Squid
Squid, foto di Alex Kurunis (2023)

Migliori album 2023. Classifica e considerazioni di Nino Ciglio

Un anno pieno di musica buona, fatto di ritorni tuonanti, conferme e un po' di musica italiana

L’essenza e l’esistenza stesse delle classifiche di fine anno vanno ricercate nella parzialità e selettività di queste ultime. Parzialità e selettività, due parole (come tutte) importanti, che sembrano essere ideali per analizzare questi anni tribolati in cui ci troviamo a vivere. La parzialità, ovvero ciò che sembra volersi staccare, può essere naturale – come quella che andiamo a cercare informandoci, respirando cultura e – appunto – selezionando ciò che più ci aggrada; ma – nel mondo immateriale del 2023 – la parzialità può anche essere dettata da altri fattori, siano essi gli algoritmi dei software musicali (che producono la parzialità involontaria) o il tempo – sempre più risicato – che dedichiamo all’ascolto attento, concentrato, di capitale (che brutta parola!) culturale.

È quindi scontata la premessa per la quale le qui presenti considerazioni sono il frutto di una selezione decisamente parziale delle uscite del 2023, sebbene – è necessario dirlo in apertura – gli ascolti di quest’anno sono stati quantitativamente più rilevanti rispetto agli anni passati. Mi piace pensare che uno dei motivi per questo (rinnovato?) interesse verso le nuove uscite sia proprio perché l’offerta qualitativa quest’anno ha toccato altissimi risultati. Altra doverosa premessa: si tratta di un periodo nel quale sento il bisogno di dipingere le mie considerazioni e opinioni su una tela bianca. Più rumore c’è attorno ad alcune uscite, più le respingo. Il desiderio di aggiungere i miei pochi centesimi su una conversazione già ingrigita da professori recentemente laureati presso l’università dei social è decisamente basso. Preferisco concentrarmi (e perché no, scommettere) su qualcosa di completamente nuovo. È questo il motivo per cui nella lista qui sotto, ci sono ben 5 album di debutto nella TOP 10 e giusto un paio dei grandissimi ritorni.

Certo, diverso sarebbe stato il discorso se, tra questi grandissimi ritorni ci fosse stato Songs of The Lost World, il vero migliore album del 2023. Annunciato a più riprese (anche nel 2022 con le memorabili date di presentazione in Italia), il nuovo album dei Cure rimane un sogno proibito per i fan della band di Robert Smith, che possono vantarsi di conoscere a memoria i pezzi del nuovo album – perché suonati dal vivo numerosissime volte – , ma non di possedere l’oggetto fra le mani. L’album, che è “tra le cose più cupe che la formazione abbia mai registrato”,  dura 67 minuti ed è composto da 10 canzoni. È inevitabile inserirlo nella classifica dei migliori album, visto il potenziale di pezzi come Endsong o Alone, ma purtroppo le regole del giochino non lo consentono. Con buona pace dei fan in trepidante attesa.

Per le ragioni espresse in apertura, non entrano in un’ideale Top 20, invece, alcuni dei ritorni che ho apprezzato di più, ma su cui faccio fatica ad espormi apertamente. The Ballad of Darren dei Blur è forse il migliore album della band londinese dai tempi di 13 a questa parte. Dentro ci sono tutti i crismi del brit-pop, visto con gli occhi di splendidi ultra-cinquantenni che, naturalmente, non hanno bisogno di pubblicare nuova musica, né di confermare il loro status di leggende del genere. Ma lo fanno, consapevoli di avere qualcosa da dire. Tanto meglio se dentro ci capita pure uno dei miei brani più ascoltati dell’anno, come Barbaric. Sempre in area britannica, non si può non segnalare il ritorno dei Depeche Mode, che con Memento Mori, ci offrono uno splendido vademecum su come – persino di fronte a una perdita importantissima sia dal punto di vista umano che artistico, come quella di Andy Fletcher – sia possibile rigenerarsi e mantenere alto il livello. Insomma, questi due album ci confermano che le leggende – con alti e bassi – davvero non muoiono mai.

