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7.3

Il termine selva non è un termine dell’italiano comune. È usato quasi esclusivamente in ambito letterario, perché proprio di questo ambito è un topos, un tema ricorrente. Senza scomodare quella dantesca che era oscura, la selva è il luogo dove si forma l’identità dei protagonisti delle storie della mitologia greca (Ulisse va a caccia del cinghiale nella foresta del monte Parnasso e viene riconosciuto da Euriclea), è un luogo ameno dalle parti della spelonca di Calipso o nei pressi dei Campi Elisi in cui scorrono le acque del fiume Lete, o è un luogo orrido come quella che incontra Enea prima di fare il suo ingresso nell’Ade. E questa breve panoramica, non tiene nemmeno in considerazione le mille foreste attraversate dagli eroi dei poemi cavallereschi quattro e cinquecenteschi, nelle quali questi ultimi superano prove e trovano se stessi.

Dopo la valorosa prova Until We Fossilize (2021), nella quale l’ambizione di creare atmosfere cinematiche alla Badalamenti e le aspettative dovute alla pubblicazione del primo disco con la prestigiosa Fire Records hanno forse avuto la meglio, Marta Del Grandi è pronta a fare i conti con gli aspetti più intimi del suo cantautorato. Non è un caso, quindi, che la musicista italiana ma cittadina del mondo (ha viaggiato fra Cina, India, Nepal e Belgio) abbia deciso di affidarsi al topos della selva per condividere il suo album più identitario, più sincero, più genuino. La formula è quella che mescola abilmente folk e ambient, con un approccio piuttosto contemporaneo, nobilitato da una voce cristallina ed eterea che pare una sintesi virtuosa tra Julia HolterJosephine Foster e Björk.

L’aspetto più interessante di Selva è il processo di scarnificazione degli orpelli superflui della forma-canzone e il conseguente avvicinamento all’anima nuda dei brani, composti mettendo al centro la raffinatissima voce della loro autrice. È questo il caso di Mata Hari, un brano di contaminazione rimitca e armonica, che omaggia la danzatrice olandese che importò i balli tradizionali malesi nella scena parigina di inizio ‘900. Altrove (Marble Season), Del Grandi usa gli strumenti del dream-pop per imbastire atmosfere monsoniche in odore di Mazzy Star, o quelli del jazz-folk (in Eye of the Day) per ricamare una trama di malinconia che sembra mettere in comunicazione Joni Mitchell e Bob Dylan.

In Selva c’è spazio anche per una certa dose di audacia, con i ritmi tribali di Snapdragon (a metà fra Julia Holter e Tune Yards), costruita con loop station arrangiamenti organici, o le derive minimaliste di Polar Bear Village, che sembra accennare alle composizioni di Steve Reich, ma finisce per risultare piuttosto beatlesiana. O ancora: il trip hop in odore Portishead di Good Story e il ronzio alieno della titletrack (unico brano in italiano che ci ricorda un po’ la Cristina Donà di Goccia) confermano le ottime intenzioni di questo lavoro. A Del Grandi non rimane altro che trovare una (ancor più) personale collocazione in un mondo musicale (quello del cantautorato arty femminile) al momento particolarmente affollato. Quel che è certo è che con Selva, proprio come gli eroi e le eroine dei romanzi cavallereschi, la cantautrice milanese ha (ri)trovato la propria identità, regalandoci un lavoro sincero e allo stesso tempo raffinato.

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