Recensioni

ÁTTA, come da titolo, è l’ottavo album di studio dei Sigur Rós. Un numero di equilibrio cosmico che, se rovesciato, può simboleggiare addirittura la ciclicità del tempo. ÁTTA arriva a un decennio esatto di distanza dal precedente Kveikur, l’articolo più fosco, elettrico e muscolare, a momenti vicino a industrial e dubstep, del celebre gruppo islandese. Inoltre, ÁTTA segna il ritorno di Kjartan Sveinsson a piano e tastiere, assente da Valtari del 2012 per dedicarsi a colonne sonore e altro, e conferma l’assenza di Orri Páll Dýrason alla batteria, allontanatosi dai compagni in seguito alle accuse di molestie sessuali del 2018. Ovviamente, ci sono il frontman Jón Ϸór Birgisson – al secondo giro da solista con il pop-rock elettronico di Shiver nel 2020 – e il bassista Georg Hólm, da sempre a costituire il nucleo del tutto.
La tensione verso l’infinito di cui sopra si pone in apparente contrasto con la suggestiva immagine di copertina, ripresa da una installazione video dell’artista Rúrí, risalente al 1983 e al centro in realtà dell’intero artwork, che poneva dinnanzi alla finitezza dell’essere: un gigantesco arcobaleno di tessuto, attuale richiamo a bandiere in sostegno a orgoglio LGBT(QIA+) e pace, bruciato anziché consunto lentamente dalle vampe di un incendio, ridotto a scheletro ad arco. Da In Rainbows dei Radiohead, ricordando che Thom Yorke fu uno dei primi sostenitori della cricca scandinava, qui siamo giunti ai colori andati in fiamme, in un’era nella quale non è più possibile neanche aggrapparsi all’innesco adrenalinico dell’ansia.
Prodotto assieme a Paul Corley, collaboratore live dal 2016, e arrivato a sorpresa, sebbene l’annuncio degli attesi concerti speciali con un ensemble di quarantuno elementi avesse tintinnato alle orecchie come un pre-alert di imminenti, ulteriori news, ÁTTA nasce dalle lacerazioni del presente, si mette in moto introspettivo e proietta in direzione dell’estasi. Jónsi ha parlato di musica «scarna» e «fluttuante», ideale per vestire gli anni che passano tra cinismo acquisito e necessità di sentire qualcosa, ovverosia commuoversi. Nella reazione che innesca all’ascolto, la sua grandezza sta proprio nell’avvolgere tanto la disillusione quanto la fede in un’altra possibile forma di bellezza, somewhere over the rainbow.
Eppure questo manifesto desiderio di arrivare dritti al punto dell’emotività è veicolato da un sound a suo modo spazioso, se non maestoso come mai prima d’ora, con la presenza massiccia della London Contemporary Orchestra diretta da Robert Ames (gli arrangiamenti di archi sono di Jónsi & Co.), oltre a quella preziosa della fidata sezione fiati Brassgat í bala. L’album è scaturito da alcune jam losangeline fra i ritrovati Jónsi e Sveinsson, interrotte dalla pandemia, per poi essere registrato dal trio in più continenti, nella postazione personale di Sundlaugin, in Islanda, ma anche nei leggendari Abbey Road Studios nel Regno Unito e in altri luoghi negli Stati Uniti. Jónsi, ancora: «Quando ci rimettiamo al lavoro, consideriamo sempre ogni album come se fosse l’ultimo. Pensiamo sempre al cambiamento climatico, allo scorrere del destino e all’inferno». In fondo, conclude: «Quando c’è oscurità, c’è luce». ÁTTA, però, non è un semplice antidoto al male, né la pacca consolatoria sulla spalla. Sprigiona, piuttosto, un’impellenza di sfida, nel passarci nel mezzo, nell’abbandonarvisi, allo zeitgeist e alle note che ne derivano in reazione: Fuoco cammina con me.
ÁTTA è anche uno slow burner, sia in senso ritmico – la batteria è impercettibile – sia in senso di sedimentazione. I dieci brani in programma vanno a collocarsi in un quadro paesaggistico ormai marchio di fabbrica: voce eterea e criptica-universale nell’alternarne volenska-hopelandic, lingua-madre e sporadico inglese, post-rock e ambient, approccio aperto al solito alla sperimentazione e colate di cristallina melodia in grado di ripulire da qualsivoglia scoria. Senza contare Kveikur, che era appunto talmente differente dal resto della produzione da rappresentare un riuscito capitolo a parte, si potrebbe dire che ÁTTA è il miglior disco della compagine nordica dal 2005 di Takk….
Un disco che va approcciato nel suo insieme, dalla mini-sinfonia introduttiva con parole in reverse di Glóð all’esteso singolo Blóðberg, trainato da un apocalittico clip di Johan Renck, con distese di cadaveri-manichini in accompagnamento a un ardito mix di minimalismo drammatico e soundscape decadente. Skel spinge subito dopo in apertura trascendente su impianto classicheggiante e canto in falsetto aereo, mentre Klettur, a essa collegata in dissolvenza, è l’unico episodio che azzarda più marcati passi percussivi, con le innumerevoli corde a volgersi a Oriente. Mór è notevole nel suo porsi tra essenzialità ed epicità, a tratti organismo vivente a sé stante: respira, si increspa, riverbera. Ci sono autentiche canzoni: se Andrá ingloba piano ed elementi acustici in un’iridescente sfera dream folk, Gold apre alla comunicazione lineare nel suo intento di riconciliazione ad ampio spettro. Tris di chiusura con le funzionali elevazioni di Ylur, l’ipnotica essenzialità della concisa Fall e i quasi dieci minuti di durata di 8, a sfumare e diluire via via il tormento su una scia di psichedelia spirituale. ÁTTA è l’eterno ritorno dei Sigur Rós.
Amazon
