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La svolta del disco pur relativamente ottimista è sempre giusto approcciarla con un po’ di scetticismo (o pessimismo). Ma niente panico: i Daughter tirano fuori le loro canzoni da un inesauribile pozzo di malinconia, anche quando intendono issarle in piena luce. Questo grazie tanto alle dinamiche ad alto tasso emotivo, tra dream pop e shoegaze miscelati in chiave personale, conferite al loro di per sé brillante songwriting, quanto al canto deep blue di Elena Tonra. Stop, back, forward. Dopo un lungo periodo di pausa, Stereo Mind Game è il terzo album per il trio inglese, a seguire il sorprendente biglietto di visita di If You Leave e il successivo, più elaborato Not To Disappear, senza contare la colonna sonora Music From Before The Storm per il videogame Life Is Strange: Before the Storm.

Con un titolo, tratto da Party, che si rifà ai trick cognitivi che spesso attuiamo per auto-sabotarci o metterci in salvo, Stereo Mind Game è a suo modo figlio di questi tempi a dir poco turbolenti, registrato tra Devon, Bristol e Londra, in Inghilterra, così come tra San Diego, in California, e Vancouver, nello stato di Washington, assecondando i movimenti di Tonra, Igor Haefeli – entrambi a occuparsi della produzione del tutto – e Remi Aguilella. Inoltre, è un disco fatto più che mai di voci: oltre a quella cristallina di Tonra, in alcuni pezzi compare quella di Haefeli, oppure quelle di amici e familiari impresse via note vocali e segreterie telefoniche – in quest’ultimo caso, (Missed Calls) è un trip cyber-cameristico lungo campioni e corde classiche che ben calzerebbe agli interrogativi esistenziali dietro allo schermo di Olivier Assayas, si veda Personal Shopper, e Wish I Could Cross The Sea frantuma la distanze individuali e geografiche in un notturno pastiche noise ambient.

Stereo Mind Game parla infatti principalmente di “connessione e disconnessione”, nelle sue innumerevoli sfumature di senso, nonostante sia stato ideato prima dell’era dei lockdown. Ricordandoci il costrutto alla base del primo e unico, peraltro bellissimo, lavoro di studio del progetto da solista di Tonra, Ex:Re, risalente al 2018: una raccolta di love letter-e-mail indirizzate appunto a un “ex” e di fatto mai spedite, intimiste break up song per loner moderni: «Non puoi forzarti a superare l’attaccamento verso qualcuno, ma puoi provare a lasciarlo andare», raccontava Tonra. Qui c’è addirittura un pezzo, Junkmail, che si riconnette alla messaggistica e agli strumenti ottici, ché obiettivi e foto simboleggianti memorie attive e rimosse abbondano, e lo fa con beat sintetici trip hoppy, percussioni sincopate e semi-spoken radioheadiani.

Il primo singolo di Stereo Mind Game, Be On Your Way, tra riproposizione di un sound ormai marchio di fabbrica e maggiori sperimentazioni elettroniche, è invece dedicato a una nuova figura romantica, incontrata proprio in California, al di là dell’Oceano, nel segno di una separazione ineluttabile, con la simbiosi perfetta tra armamentario analogico e digitale, a sfocarsi l’uno nell’altro come innumerevoli forme di passato, presente e futuro. Mentre i ricordi alcolici di Ex:Re si stemperano nella sobrietà di Party che, a dispetto delle aspettative, dei suoi ritornelli e contro-ritornelli immediati e melodici, affonda nella paura della dipendenza per poi festeggiarne il superamento: «The worst night of my life / Or even worse, the best». Un po’ quel che avviene in To Rage, che spariglia le carte associando rievocazioni di disintegrazione a un elegante intreccio di groove jazzy e chitarre post-rock proiettato verso un’ipotetica versione più organica di un altro trio, The xx.

L’abituale tasso nostalgico, al quale accennavamo prima, è adesso per certi versi addirittura amplificato da arrangiamenti più ricchi, con un quartetto di ottoni e soprattutto gli archi del 12 Ensemble, già coinvolto in Ex:Re with 12 Ensemble, presente in tutti i brani previa incisioni avvenute all’interno dell’ex spazio di balneazione The Pool a Londra Sud, con l’orchestrazione a cura di Josephine Stephenson, e alle prese con un coro in Neptune, episodio che esalta in maniera particolare l’interpretazione vulnerabile di Tonra, sparandola verso vette inedite. «We’re so blue, my Neptune». Del resto, è sempre il blu, proprio come in Ex:Re, il colore ricorrente, assieme a numerose immagini acquatiche. L’acqua non è mai citata direttamente, concretamente, ma funge da metafora per la lontananza, fisica o mentale, dagli altri o da se stessi. Nuotare equivale a resistere in Junkmail, di contro non nuotare è una resa da metabolizzare in Isolation («Oh it will likely kill me / That I must live / Without you / Because I can’t swim»), dove cruda dimensione intimista di retaggio folk e bagliori del sogno vanno a sovrapporsi.

A un ulteriore livello di lettura, ciò che tiene unite la canzoni è la loro dispersione nel tempo, tra ieri, oggi e domani, restituita a volte con sonorità sinestetiche nel replicare una vertigine di spaesamento. Ecco perché il fiore sulla copertina: essiccato e compresso, andato e tuttavia pronto per rimanere. Denti di leone che crescono e muoiono e crescono appaiono anche in Dandelion, ondeggiante fra trame acustiche, glitch e psichedelia in stile Eaux (a proposito, Plastics è da recuperare). Se l’ansia che esso svanisca si impadronisce di Party, l’ombra dell’avvenire scaraventa avanti i protagonisti di Be On Your Way ed è ovviamente al centro di Future Lover, uno dei migliori episodi del lotto, rimbalzante tra scariche elettriche, refrain fantasmatico e device: «On my telephone / I just long to know / What’s the future like / Is there time enough?». Swim Back sguazza oltre, con incalzante andamento indie rock e rarefazioni à la Beach House, immaginando la possibilità di nuotare all’indietro, sublimando così quasi tutte le suggestioni del disco: «I’d just need to erase distance / Find a hole in the ocean».  Le lancette girano all’impazzata, eppure segnano il passo di una band straordinariamente rappresentativa dei nostri giorni.

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