Recensioni

Il mito dell’amore romantico, potente suggestione ancor prima che reale sentimento, oggi, secondo Fever Ray, all’anagrafe Karin Dreijer. Artista destabilizzante al servizio di uno dei temi più abusati di sempre, e potenzialmente abusati male, oppure quest’ultimo filtrato attraverso gli occhi visionari di Dreijer, come al solito e ancor più del solito non identificabile in chiave univoca, oltre qualsivoglia data di nascita o genere, persino negli scatti che accompagnano il lavoro, incluso quello di copertina. Essere alieni nell’approcciarsi all’essere umano, dunque appunto all’amore, carnale o digitale, esploso o incompiuto, cruento o liberatorio, gioioso o luttuoso, e dunque di riflesso allo scorrere del tempo che esalta e limita il nostro raggio d’azione.
Tutto nel nome di una forma synthpop fuori da ogni convenzione, al terzo album dopo l’omonimo esordio solistico del 2009, biglietto da visita di algida darkness, e Plunge del 2017, turning point di politica queer. Proprio per Plunge, nel complesso più aspro, era stato composto in origine il conturbante singolo What They Call Us, a quattro mani con il fratello Olof – presente anche in altre tre canzoni, per la prima volta dopo ben otto anni – e non a caso tra gli episodi più vicini all’indimenticabile era The Knife, rievocata forse con un po’ di legittima auto-nostalgia in attesa di una vera e propria reunion, in un 2023 che segna peraltro il decennale dell’ultimo album Shaking The Habitual. «Did you hear what they call us? / Did you hear what they said? / My plan was flexible / Don’t get stuck anywhere»: nessuna etichetta, nessuna gabbia. The Knife e Fever Ray: rivoluzione ormai storicizzata e contro-resistenza da non dare affatto per scontata, probabilmente di nuovo sulla linea di un’unica narrazione.
Il resto dei collaboratori in fase di produzione stuzzica non poco: in primis Trent Reznor e Atticus Ross (per l’electro-punk anti-bullismo di Even It Out e l’ombrosa morbidezza di North, a intrecciare sesso, lancette dell’orologio e prosperità), ma anche Vessel e il progetto Aasthma di Peder Mannerfelt – già coinvolto in Plunge – e Pär Grindvik, oltre a NÍDIA – anche lei di ritono da Plunge – e Johannes Berglund. Senza dimenticare la longeva collaborazione con Martin Falck per quanto concerne la sfera visiva, inclusi quattro clip che procedono tra fanta-postazioni di lavoro in stile Severance, sdoppiamenti di personalità e rimandi interni a Pass This On, omaggi a John Waters e Susan Sontag.
In Kandy, dove ricompaiono sensuali serpentine di groove e caratteristiche percussioni tribali, la domanda principale è: «What if I die with this song inside». Dreijer coglie l’attimo squarciando il sottile velo dell’esistenza e centrando un altro piccolo instant classic sempre in combutta svedese con Olof, caramellina da sciogliere in pista con appiccicosissimi effetti collaterali. Due Dreijer, insomma, uguale doppio godimento, ma riesce concettualmente molto bene anche la partnership con Vessel che, a proposito di Carbon Dioxide, melodica-ballabile fantisticheria su innamoramento, chimica e natura, ispirata tanto alle parole della Bibbia quanto allo standard Baby Elephant Walk di Henry Mancini, ha spiegato come l’assurdo e il grottesco preservino dal sentimentalismo. Sta tutto qui, in fondo, il senso estetico di Radical Romantics.
L’esotismo di Shiver («Can I trust you», la domanda) o le nuance tra Peaches e anni 80 di Looking For A Ghost («Looking for a person…», la quest) sono graziosi e affilati ferri del mestiere, mentre piacciono ancora di più gli spoken filo-cronenberghiani di New Utensils e i beat distopici di Tapping Fingers. In conclusione, i sette e passa minuti minimali di Bottom Of The Ocean sembrano riecheggiare, appunto, dal fondo del mare, da una dimensione di infinite possibilità e sentire senza compromessi.
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