Jim Sclavunos
Jim Sclavunos dei The Bad Seeds. Foto di Deirdre O'Callaghan (2022)

Nick Cave da vicino. Intervista a Jim Sclavunos

Intendiamoci, Jim Sclavunos non è soltanto “uno dei Bad Seeds” – tra l’altro uno dei più longevi e fidati componenti del gruppo di Nick Cave, dato che “continua a funzionare”, dice lui tra una battuta e una risata, dai tempi del tour di Let Love In. È un musicista che ha un curriculum invidiabile ed è ancora richiestissimo, al punto che i tanti impegni non gli lasciano il tempo di dedicarsi a progetti più personali.

Gli appassionati di no wave e di avant-rock lo ricordano sicuramente nei Teenage Jesus and the Jerks insieme a Lydia Lunch, che ha accompagnato anche in progetti successivi come gli 8-Eyed Spy. È stato per un breve periodo nei Sonic Youth, ha suonato con i Cramps (quelle che lui chiama little bands a un certo punto dell’intervista proprio little non sono, hanno fatto realmente la storia della nostra musica). Il suo laconico sito personale lo presenta come musicista, autore e produttore, ci racconta che ha lavorato anche con Marianne Faithfull, Iggy Pop, Thurston Moore, Mark Stewart, oltre alla sua band The Vanity Set, ha prodotto artisti come The Horrors, Gogol Bordello, Beth Orton, Fat White Family, The Jim Jones Revue, e curato remix per Depeche Mode, Philip Glass, Alan Vega, Grinderman e Boss Hog.

La sua naturale polivalenza e versatilità è il motivo per cui tanti macro e micro cambi di formazione il suo ruolo nei Bad Seeds resiste da più di trent’anni. È soprattutto una persona con cui è piacevolissimo parlare, e che nel tempo compresso imposto dai ritmi del ciclo di promozione – in questo caso di Live God, album che documenta il lungo tour seguito all’uscita, nel gennaio 2024, di Wild God, disco che ha fatto appassionare ma anche discutere fan e addetti ai lavori per le sue scelte estetiche – ci ha comunque concesso una chiacchierata ricca di aneddoti e prospettive molto interessanti sulle dinamiche interne al multiforme complesso che da sempre accompagna Nick Cave, sia per il lavoro in studio che per quanto riguarda i concerti.

Stiamo per parlare di Live God che è in uscita, ma farei prima un piccolo flashback. Suoni con Nick Cave e i Bad Seeds da trent’anni ormai. Ti va di raccontarci com’è cominciato tutto?

Certo, anche se non è che sia una storia così interessante [ride, NdSA]. Avevo conosciuto Nick Cave e Mick Harvey molto tempo prima, quando erano ancora nei Birthday Party e avevano suonato negli Stati Uniti. Sarebbe stato poi l’ultimo tour dei Birthday Party in America. Lydia Lunch era la co-headliner di quel tour, io suonavo con lei le tastiere e il sax, avevamo un set-up piuttosto inusuale con nastri registrati e altre cose.

Con Nick e Mick, mi ero trovato subito bene. Avevamo mantenuto i contatti negli anni, anche se non in maniera così stretta, Nick non l’avevo più visto, ma mi era capitato di vedere Mick Harvey: quando vivevo sulla West Coast suonavo in una band con Kid Congo Powers, i Congo Norvell, e lui ci aveva prodotto alcune canzoni. Poi sono stato in giro per un po’ e a un certo punto mi ero trasferito a Vienna: c’era un concerto di Nick Cave & The Bad Seeds in città, ma ero al verde, non avevo soldi per comprare il biglietto, né idea di come contattarli per chiederli di mettermi sulla lista degli ospiti.

Sapevo soltanto che c’era un unico ristorante aperto ventiquattro ore su ventiquattro, si chiamava Salz und Pfeffer, e probabilmente li avrei trovati lì dopo il concerto. Non so se il ristorante esisterà ancora, comunque sono entrato e loro c’erano, stavano cenando con tutta la band. Ho salutato Mick Harvey, e mi sono presentato di nuovo a Nick. Nulla di che, non pensavo che li avrei rivisti molto presto. E invece, appena finito di registrare Let Love In, avevano bisogno di un polistrumentista per i concerti – in quel disco ci sono molti overdub di vari strumenti come campane tubolari, tastiere, organo, percussioni – e devo essergli rimasto in mente.

