Recensioni

I suoni di Sampha sembrano andare a braccetto con la tragedia. Non necessariamente quella melodrammatica e barocca di certe forme teatrali, magari del Seicento o dell’Ottocento. Più quella che si potrebbe associare al solenne canto della tristezza, al vivere emozioni pienamente, ma pur sempre in maniera consapevole. D’altronde, la tragedia non manca nella storia di Sampha Lahai Sisay. Nel 2017 ha vinto meritatamente il Mercury Prize per il bellissimo Process (titolo quanto mai azzeccato), che – attraverso inflessioni r’n’b e soul – forniva contestualmente il resoconto e la terapia seguita alla morte della madre.
Era il momento in cui un producer, un pianista e un artista dal talento sfaccettato, impegnato da sempre a lavorare per altri (non dimentichiamoci che ha messo le mani su alcuni fra gli album più importanti degli ultimi anni, da Beyoncé a Drake, da Kanye a Frank Ocean), in sordina, da dietro le quinte, finalmente raggiungeva il centro del palco e sembrava intenzionato a restarci. Le cose sono andate diversamente e, nel corso degli anni, Sampha ha preferito tornare nel comfort delle quinte del proprio studio di produzione, non certo nell’oscurità (ha duettato con Alicia Keys, si è guadagnato una nomination ai Grammy’s per la sua collaborazione a Mr Morale and the Big Steppers di Kendrick, ha pinto al successo Stormzy), ma di certo non al centro del palco.
Sei anni dopo, però, eccolo riaffiorare con un disco che porta il suo middle-name, Lahai. Un disco – si riconosce subito – è più arioso e ottimista del debutto, perché il trentaquattrenne producer londinese, nel frattempo, ha avuto una figlia nella quale (ripete nelle interviste) vede l’eredità della madre scomparsa. Sei anni – però – sono tanti e l’artista originario della Sierra Leone è uno che vive le emozioni fino all’ultimo respiro, e la paternità può essere devastante, soprattutto se si è portati alla tragedia come il Nostro. Ed eccola quindi, strisciante e insidiosa, la bellissima malinconia e l’accattivante inquietudine di Lahai, figlio di un’ennesima crisi esistenziale che – forse – ha influito anche sul lungo iato. Musicalmente, Sampha si posiziona sempre nel macro-genere dedicato all’introspettivo (in zona Blonde di Ocean, Yesterday’s Gone di Loyle Carner o A Seat at the Table di Solange), un hip hop nel quale non si rappa mai, un new soul fatto di ballate elettroniche, un genere che si fonda su architetture melodiche e intensità emotiva.
Per quanto la vocalità di Sampha sia calda e sottile e per quanto le melodie siano bellissime e raffinate, di una fattura pop che trascende la classificazione di (new)soul, pop o r’n’b, tutti i brani di Lahai sono percorsi da un’agitazione sonora non indifferente. Si prenda Suspended, per esempio: il titolo stesso ci comunica un senso di incompiutezza perenne, mentre l’arrangiamento tra ambient e ritmi spezzati sembra volere rincorrere se stesso in un loop senza fine. I ritmi drum and bass o le combinazioni jazzy sembrano avere il sopravvento sull’approccio voce e pianoforte che faceva più spesso capolino in Process. Soltanto in Dancing Circles e Stereo Colour Cloud (Shaman’s Dream), il piano è lo strumento principale e sembra voler dialogar con le composizioni di Steve Reich.
L’elemento più caratteristico di Lahai è la quantità inesauribile di voci. Voci maschili, voci femminili, cori di voci, vocoder popolano tutte le tracce come a volere sottolineare che Sampha – su quel palco metaforico – non è da solo. Sono voci che spesso contraddicono, completano o addirittura interrompono quella principale, catapultandoci nella mente del loro autore. La tensione che ne viene fuori (come nel meraviglioso singolo Spirit 2.0) è magnifica e ci fornisce una lente perfetta per sbirciare nell’anima indecisa, impaurita e inquieta di Sampha.
Le voci che si palesano nella tracklist sono nomi di alto livello come Yaeji, Léa Sen, Sheila Maurice Grey (Kokoroko), Ibeyi, Morgan Simpson (Black Midi), Yussef Dayes, Laura Groves e Kwake Bass e si manifestano con gli stilemi del soul e del jazz – l’abbiamo detto – ma anche con quelli di rap (Only co-prodotto da El Guincho), dance, jungle e musica dell’Africa occidentale. Quest’ultima si chiama Wassoulou e Wikipedia ce la descrive guarda caso come un genere cantato esclusivamente da cori di donne femminili che inneggiano alla fertilità e alla poligamia.
Se i riferimenti musicali affondano le radici nella musica sciamanica e nei riti empatici e propiziatori del continente africano, quelli letterali ci riportano nel Nuovo Mondo, sulle ali del gabbiano Jonathan Livington, il breve romanzo dell’americano Richard Bach uscito nel 1970. Il libro, si ricorderà, descriveva lo stato emotivo del solitario gabbiano, attraverso un approccio post-hippie abbastanza pseudo-spirituale, ma che comunque garantì il successo al suo autore. Sampha riprende la tematica della spiritualità (nel disco c’è un pezzo eponimo e poi la figura del gabbiano riaffiora spesso nel disco) e della riflessione personale e la trasforma in uno stream of consciousness biografico, costellato da quotidiano e affetti, piccole cose e profondi stravolgimenti emotivi.
Confortante e consolatorio nel suo essere così intenso, Lahai rappresenta l’esempio perfetto di come si possano sublimare le crisi, rendere magia il distress emotivo, far nascere la poesia in qualsiasi situazione. Sampha lo fa con un tocco personale, spinto da alcuna urgenza che non sia quella dettata dalla necessità. Processare per arrivare alla conoscenza di sé, anche solo attraverso un middle-name. Diciamo che può bastare per farci drizzare le orecchie.
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