Recensioni

Lo dicevamo già qualche annetto fa, parafrasando il titolo della loro There’s no such thing as Aliens per un nostro articolo di approfondimento: There’s no such thing as… Sparks. Non può esistere qualcosa come i fratelli Mael, davvero. Quindi perché stupirsi ancora oggi, quando l’album in oggetto è il fantastilionesimo in carriera (numero 26, per la precisione), Ron ne ha 77 e Russell ne ha 74? Non può essere possibile, eppure… mentre tutto crolla e scompare, gli Sparks sono ancora gli Sparks, vivaddio, e forse qualcosa di più.
Come a ogni giro sul piatto, d’altronde: le parole che potremmo spendere per questo nuovissimo e fresco fresco The Girl Is Crying In Her Latte sono le stesse spendibili (e, giustamente, spese) per gli immediati predecessori A Steady Drip, Drip, Drip (2020) e l’invero fantastico Hippopotamus (2017), lavori di una terza (facciamo quarta? quinta? x?) età del duo in grado di celebrare, nel migliore dei modi, una formula di spettacolo – no, non è solo musica – unica e costantemente aggiornata e in aggiornamento, sempre miracolosamente e funambolicamente in bilico tra gustosa (auto)referenzialità pop e divertita parodia di stili, usi e costumi, dosando sapientemente umorismo e intelligenza, mestiere e puro genio.
Una forma di satira contemporanea, se volete, che gli inglesi – bravi a chiudere tutto in una parola – chiamerebbero con l’aggettivo intraducibile observational, e noi potremmo rendere come “la realtà osservata – sotto gli immancabili baffetti – dagli occhialini di Ron Mael e interpretata, tra farsa e tragedia, dal suo fratellino Russell”.
Ad esempio la traccia omonima (lanciata da un minimalista e ipercool video starring Cate Blanchett in versione David Byrne, mosse strampalate annesse), con la sua protagonista che piange nella tazza di latte macchiato, non fa altro che mettere in scena, in pochi versi, l’isolamento e l’alienazione che leggiamo sul volto degli estranei ma che sono anche e soprattutto i nostri (“so many people are crying in their latte”), la curiosità morbosa verso il prossimo e l’impossibilità di rapporti umani autentici in una società in cui andiamo tutti da Starbucks, siamo tutti amici ma non ci conosciamo più. Il tutto raccontato con i pochi, soliti ingredienti: elettronica martellante, ritornello e melodia ossessivi, synth aggressivi eppure catchy, senseless violins (alzi la mano chi coglie la citazione, so che ci siete), amore per l’assurdo. Tre minuti che racchiudono il senso di un’avventura artistica lunga cinque decenni, e gettano lo sguardo, ancora una volta, oltre.
Solo dei veri maestri sono in grado di sferrare un colpo del genere – e basterebbe anche, ma c’è il resto del disco. Che, come ampiamente sbandierato con mesi di anticipo, segna il ritorno a casa a quella Island che consegnò i fratelli al successo in piena era glam rock: appropriatamente, Nothing Is As Good As They Say It Is sembra tirata fuori da Propaganda, e i cinquant’anni trascorsi nel mezzo cosa saranno mai se sei gli Sparks? Parlare di eterna giovinezza non ha nemmeno troppo senso, in un percorso che ha sempre visto i due muoversi appena al di sotto della superficie, coerenti, a sovvertire le regole del pop – e talvolta del buon senso – creandone delle proprie, che possono essere seguite da loro, e soltanto loro, nonostante epigoni e seguaci.
Chi mai potrebbe scrivere una canzone su Veronica Lake, dimenticata star del cinema anni ’40 la cui carriera fu sabotata dal governo americano perché le operaie che erano rimaste a casa a tirare avanti la nazione mentre gli uomini erano in guerra, acconciando i capelli alla sua maniera, restavano impigliate nei macchinari? E condensare questa incredibile storia in pochi versi, intrappolandola in un pattern minimale e ripetitivo di sintetizzatori facendone una canzone pop deliziosamente bizzarra?
E questi erano solo i tre singoli in anteprima; il resto della scaletta non è da meno, tra una You Were Meant For Me che, kraftwerkianamente, ci ricorda che il synth pop se lo sono inventato loro, insieme a Moroder, ai tempi di Number 1 Song in Heaven; una We Go Dancing orchestrale e dissonante che, insieme a Take Me For A Ride, riprende le stramberie dei dischi di “classica” Lil’ Beethoven e Hello Young Lovers; una It Doesn’t Have To Be That Way che è la ballata, magistrale e nostalgica, che non ti aspetti; una Gee, That Was Fun che suona come l’appropriato commiato alla fine di uno spettacolo iniziato nel 1971 (anno di pubblicazione dell’esordio Halfnelson, prodotto da Todd Rundgren); e se fosse davvero così, non ci sarebbe nulla di male (ma le repliche sono benvenute, finché il sipario resta su).
Reduci da riconoscimenti mainstream come il documentario di Edgar Wright The Sparks Brothers, presentato a Cannes, e il film musicale Annette di Leos Carax, che in Francia ha fatto incetta di premi, e in procinto di intraprendere una trionfale tournée mondiale, i Maels fanno più che bene a godersi questo ennesimo giro di giostra. E noi, con loro. Lunga vita agli Sparks.
Amazon