Nel frattempo me n’ero tornato a New York con la coda fra le gambe: non avevo un soldo, tanto per cambiare, vivevo a casa di mia madre e non sapevo che cosa diavolo avrei fatto della mia vita dopo tutti quegli anni passati a suonare in piccole band. Ed ecco che dal nulla arriva una telefonata, è Mick Harvey: “Che dici? Ti va di venire in tour insieme a noi? Abbiamo tre mesi in Europa e poi facciamo il Lollapalooza negli Stati Uniti.” Ho risposto: “Certo che si”, del resto la mia agenda era talmente fitta… non avevo proprio un’agenda, e così una settimana dopo ero a Londra per le prove, senza sapere una canzone. Ma ho trovato il mondo di funzionare, più o meno.

Stai ancora funzionando bene, direi, se suoni sempre con loro.

Sto ancora funzionando: detta così mi piace. E continuo a funzionare, se da allora non mi hanno più cacciato. Ci vuole qualche aggiustatina ogni tanto, un po’ d’olio qui e là, ma direi che funziono ancora bene [ride, NdSA].

Il primo album a cui hai lavorato con i Bad Seeds è stato Murder Ballads. Che ricordi hai di quel disco?

Ricordo le prime session a Melbourne. Non ricordo se erano i Sing Sing o un altro studio, ma eravamo a Melbourne ed era la mia prima volta in Australia. Il jet lag era intenso, ho vissuto quei giorni un po’ da sonnambulo. Le registrazioni sono state molto diverse da com’ero abituato, fatte molto più in scioltezza. Quando suoni in band piccoline e hai poco budget, devi provare fino allo sfinimento e andare a registrare quando hai tutto pronto per chiudere in fretta. I Bad Seeds sembravano non aver provato per niente.

Improvvisavano, buttavano giù due o tre take ed era tutto lì. Senza lavorare più di tanto sugli arrangiamenti: quelle erano le tracce base, ci sarebbe stato poi modo di sviluppare e rifinire tutto più in là. C’era molta libertà, e c’era un gran via vai; in quel disco, come sai, ci sono tanti ospiti. Era un’esperienza completamente nuova per me, e per questo è stato molto interessante. Mi ricordo anche che verso la fine di quelle sedute avevo trovato questo libro di poesie di carcerati – versi che magnaccia e prostitute si leggevano in prigione per passare il tempo – che ho dato a Nick, in cui c’era una versione davvero cruda di Stagger Lee, piena di oscenità.

Pensavo fosse tardi ormai, avevamo già quasi finito il disco, ma gli è piaciuta talmente tanto che abbiamo improvvisato al volo una nostra versione, tutta costruita sul basso di Martin Casey, quella piccola linea serpentina di basso, in cui ho suonato la batteria. L’avremo incisa alla seconda take, non di più. Come saprai è venuta in studio anche Kylie Minogue: e la cosa buffa è che Blixa aveva cantato lui una traccia di prova che le abbiamo fatto ascoltare. È molto strano sentire quella canzone cantata da Blixa [ovviamente parliamo di Where the Wild Roses Grow, NdSA], ma a modo suo era anche quella una bella versione [ride di nuovo, NdSA].

In tutti questi anni hai visto il gruppo cambiare, passare dai “classici” Bad Seeds con Mick Harvey e Blixa Bargeld a quelli più “contemporanei” in cui è Warren Ellis la spalla creativa più vicina a Nick. Da questo punto di vista credi che Push the Sky Away con il senno di poi sia stato un punto di svolta, sotto il profilo musicale?

