Recensioni

Comincia con un gesto da bambina che gioca, mettere l’orecchio sulla rotaia per sentire il treno, trasformando fin dall’apertura l’innocenza dell’infanzia in una lente per leggere e interpretare il mondo. Un mondo fatto di migrazione, di lontananze forzate e notti disturbate, intense di pensieri ed emozioni che solo il conforto dell’alba può definitivamente quietare e lasciarci deglutire. È un atto tanto artistico, quanto identitario: scegliere con totale consapevolezza di entrare in grumo di emozioni, relazioni e rapporti che non possono essere controllati e prenderanno – necessariamente – il sopravvento su di noi.
Per il suo nuovo disco Melanie De Biasio ha atteso quasi cinque anni, tanti separano questo Il viaggio dal precedente Lilies, composto di quasi puro cantautorato in dialogo con il jazz che da sempre la contraddistingue. Qui, invece, l’artista belga ritorna dalle parti di Blackened Cities, il disco composto da un’unica traccia di 25 minuti in cui sulla tavola apparecchiata, il jazz si accompagna con i tratti urbani, le notti sporche e influenze musicali molto diverse, che pescano nella contemporanea, nella musica da installazione, nell’ambient. Qui, per questo viaggio sonoro, i nuovi commensali sono i field recordings e il folk ancestrale. Quest’ultimo, De Biasio se l’è andato cercare in due remote località italiane: Lettomanoppello in provincia di Pescara e Montereale Valcellina in Friuli, quest’ultima la località dove affondano le radici del ramo paterno della famiglia. L’occasione è un festival, Europalia, che la invita a elaborare una propria proposta sul tema del viaggio in treno. Allora De Biasio si rivolge a chi quel treno che fa tutte le fermate lo ha preso per andare a trovare i parenti che dall’Italia erano andati a scavare nelle miniere di Marcinelle, non lontano dalla sua Charleroi. Il risultato è un video d’artista che è andato in mostra alla Triennale di Milano lo scorso settembre 2022.
Il materiale era talmente sovrabbondante in termini di stimoli e epifanie che ne è uscito anche questo disco, il più raffinato e complesso che De Biasio abbia mai composto. Siamo di fronte a quello che un tempo avremmo definito un doppio album, con la seconda parte interamente occupata dai due brani finali, che insieme compongono un dittico di quasi 40 minuti. Ma al di là di lunghezze e formati, qui De Biasio ha messo a fuoco un’estetica personale fortissima, costruita tanto sulla sua formazione di cantante jazz e flautista, quanto sulla sua onnivora curiosità di sperimentatrice: conversazioni registrate in presa diretta, lallazioni ancestrali, folk scheletrico e sacrale messi a disposizione di una chiarissima direzione musicale e artistica.
Chiesa è un fantasma vocale che si aggira di notte sotto un cielo scuro mentre in lontananza un treno corre verso un orizzonte che si carica pian piano di pulsazioni organiche. Mi ricordo di te e Nonnarina sono due numeri da chitarra pizzicata, voce (in italiano) e poco altro che sembra preso dal canzoniere dei cantautori degli anni Sessanta italiani, ma che si tinge della malinconia del resto del disco e di inquietudine. San Liberatore, invece, gioca con atmosfere quasi psichedeliche mentre delle chitarre (disturbate, direbbe Giorgio Canali) volteggiano sullo sfondo come rondini alle prese con un forte vento. Discorso a parte per il lunghissimo dittico finale, da assaporare con pazienza per i minimi dettagli che traspaiono – ascolto dopo ascolto – e mostrano la profondità del lavoro compositivo realizzato da De Biasio, che li descrive come un indugiare nel limitare tra notte a alba, con tutta la carica ancestrale e ctonia che ne emerge. Il miglior disco di De Biasio e uno dei dischi dell’anno nel suo genere, e non solo.
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