Recensioni
Lana Del Rey
Did you know that there’s a tunnel under Ocean Blvd
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Giuseppe Zevolli
- 7 Aprile 2023

A undici anni dalla turbolenta ricezione del suo debutto Born to Die (2012), nella title-track del nuovo album Did You Know That There’s a Tunnel Under Ocean Blvd Lana Del Rey si paragona a un passaggio sotterraneo di Long Beach, California, chiuso al pubblico dal 1967. «When’s it gonna be my turn?», si chiede. «Don’t forget me». La metafora si allinea perfettamente all’iconografia di Lana, istantanee di un’America e un glamour d’altri tempi, selezionate e riarrangiate da un’artista tanto nostalgica quanto determinata a portare scompiglio nei trend musicali del presente.
Non è la prima volta che Lana affronta il tema della “reputazione” e della “longevità artistica” (il verso «My life is my poetry, my love making is my legacy», dal suo libro di poesie del 2020 Violent Bent Backwards Over the Grass, è comparso a lungo nella sua bio di Instagram a mo’ di scudo), ma è proprio in questo nono album che forse, per la prima volta, l’artista sembra riesaminare la propria discografia e gettare le basi per una possibile reinvenzione. Riattraversando l’intera gamma di sonorità della sua carriera e concedendosi il lusso di qualche passo falso, Did You Know… sembra voler fare il punto sul “genere” Lana Del Rey.
Il paragone tra la musica di Lana e l’idea di un genere musicale a sé stante, per quanto paradossale, non appare del tutto immotivato. L’uscita ravvicinata di Chemtrails Over the Country Club e Blue Banisters, rispettivamente pubblicati a marzo e ottobre 2021, diede persino agli ascoltatori più devoti l’impressione che album di ballate al piano dal retrogusto “Old Hollywood”, la ditta Del Rey-Jack Antonoff potesse pubblicarne uno al mese. Lana stessa sembra confermare il sospetto nella dimessa coda della piano ballad Kintsugi, una delle più caratteristiche del lotto, in cui mormora: «Just another folk song, but anyway / I try so hard, but that’s okay». Nei ben 77 minuti di Did You Know…, di cui Lana ha parlato come l’album più «facile» a cui abbia mai lavorato, l’eco di quei due dischi continua a risuonare.
Si percepisce forte e chiaro in un nutrito numero di eccellenti brani, tra cui la title-track, con i suoi riferimenti incrociati agli Eagles e a Harry Nilsson, la cullante riflessione su memoria e famiglia The Grants, impreziosita da cori gospel, e Sweet, in cui Lana tenta un’analisi del suo stesso mito a suon di pungenti, esilaranti versi («I’m a different kind of woman / If you want some basic bitch, go to the Beverly Center and find her / I’m sweet, bare feet»). Nella seconda metà del disco i riverberi della decadente estetica pop-folk di Chemtrails e Blue Banisters si sentono ahimè anche in qualche brano di troppo, composizioni sì graziose, ma in cui le accattivanti provocazioni della Lana poetessa finiscono per perdersi tra melodie e orpelli orchestrali che si accavallano nella memoria agli ultimi lavori dell’artista. La pur toccante Grandfather please stand on the shoulders of my father while he’s deep fishing e i soporiferi duetti Let in the Light e Margaret, rispettivamente con Father John Misty e i Bleachers dello stesso Antonoff, faticano a lasciare il segno e a raggiungere le vette del suo insuperato album del 2019 Norman Fucking Rockwell!
È Lana stessa a ricordarci del suo album capolavoro, intessendo un gioco di rimandi a NFR! In The Grants allude alla sua celebrata cover dei Sublime Doin’ Time, uno dei suoi ultimi singoli propriamente radiofonici e votati alla leggerezza («Doin’ the hard stuff / I’m doin’ my time»); in Sweet si misura con la prospettiva della maternità, ricongiungendosi al classic rock di The Greatest («I’ve got things to do, like nothing at all»), mentre nella conclusiva Taco Truck x VB arriva all’autocitazione totale, riproponendo il suo epocale brano pop-prog di quasi dieci minuti Venice Bitch, qui presentato in una scarna, ruvida versione trap che non stonerebbe su uno dei Lana-centrici mixtape screw di Rabit – che Jack Donoghue dei SALEM, con cui Lana s’è accompagnata in tempi recenti e che viene ritratto nel booklet del disco, le abbia fatto riscoprire le sonorità post-Internet dei primi anni Dieci?
Did You Know… brilla proprio in questi momenti più marcatamente eclettici, laddove Lana smette i collaudati panni della nostalgica chanteuse dell’ultimo periodo e si riconnette alle influenze pop, hip-hop e jazz del passato, filtrate attraverso quel tenue sperimentalismo a cui ci aveva introdotti proprio con NFR! I 7 minuti dell’eccellente A&W, sono un vero e proprio tour de force nella sua discografia, una sorta di micro-documentario di Lana su Lana a cavallo tra gli archi campionati da NFR!, le lisergiche chitarre di Venice Bitch, le influenze trap di Lust For Life e le pulp fiction di Born To Die («Jimmy only love me when he wanna get high / Your mom called, I told her, you’re fuckin’ up big time»). Anche Peppers, percorsa da un sample del brano Angelina (2015) della rapper canadese Tommy Genesis, ripesca un gusto per il bizzarro che Lana aveva perso per strada da tempo, scaraventando chitarre, archi, scarni beat trap e alcuni dei versi più irriverenti della sua carriera («My boyfriend tested positive for COVID, it don’t matter / We’ve been kissing, so whatever he has, I have, I can’t cry») in un calderone di borbottii, rumore bianco e psichedeliche texture.
Nel ripercorrere la carriera dell’artista, Did You Know… è dunque al meglio quando Lana suona “libera”, libera di sperimentare e ricongiungersi ai picchi di leggerezza e nonchalance del passato. Oltre alla giocosità di Born To Die e Lust For Life è un piacere ritrovare le ambizioni jazz di Honeymoon in Fingertips, un brano che, pur nella sua verbosa monumentalità, si presenta come un leggiadro flusso di coscienza, un collage di voice memo orchestrate dall’amico Drew Erickson in cui, di nuovo, sembra di sentire il richiamo dell’album NFR! (la melodia di Bartender) e del suo gusto per l’imprevedibile. In Jon Batiste Interlude sentiamo Lana ridere e interloquire con il musicista Jon Batiste e il suo piano in un momento d’estasi da improvvisazione in sala da registrazione. I due sembrano trascendere, la cacofonia delle loro voci una sorta di inno alla ricerca del nuovo.
Anni luce dalle accuse di inautenticità dirette alla sua figura, la Lana Del Rey di Did You Know ci apre le porte al suo studio, lasciandoci intravedere uno stralcio di quell’”imprevedibile” da cui promette di germinare una nuova fase nella sua carriera.
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