Recensioni

Consolidata la sua ascesa di star a tutto tondo, capace di spiazzare dal cinema più arguto (Moonlight, Hidden Figures) a lavori più commerciali (Benvenuti a Marwen, Lilli e il vagabondo), dall’R&B più raffinato (il bell’esordio The ArchAndroid) all’esplosione planetaria di The Electric Lady e Dirty Computer, Janelle Monáe mancava dalle pubblicazioni discografiche da ben cinque anni.
Cinque anni che – tra le altre cose – hanno visto il trionfo post-dance di Renaissance con il quale, nolente o dolente, Monáe ha dovuto fare i conti. Cinque anni di rielaborazione, di riflessione, di interiorizzazione sui concetti d’identità e di sessualità. Non a caso, dal 2020 l’artista si è dichiarata ufficialmente non-binary, anche se non le dispiace l’utilizzo dei pronomi she/her. In fondo è evidente che la crisi identitaria rappresenta il punto di partenza ideale per entrare nel mondo di The Age of Pleasure, quarto album della diva di Kansas City.
Nella concezione di Monáe mascolinità e femminilità diventano termini vuoti, destinati a categorie antiquate. Fin dall’esperienza androide degli esordi, l’artista ci aveva lasciato intendere che la sua è una rivalutazione tout court delle classificazioni di genere. Non è l’appartenenza a un genere – dice – che ci rende ciò che siamo, ma è la nostra esperienza, il nostro modo di vivere, è Dio. Un Dio che è al di sopra dei pronomi che usiamo e che ci ha creati liberi di fare le nostre esperienze, sprigionare le nostre energie. “I feel my feminine energy, my masculine energy, and energy I can’t even explain” ha twittato qualche mese fa. La stessa energia che si traduce nel concept edonistico di The Age of Pleasure, dove monogamia, poligamia, feste, foto shooting di nudo e un clima generalmente solare la fanno da padroni.
The Age of Pleasure potrebbe prendere il via da uno dei mondi distopici e afrofuturistici descritti nell’emotion picture di Dirty Computer, per poi distanziarsene completamente, approdando in una terra promessa festosa e femminilizzata. Dopo nemmeno due minuti di Float, la bella opener in levare che vede il feat. di Seun Kuti e gli Egypt 80, già vengono citate pratiche di bondage giapponese, threesome e porno fai-da-te. L’atmosfera è quella di una celebrazione generale della cultura black in un mondo che assomiglia tanto a un’utopia pan-africana. Champagne Shit mette insieme un piano elettrico di provenienza Ethiopiyawi con un synth sensuale che sembra riprodurre i fiati tradizionali egiziani. In Phenomenal, l’amapiano sudafricano si scontra con l’omaggio al ballroom che fu già di Renaissance. In generale, l’accostamento del reggae alla cultura LGBTQI+ risulta una mossa azzardata, viste le posizioni storicamente omofobe del genere, ma, nel generale clima euforico del disco, non ci si fa neanche caso.
È il suono della diaspora, della celebrazione di tante culture che la dispersione ha reso un’unica. Il singolo Lipsitck Lover, la più orecchiabile del mucchio, è un super pop estivo che trasuda Bey (epoca Lemonade?) da tutti i pori e che già ci figuriamo nelle playlist di genere. I ritmi reggae e caraibici di The French 75 e Water Slide sono decisamente contagiosi, soprattutto perché validati dalla presenza di una leggenda della dancehall giamaicana come Sister Nancy (nella prima). “If I could fuck me right here, right now, I would” canta impavida Monáe (nella seconda), concependo un inno pagano alla masturbazione, vista come ri-conquista di sé. Altrove, tanto l’accento francese di Grace Jones (Oooh La La) quanto l’ipnotico spoken della star cinematografica Nia Long (The Rush) forniscono meritati interludi alla bulimia sensuale di The Age of Pleasure.
I 31 minuti dell’opera la dicono lunga sugli intenti di un disco che contiene una doppia dimensione: quella dell’ascolto superficiale, affascinato dai ritmi travolgenti di questo shakerato di corpi, emozioni e sensualità; e quella dell’ascolto approfondito di un disco che utilizza l’energia propulsiva del sesso per esplorare l’identità dell’artista. A volte può sembrare pigro nel songwriting o addirittura troppo indulgente, ma il sentimento complessivo è quello di un’ode definitiva all’amor proprio, alla corporeità e al suo legame con la spiritualità; a una ricerca che Monáe ha costruito, alla grande, passo dopo passo nella sua poliedrica carriera.
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