Credo di sì. Non voglio parlare per Nick o per Warren, ma penso che sarebbero d’accordo. Credo che prima però ci sia stato un altro punto di svolta. Per prima cosa, e lo ribadisco sempre, ogni album dei Bad Seeds è diverso da quello che lo ha preceduto perché l’idea di base è quella di reinventare ogni volta la band e di cambiare il più possibile da un disco all’altro. Prova a fare un confronto tra Tender Prey e The Good Son: sembrano lontanissimi. Henry’s Dream è un disco ancora diverso. Anche la differenza tra From Her to Eternity e The Firstborn Is Dead è impressionante. È sempre così, anche quando tra un disco e l’altro rimangono più o meno gli stessi musicisti. Poi certo ci sono stati dei cambi di formazioni importanti, e anche dei microcambiamenti.

Le persone vanno e vengono: Barry Adamson, che è entrato ed è uscito più volte, Kid Congo Powers… Per cui sì c’è stato un cambiamento evidente ai tempi di Push the Sky Away, ma è quello che accade sempre, perché come gruppo continuiamo per scelta a cambiare, a essere sempre in evoluzione. L’altro punto di svolta che ti dicevo è stata la nascita dei Grinderman, che hanno scardinato completamente tutto l’approccio dei Bad Seeds. Non tanto in termini di metodo, perché anche i Grinderman sono un gruppo che creava musica improvvisando e poi trasformando quei pezzi in canzoni sotto la guida di Nick.

Warren Ellis dei Nick Cave & The Bad Seeds
Warren Ellis dei Nick Cave & The Bad Seeds live all’Unipol Forum di Assago, foto di Andrea Leone (2024)

Ma ai tempi di The Boatman’s Call e No More Shall We Part lavoravano sulle canzoni già scritte da Nick, era lui che le componeva per conto suo e le presentava alla band. I Grinderman sono stati da lato, credo, un ritorno al modo di comporre dei Bad Seeds di prima, ma hanno anche mostrato una nuova idea di quello che i Bad Seeds stessi potevano essere, più libera, meno raffinata, più aperta, meno legata alle cose già fatte, e con più coraggio di sperimentare, di spiazzare e di confondere tutte le aspettative.

Oltre a reinventarvi con ogni album fate lo stesso con ogni tour. Ne ho visti diversi in questi anni e non c’è mai stato un concerto uguale a un altro, avete reinventato più volte anche le vostre canzoni

È vero anche se non sempre ci riesce tutto bene. Arrivati a un certo punto è meglio non fare troppi esperimenti con una canzone perché c’è il rischio di cadere nel ridicolo. The Mercy Seat è un pezzo che abbiamo sempre suonato dal vivo, e che la band suonava ben prima che arrivassi io. Abbiamo provato a riarrangiarla in tanti modi per cercare nuovi spunti, e ne sono uscite anche delle versioni terribili. Negli ultimi dieci anni ci siamo orientati su un arrangiamento più meno stabile che è molto diverso dalla versione originale ma che funziona nei concerti, ed è molto meglio di altre interpretazioni che abbiamo provato negli anni. È un canzone magnifica, che si presta a diversi arrangiamenti, ma cambiando tanto per cambiare si corre il rischio di rovinarla. Se decidessimo di farne una versione reggae, per dire, potrebbe anche essere un’idea divertente, ma non credo che sarebbe molto appropriata.

Visto che siamo in tema vorrei parlare di Live God, devo dire che ho trovato interessanti proprio gli arrangiamenti dei classici, come For Her to Eternity o Red Right Hand. Nick una volta ha che non avete mai un piano preordinato quando scrivete e registrate un disco. Per i tour mi verrebbe da pensare di sì, che ci sia un grande lavoro di prove proprio per gli arrangiamenti.

Che non abbiamo un piano quando lavoriamo tutti insieme ai dischi, non credo sia completamente vero. Detto così può suonare bene sulla carta, ma non penso corrisponda alla verità. C’è tanta libertà, questo è vero, ma c’è un’intenzione di fondo, e in genere abbiamo un certo numero di canzoni già scritte. C’è da dire che a Nick piace essere sorpreso da quello che viene fuori, non vuole che tutto sia troppo “programmato”.

