari glitch presenti e portandoli ad un livello superiore. Oppure il singolo Déja Vu, che vede RiTchie (una delle tre voci degli Injury Reserve) abbracciare la strumentale dolcemente con un alt-rap azzeccatissimo.
Dal punto di vista dell’ascolto non siamo in territori morbidi, come invece lo siamo stati nello splendido viaggio a basse temperature firmato sotto l’alias Whatever The Weather, e, come in altri suoi lavori, ci si lascia andare a qualche divagazione eccessiva. Ma una volta che si impara ad ascoltare il linguaggio di Loraine si entra in una stanza arredata di confessioni strumentali autentiche.
Ne è la prova la traccia più riuscita dell’album, che arriva alla fine: I’m Trying To Love Myself è un’introspezione che coordina correttamente il tutto, la giusta bilancia tra glitch caotici, elementi umani, impressioni IDM e bass UK, trasportando il contenuto con la forma in maniera armonica (cosa che non avviene in altri momenti dell’album). La rivelazione del potenziale di una musica splendidamente umana pur nella sua glaciale essenza tecnologica.
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