Recensioni

Trecento chilometri abbondanti, due ore e mezza di treno (se va bene): questo lo spazio e il tempo che separa Liverpool da Londra, residenza la prima e luogo di nascita la seconda per Archy Marshall, alias King Krule. Che ha concepito e realizzato il quinto album proprio in uno stato di pendolarismo tra le due città, nel luogo intermedio che lo vedeva spostarsi quasi quotidianamente dall’estuario del Mersey alla capitale. Di questo esistere spaesato in un intra provvisorio sono intrise le canzoni di Space Heavy, tanto i testi (composti per primi) che le musiche, realizzate ancora assieme al produttore Dilip Harris (già coinvolto per The Ooz e Man Alive!) e con una band dalla verve brusca costituita da Ignacio Salvadores (sax), George Bass (batteria), James Wilson (basso) e Jack Towell (chitarra).
Al centro di tutto c’è quindi un senso di sradicamento temporaneo, di mancanza di appigli stabili che confonde i contorni e mette in crisi l’equilibrio, ma allo stesso tempo regala all’io narrante una strana lucidità, lo estranea dal ruolo – qualunque esso sia – e quindi lo priva di sovrastrutture, lo disconnette per riconnetterlo con una versione meno artefatta di sé, permettendogli perciò di (tornare a) intercettare e decifrare emozioni, stati d’animo, il contorto stato dell’anima.
Stabilito quello che potremmo definire il perno poetico, Marshall sembra volerlo perseguire con una specie di cruda inconsapevolezza, con la grazia feroce di chi non premedita il passo successivo. Soprattutto, contrasta la “porosità esistenziale” di cui sopra accartocciandosi in una forma canzone mai tanto definita e a tratti persino canonica, cantata col consueto trasporto aspro e stranito, ringhioso e vulnerabile, ora ricorrendo a una vena soul malaticcia di stampo Lambchop (fin dall’iniziale Filmsier, ma soprattutto nella letargia cavernosa di Tortoise of Independency), ora posterizzando l’indolenza irrequieta di certo Damon Albarn (vedi la toccante Seaforth), talvolta affidandosi a una tigna nervosa quasi Morphine (Pink Shell), oppure esponendosi a derive di ascendenza cinematica (When Vanishing, Flimsy), escoriazioni math-noise (la title track) e perturbazioni post-wave (From the Swamp).
Nell’insieme, si compone un quadro intenso e malfermo, come istantanee sovrapposte che si impollinano di senso reciproco, come panoramiche che scorrono dietro al riflesso di primi piani sul finestrino, mentre l’inquietudine ribolle furibonda quasi fosse il lato oscuro di un rapimento esausto. La si potrebbe dire una sorta di neo-psichedelia riluttante, nella misura in cui lo sfasamento percettivo significa meno fuga chimica che un inceppamento interiore, una latenza asfissiante tra dentro e mondo.
King Krule del 2023 è un compagno e padre quasi trentenne che fa i conti con il disorientamento diffuso in una realtà sempre più complessa, che frammenta gli individui collettivizzandoli, producendo identità bucate nello sciame delle connessioni. Versi come “We’re golden/But only in the sun/The night breaks” (nell’arcigna Pink Shell), “Without you/I’m not there/With all these things we’ve seen” (nella mesmerica Empty Stomach Space Cadet), “And deep beneath the burger grease/They pecked my brains” (nella nevrastenica Hamburgerphobia) o infine “But the space between us is dark/In the cage of your heart” (nella vaporosa Our Vacuum), sono pennellate espressioniste di un autoritratto disarticolato, inattendibile, impossibile.
Grazie a un plotone di canzoncine tanto scostanti quanto languide, tanto affabili quanto insidiose (vedi una Seagirl dalla sensualità androide e ipnotica, ospite la statunitense Raveena), Marshall proietta fuori di sé spettri a cui è difficile dare forma (lo è per tutti) e soprattutto ardui da domare. Non si scorgono possibilità di riscatto, tolto il formicolare della consapevolezza in un orizzonte invariabilmente plumbeo. La sensazione, forte, è quella di un cul-de-sac: perché se è vero che siamo pensabili solo a partire dal molteplice, il molteplice ha assunto una pervasività ingovernabile. Una condizione che negli “space between” emerge più chiara alla coscienza, che quindi trova il modo per abbozzarne i contorni, così da poterla quanto meno affrontare. Questo, mi pare, il motivo per cui esistono queste canzoni, che diventa persino esplicito nella palpitante If Only It Was Warmth (“Walked two hours across empty space/To fill the void”).
Non parliamo certo di un concept, almeno non nel senso ortodosso del termine, ma è senz’altro un album coeso, attraversato da una vibrazione costante e profonda, annidato nel presente e al tempo stesso al di fuori. È una raccolta appassionata e febbrile di canzoni/miraggi, di allucinazioni cardiache, effetti collaterali di un vivere ansioso di recuperare concretezza e autenticità mentre tutto sfuma nella sempre più vertiginosa frammentazione dell’artificiale.
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