Probabilmente è questo che intendeva dire con il non avere un piano. Pensa a quanti dischi ha fatto con i Bad Seeds, da quanti anni, e per non perdere interesse è meglio non avere direttive troppo rigide. Così si può fare un lavoro più di ricerca, e possono nascere cose interessanti e inaspettate. Se facciamo tante prove per i concerti, dici? Ne facciamo più di prima, è vero, ma perché nel tempo le cose sono molto cambiate. Quando sono entrato nel gruppo e ho fatto il primo tour europeo, c’era una formazione stabile da qualche anno e alcuni di quei musicisti, come Mick e Blixa, c’erano fin dal principio.

Era un gruppo consolidato e affiatato, anche se in fin dei conti ancora nuovo, quando sono salito a bordo mi chiedevano di fare le mie parti abbastanza in fretta e di chiuderla lì, non c’erano prove che duravano settimane, nessuno voleva farle, tutti preferivano dedicarsi ad altro. Adesso però è tutto più in grande. Non siamo più solo noi sei o sette musicisti con l’aria tenebrosa e i vestiti neri. Prima giravamo con un tour manager e un roadie. Adesso abbiamo una squadra che lavora per noi, dobbiamo mettere su uno spettacolo per le arene e gli stadi con un light show e una scenografia, e quindi molte cose vanne curate più nel dettaglio. Anche se c’è sempre la voglia di riservarci un certo margine di libertà, di non rendere tutto troppo studiato, i grandi spettacoli richiedono molto cura e preparazione.

Parlando di Live God, suonare i pezzi di Wild God che sull’album hanno quegli arrangiamenti così complessi è stata una sfida per voi?

No, non è stata una sfida, è stato un piacere. Voglio dire, avevamo molte parti tra cui scegliere. Non puoi suonare tutto dal vivo. Penso che la cosa più importante sia presentare le canzoni in modo da coinvolgere chi ascolta. Lo puoi fare in un disco se hai una bella canzone e ci aggiungi la produzione. Penso che sia molto facile farlo anche sul palco, ma quello che non è così facile è renderlo qualcosa che sembri uno spettacolo, soprattutto dal punto di vista di Nick, lui è il performer che comunicare con il pubblico ed entrare in connessione con loro. È difficile quando ci sono lunghi passaggi strumentali. Voglio dire, e se Nick non è al piano, deve soltanto cantare e non ha uno strumento, cosa fa? Non credo con il nuovo materiale ci fosse questo problema, alcune canzoni erano un po’ più complicate di altre per Nick che doveva presentarle da cantante solista, ma in genere non abbiamo avuto problemi. Più difficile per Nick è una canzone come Red Right Hand, che nel mezzo ha questo lungo passaggio strumentale nel mezzo, ma con il tempo l’abbiamo resa più audience friendly, è diventata una specie di brano da cantare tutti insieme.

Nick Cave
Nick Cave & The Bad Seeds live all’Unipol Forum di Assago, foto di Andrea Leone (2024)

Ormai è famosa perché l’hanno usata in Peaky Blinders, in Scream, e questo le ha tolto un po’ di seriosità, l’ha resa più spensierata e fatta per il pubblico, non è più solo la canzone cupa che tutti conoscevamo a memoria, l’abbiamo un po’ variata e abbiamo aggiunto qualche elemento a sorpresa. È stata Red Right Hand il pezzo più impegnativo di tutti, non i brani di Wild God.

Purtroppo il nostro tempo è scaduto, come ultima domanda, volevo chiederti dei progetti che hai per conto tuo.

Per conto mio, è difficile trovare il tempo perché ho un calendario intasato…. A gennaio ci sarà il tour australiano di Nick Cave & The Bad Seeds, a febbraio sarò ancora in giro per l’Australia con i Transvision Vamp, non so se te li ricordi. Poi avrò una piccola pausa e ad aprile un altro tour australiano ma con i Pogues. Passerò un bel po’ di tempo in Australia. Poi in estate farò concerti con i Bad Seeds, in autunno ancora con i Transvision Vamp e vai a sapere cosa avranno in programma i Pogues. Ho lavorato su un mio disco, te lo giuro, ma la cosa va a rilento per le tante distrazioni che ho per via di tutti questi impegni.

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