Esben And The Witch
Esben And The Witch, foto di Sophie Fox (2023)

Migliori album 2023. Classifica e considerazioni di Elena Raugei

Molte le uscite da segnalare ben distribuite tra ritorni e sorprese

Un anno da ricordare, musicalmente e solo musicalmente parlando per quel che mi riguarda. Non solo però da un punto di vista quantitativo, perché – se all’iperproduzione non vi è volenti o nolenti rimedio – intendo stavolta dire proprio a livello qualitativo. I dischi da segnalare sarebbero molti, non tanto per fornire una panoramica adeguatamente eterogenea sui vari generi stilistici quanto perché i titoli meritevoli si sono succeduti in straordinaria abbondanza, ben distribuiti tra ritorni e sorprese.

Un filo rosso a intrecciare i miei ascolti lo riscontro nell’instabilità dei tempi che si è riflessa in movimenti sospesi tra differenti dimensioni, dal bordo di soglie liminali: principalmente tra luce e buio, vita e morte, passato e futuro. Il mio disco dell’anno in assoluto, quello degli Esben And The Witch, ne è perfetto emblema. Alt-band preferita dell’ultima dozzina d’anni per la sottoscritta, in pausa indeterminata proprio da poco annunciata, ahinoi, volendo rimarcare la transitorietà delle vicende umane nell’oscurità che avanza nel mondo.

Il sesto album di studio del trio formato da Rachel Davies, Thomas Fisher e Daniel Copeman, da sempre in inquieto movimento all’interno di un dark rock tanto cinematico quanto decadente, ha centrato una purezza di attitudine e resa artistica più unica che rara. Hold Sacred è un’esperienza magica: la voce di Davies, mai così vulnerabile e in primo piano, tiene assieme linee di corde e tastiere, programmazioni e field recording, in semi-poemi musicali dove abbondando parole contraddistinte dagli elementi della natura e dall’abituale alternanza fra nero profondissimo e lampi accecanti di bianco, disperazione e speranza. Partiti con l’idea di tornare all’essenza, i tre inglesi hanno elaborato il tutto in completa autonomia, per una raccolta di preghiere neo-pagane tra ambient e dream wave, minimalismo esistenzialista e introspezione trascendentale. Uno spazio a suo modo sacro, per trovare sollievo dall’abisso in cerca di «qualcosa fuori dall’oscurità che, si speri, luccichi» – un possibile epilogo, oppure un nuovo inizio.

Un nuovo inizio per PJ Harvey è stato I Inside the Old Year Dying, il suo decimo album di studio collegato all’aspro romanzo in versi Orlam del 2022, a seguire l’apertura alla sfera sociopolitica degli anni 10 intrapresa con Let England Shake e The Hope Six Demotilion Project. I Inside the Old Year Dying si riconcilia con la propria terra, il Dorset, dalla quale viene adottato il suo antico dialetto e un immaginario estremamente materico, fatto di radici e rami. La protagonista della narrazione, una riccioluta bambina di nove anni, abita in un villaggio originato come archetipo dell’Inghilterra rurale occidentale e si innamora di un soldato-fantasma, Wyman-Elvis, trasportato grazie all’espediente del surrealismo magico dalla guerra civile inglese all’incontro letterario tra i due nella foresta di Gore. Quello di Harvey è un giro di vite, che rievoca tanto il trip hop di Is This Desire? quanto il mood gotico di White Chalk, nel quale volteggiano neo folk, minimalismo ancestrale, dark ambient e avanguardia, field recording e library music, oltre a una voce unica pur ricorrendo al trasformismo come sua nota arma d’elezione. «Life and death all intertwined», canta Harvey in Prayer at the Gate, a programmatico inizio di scaletta.

«We all, we all die anyway», canta invece Jónsi dei Sigur Rós – accompagnato da Georg Hólm e Kjartan Sveinsson – nell’unico brano in lingua inglese di ÁTTA, del quale fornisce per paradosso pacificante conclusione. ÁTTA sancisce il ritorno della band islandese, all’ottavo album, a un decennio esatto dal precedente Kveikur. L’artwork è eloquente: un gigantesco arcobaleno di tessuto, richiamo a bandiere in sostegno a orgoglio LGBT(QIA+) e pace ma in realtà ripreso da una installazione video dell’artista Rúrí risalente al 1983, bruciato dalle vampe di un incendio. ÁTTA nasce dalle lacerazioni del presente, si mette in moto introspettivo e proietta in direzione dell’estasi.  Se la formula di ambient e post-rock è celeberrima, il sound è maestoso come mai prima d’ora, con la presenza della London Contemporary Orchestra e della fidata sezione fiati Brassgat í bala, mentre la componente percussiva è quasi impercettibile. Jónsi ha parlato di musica «scarna» e «fluttuante», ideale per vestire gli anni che passano tra cinismo acquisito e necessità di sentire qualcosa. Nella reazione che innesca all’ascolto, la sua grandezza sta proprio nell’avvolgere tanto la disillusione quanto la fede in un’altra possibile forma di bellezza, somewhere over the rainbow. Inoltre: «Quando ci rimettiamo al lavoro, consideriamo sempre ogni album come se fosse l’ultimo. Pensiamo sempre al cambiamento climatico, allo scorrere del destino e all’inferno. Quando c’è oscurità, c’è luce».

