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7.4

In psicoanalisi e (anche) nella teoria della letteratura, il familiare è quel processo che si oppone semanticamente al perturbante, inteso come – secondo le parole di Freud –  “quella sorta di spaventoso che risale a quanto ci è noto da lungo tempo”. Tuttavia, tutto quello che è vicino al familiare, ma non coincide direttamente con esso, crea un effetto di spaesamento, con il quale – per esempio in letteratura – hanno giocato molti autori. Si tratta di processi spesso nascosti, rimossi, che risalgono in superficie – con sguardo minaccioso – simili ma non identici a ciò che ricordiamo.

Nei primi due album (Introduction, Presence del 2020 e A Way Forward del 2021), i newyorchesi Nation of Language hanno saputo stimolare i punti del piacere familiare, senza farci perdere in trame particolarmente perturbanti. Si trattava, insomma, di un synth pop, che oscillava fra Human League e Orchestral Manoeuvres in the Dark, Depeche Mode e Kraftwerk, con un tocco David Bowie anni Ottanta che non guasta mai. Il tutto sembrava esaurirsi in un giocoso quanto doveroso omaggio di un continente (quello americano) a un suono (quello degli 80s) estremamente british. Un omaggio quasi pedissequo, derivativo, nel quale il sophisti pop s’incontra con il new romantic, l’elettropop liquido con la voce baritonale e affascinante del leader Ian Richard Devaney.

Insomma, la formula dei Nation of Language fatta di una sorta di comfort food degnamente costruito e di un gioco delle parti decisamente ben orchestrato, ha dato i frutti sperati. Strange Disciple è l’album che ha l’arduo compito di suggellare questa retromania in un tocco personale, riconoscibile, unico. E, in effetti, è impossibile non rimanere contagiati dalle fantasie melodiche, dalle trame stilizzate, dallo slancio emotivo dei dieci brani della scaletta. Devozione e ammirazione. Quella della copertina, che – come spesso avviene – spiega i segreti del disco. Un monaco mascherato, uno strano discepolo che intona elegie pop ai grandi del genere, ma – soprattutto – s’inginocchia di fronte sull’altare delle proprie emozioni che, com’è da copione, sono giganti, amplificati dai suoni nostalgici dei sintetizzatori.

Strange Disciple è, a conti fatti, un album su cui si può ballare e piangere contemporaneamente. Un album che ti porta a spasso sul pop gagliardo e urbano di Weak in Your Light (in cui la voce di Devaney tocca punti mai visti prima), prima di introdurre il vero tema di fondo con Sole Obsession: l’ossessione, l’infatuazione, appunto. Quest’ultima, imbevuta com’è da un sottile strato di post punk e un riff sintetico che non può non far pensare alla combo BowieEno di Sound & Vision, è un ficcante esempio di derivazione fatta bene. Personale, se non addirittura originale.

Con Nick Millhiser (membro della formazione live degli LCD Soundsystem e metà di Holy Ghost!) alla produzione, il terzo disco dei Nation of Language rientra in quel fil rouge di rifacimento certosino di certi anni 80, che (oltre alla già citata band di James Murphy) arriva a includere Field Music, Future Island o, su altre direttive, The Drums. Un revivalismo mai domo, che trae spunto dal soul e l’rnb nella loro versione bianca. Si spiega così l’incedere uggioso e introspettivo di Swimming in the Shallow Sea e Too Much Enough, quest’ultima decisamente ben a fuoco, con riferimenti ai Depeche Mode degli esordi, giri di basso à la Cure e un tappeto di synth decisamente kraut.

Se poi in altre tracce non si fa fatica a ritrovare un incedere talkingheadsiano (A New Goodbye), un tocco mancuniano altezza New Order (Stumbling Still, I Will Never Learn) o reminiscenze di uno stile alla Vangelis (Spare me The Decision, Sightseer), vuol dire proprio che questi tre newyorchesi non stanno più giocando col familiare o col perturbante. Vuol dire che il revival non è un modo per scimmiottare questo mondo, ma piuttosto una strategia per interiorizzare, ingerire e processare a modo proprio il genere in una prospettiva singolare.

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