I ritorni non sarebbero finiti qua (come non citare Everything But The GirlBlonde RedheadSparks e persino Fever Ray, che continua imperturbabile a dialogare con l’anima The Knife), ma… selezione e selettività. Meglio, forse, accennare alle honorable mention della lista. Ovvero quei dischi adorati e consumati, che però non trovano spazio nella Top 20. Nella generalmente ottima buona annata dell’R&b (è stato anche l’anno di Jamila Woods e il ritorno di Janelle Monaé), è impossibile non menzionare Raven di Kelela, un disco che indaga negli aspetti più oscuri e profondi dell’animo umano, senza mai abbandonare il suo lato elettronico e futurista. Sempre molto intimi ed emozionali sono gli album dei Lankum (False Lankum è un viaggio spazio-temporale tra droni e folk, Irlanda contemporanea e del XVII secolo) e dei Daughter (Stereo Mind Game è intimismo indie folk allo stato puro, con venti di dream pop e shoegaze che fanno ben sperare per il futuro). Per gli italiani, le honorable mention spettano ai Technoir (che con After Math, ripropongono un’interessante lettura trip hop e wave di sonorità principalmente britanniche) e ai bolognesi Leatherette che, con Small Talk, rifiutano l’etichetta post-punk, ma celebrano un mix di no wave, punk e (free) jazz arrivando vicinissimi a una sintesi di passato (Gang of Four, The Wire, Clash) presente (IDLES, Shame, Squid) e originalità.

A proposito di italiani, se vacue sono le discussioni sul “respiro internazionale” della musica nostrana (mica ci sono solo i Maneskin!), e selettive (di un’altra selezione, però… non questa) sono le discussioni sui “giri di do” delle canzoni di Annalisa, è bene sottolineare che il 2023 è stato un anno ricchissimo per i dischi italiani di qualità. Al punto che mi sembrava sbagliato non includerne alcuno nella Top 20. Dentro, infatti, ci troviamo Elvis dei Baustelle, che unisce un po’ tutti gli amanti della penna di Bianconi e, soprattutto, fa tornare all’ovile quelli che li avevano abbandonati dai Mistici dell’Occidente o giù di lì. A livello personale, la band di Montepulciano ha un valore immenso, ma sono felice di constatare che, dopo anni di detrazioni e un po’ di diffidenza, siano tornati a mettere d’accordo un po’ tutti. Più in alto e con altro spessore (e genere) troviamo il disco italiano dell’anno, cioè Spira di Daniela Pes. Prodotto da IOSONOUNCANE, il debutto della cantante sarda è un album misterioso, fra l’arcaico e il futuristico, vero come solo la terra sa essere.

Fra l’hip hop e il soul troviamo un filo di comunicazione che congiunge Lahai di Sampha (figlio della strisciante, insidiosa ma bellissima malinconia esistenziale dell’artista londinese, sempre più alle prese con il recupero della musica sciamanica e nei riti empatici e propiziatori del continente africano), trip9love…??? di Tirzah (che lavora su strutture pop e tappeti ritmici trip hop, in un flusso unico di canzone indifesa) e la sorpresa Slauson Malone 1, innovatore, sperimentatore, artista multi-disciplinare, che con Excelsior (ah, è un altro – quasi – debutto!) mette insieme una serie di bozzetti cinematici fra elettronica, post-rap e – immancabile per l’epoca in cui viviamo. – frammentazione dell’io.

Un pugno di dischi che mi sono piaciuti e che – probabilmente – c’avevano scritto Top 20 nel destino sono: I Inside the Old Year Dying di PJ Harvey, che abbandona le visioni profetiche (e anche un po’ anticipatorie) dei precedenti lavori e si riconcilia con la sua terra. Si tratta di un approccio folk fosco e calcinato, che non disdegna né sonorità più marcatamente rock, né derive avanguardistiche che sollecitano la raffinata operazione culturale dell’artista del Dorset. Non basta: il discusso (troppo, quindi mi chiudo a riccio) disco di Caroline Polachek – volenti o nolenti – è entrato a bomba nei miei ascolti dell’anno. Complice una spensieratezza mai banale e dei ritornelli pop di un certo livello, Polachek è forse la pop star che ci voleva. Eccentrica al punto giusto, massimalista e perfezionista con la voce, è la quota spensieratezza di questa lista.

Sulla stessa frequenza si attestano l’ennesima prova complessa e coraggiosa di Lana Del Rey (il suo Did You Know There’s A Tunnel under Ocean Blvd – e in particolare il pezzo A&W – sembra voler fare il punto sul “genere” Lana Del Rey) e l’esordio del super-gruppo boygenius (ragione sociale di Julien BakerPhoebe Bridgers e Lucy Dacus), che con il loro the record offrono un certo indie folk-rock politicizzato (all’americana, sia chiaro) e ricamano dodici prismi raffinatissimi. D’altra parte, ÁTTA dei Sigur Rós rappresenta un po’ quel luogo sicuro fatto di ambient e post-rock già ampiamente celebrato e che, oggi, grazie anche alla London Contemporary Orchestra, suona semplicemente sublime.

Le scelte più singolari le ho fatte guardando ad album che rischiano di scrivere la direzione del 2024. Almeno per quanto riguarda l’altalena che oscilla fra l’indie/pop rock e tutte le etichette “post-“. Strange Disciple dei Nation of Language è synth pop super safe, che però – vuoi per la retromania, vuoi per il carisma da crooner di Ian Richard Devaney – fa fatica a staccarsi dagli ascolti dell’anno. Così come il folk drakeiano della prova solista di Grian Chatten, che riesce a risultare malinconico, languido e contemporaneamente vagamente ironico. C’è spazio naturalmente per altre promesse, con le quali – ne siamo certi – ci troveremo ad avere a che fare spesso: gli inglesi Mandy, Indiana sono l’ultima scoperta del post-punk; il loro  i’ve seen a way flirta con noise e techno e si colora di riferimenti al decadentismo distopico delle ghost town statunitensi.  unum del quartetto di base a Brighton ĠENN, mette insieme tinte orientaleggianti, psichedelia e jazz avanguardistico che ricorda l’ultimo David Bowie.

I miei beniamini Lathe of Heaven, da New York sono invece la vera rivelazione di quest’anno. Bound By Naked Skies è l’esordio che gli amanti del goth stavano aspettando. È una formula tutta rinnovata, fatta di riferimenti letterari fantascientifici (Ursula Le Guin, Arthur C. Clarke, Octavia Butler e Ken Liu), ma anche di mostri sacri del punk primordiale inglese come ZoundsBlood and Roses e Rubella Ballet. Tanto i riff melodici di chitarre (Ekpyrosis, Genome), quanto i ritmi sagaci e sostenuti delle percussioni e dai synth (At Moment’s Edge), testimoniano l’intento della band di spostare i limiti del post punk e della new wave verso prospettive soniche che li avvicinano all’astrazione, li sospendono fra melodia e dissonanza, bellezza e orrore.

Il gradino più alto del podio è occupato dal solo disco nel quale ho intuito un approccio decisamente moderno e, al contempo, un’evoluzione del suono e un sincero tentativo di travalicare qualsiasi barriera di genere. Si tratta di O Monolith degli Squid, band inglese di post-punk psicoanalitico, che – per di più – aveva il difficile compito di bissare quel gran successo che fu Bright Green Field. Ecco, la band di Brighton mette da parte le paranoie urbane e, insieme al produttore Dan Carey e a John McEntire dei Tortoise al missaggio, imbevono O Monolith di componenti bucoliche e pastorali, fra animismo, culti folk e cori che sembrano provenire dal cuore pulsante del pianeta. Basta prendere Swing (In A Dream) per capire il programma dei successivi 42 minuti: dalla psichedelia disciplinata dei King Crimson alle nevrastenie bizzarre dei Talking Heads, dal post punk seminale dei This Heat al sound apocalittico e schizoide dei Radiohead. Un caos geometrico, matematico, che mette in risalto tutti i crismi di una fra le band del genere più interessanti in circolazione.

Top 20 album

  1. Squid – O Monolith
  2. Lathe of Heaven – Bound By Naked Skies
  3. Lana Del Rey – Did You Know There’s A Tunnel Under Ocean Blvd
  4. ĠENN – unum
  5. Boy genius – the record
  6. Caroline Polachek – Desire, I Want to Turn into You
  7. Daniela Pes – Spira
  8. Sigur ros – ÁTTA
  9. Anohni – My Back Was a Bridge for You To Cross
  10. Mandy, Indiana – I’ve Seen a Way
  11. Sampha – Lahai
  12. Tirzah – trip9love…???
  13. Nation of Language – Strange Disciple
  14. The Murder Capital – Gigi’s Recovery
  15. Grian Chatten – Chaos for The Fly
  16. Baustelle – Elvis
  17. Slauson Malone 1 – Excelsior
  18. The Waeve – The Waeve
  19. Algiers – Shook
  20. Pj Harvey – I Inside the Old Year Dying

 

Honorable Mentions

 

 

Tracklist

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