Questo andirivieni tra malinconia e ottimismo caratterizza anche il terzo album dei Daughter, Stereo Mind Game, passato un po’ in sordina a dispetto del brillante songwriting e del canto deep blue di Elena Tonra, al solito toccante. Le scelte sonore sono una garanzia: dream pop e shoegaze miscelati in chiave personale, con sperimentazioni elettroniche filo-trip hop e arrangiamenti divenuti più ricchi grazie a un quartetto di ottoni e soprattutto agli archi del 12 Ensemble, previa incisioni avvenute all’interno di un ex spazio di balneazione, a collegarsi ai ricorrenti riferimenti acquatici dei testi. A fare la differenza, detto del sound, è l’aderenza al presente, per quanto Tonra, Igor Haefeli – entrambi a occuparsi della produzione del tutto – e Remi Aguilella giochino incessantemente con passato e futuro, memorie attive e rimosse. Ecco perché il fiore sulla copertina: essiccato e compresso, andato e tuttavia pronto per rimanere. Ci sono tante voci – oltre a quella di Tonra, in alcuni pezzi compare quella di Haefeli, oppure quelle di amici e familiari impresse via note vocali e segreterie telefoniche – ad amplificare il senso di elegante spaesamento generale. Nonostante sia stato pensato prima dell’era dei lockdown, Stereo Mind Game parla infatti di «connessione e disconnessione» ad ampio raggio.

Chi aderisce bene al presente perché ne incarna il miglior pop oggi in circolazione è Caroline Polachek, l’ex Chairlift al secondo album a suo nome con Desire, I Want To Turn Into You. Tendente al rompicapo e agli infiniti livelli di lettura, il sofisticato pop-R&B di Polachek è cerebrale persino negli ammiccamenti. La songwriter, produttrice e cantante statunitense – outsider sempre più iconica nei giri che contano – suona massimalista e più immediata, solare e giocosa che mai in questo nuovo lavoro post-pandemico, in partnership con Danny L Harle (PC Music) e Sega Bodega. Tra suoni digitali e organici, gran classe arty e un impressionante range vocale, perfezionismo, humour e weirdness, ci si toglie quasi ogni desiderio: sample in collegamento con vecchie canzoni, immagini di vulcani a iosa, assolo di chitarre, note di pianoforte e archi, inserti rappati, groove funky-sexy, corde acustiche flamenco, melodie crepuscolari, progressioni twinpeaksiane, cornamuse impazzite, visioni dionisiache, mispelling con il sorriso sulle labbra e omaggi tanto a Kate Bush quanto a SOPHIE. Non ci troviamo soltanto dentro a un disco bensì dentro al “microcosmo Polachek”.

Sembrano usciti direttamente da un videogame, sebbene parlino di «questo mondo di merda», i Mandy, Indiana, band inglese al primo album fondata dalla parigina Valentine Caulfield, al microfono in lingua francese tra cantati e spoken word da stordimento. La ragione sociale deriva dal declino della città statunitense di Gary, Indiana, moderna e pericolosa ghost town, oppure dal lisergico film Mandy di Panos Cosmatos, chissà. Di sicuro il mix di noise, post-punk, industrial e techno, avanguardia e bassa fedeltà del quartetto, che ha registrato in luoghi fuori dall’ordinario come centri commerciali, grotte e cripte gotiche, colpisce fortissimo. Calato al cento per cento nella distopia che è oggi, i’ve seen a way è un cyber-incubo dannatamente realistico: si passa dall’anti-sessismo in cemento armato di Drag [Crashed]  («Avrai bisogno di una pistola per respingere i ragazzi») alle ritmiche in avaria di Pinking Shears  («Non voglio più svegliarmi, quando lasciamo morire gli umani, nel Mar Mediterraneo»), dalla riot-dance di Injury Detail  («Finisci il tuo avversario») alla ribellione punk di Peach Fuzz  Non è una rivolta, è una rivoluzione»).

Altri due esordi, per due band che partono dal post-punk per spingersi oltre. Altri due album altamente insofferenti verso ciò che ci circonda, spesso e volentieri cupi e veementi: unum delle anglo-maltesi ĠENN e Bound By Naked Skies degli americani Lathe of Heaven. Le ĠENN si destreggiano tra retaggi riot grrrl post-90s, nuance etniche e radici mediterranee, in aggiunta a neo-psichedelia, jazz e blues, trip hop, sperimentazione, teatralità e passione per le lingue semitiche, scagliandosi contro il consumismo e la meccanizzazione disumana del lavoro, off e on line – a tutto ciò si sommano queerness e impegno sociopolitico post-Brexit. I Lathe of Heaven guardano agli anni 80, alla new wave e al synthpop quasi new romantic ma anche all’hardcore, all’industrial, al gothic rock e a influenze tra Nord Europa e Spagna. Tale ampiezza di vedute si rispecchia nella particolarità dei testi, dall’approccio ambiziosamente letterario, dei quali sono responsabili ovviamente i medesimi vocalist, rispettivamente Leona Farrugia e Gage Allison: la prima si rifà ad autori di peso come Virginia Woolf e Jean-Paul ma anche al poeta e sceneggiatore Mario Azzopardi nel focalizzarsi sulla ricerca e sulle contraddizioni dell’individualità e dell’identità, oltre che sulle possibili vie di fuga dalle rigide sovrastrutture; coinvolto in tematiche attinenti a malattie mentali, cosmologia, destino dello spazio e del tempo, il secondo cita influenze di stampo sci-fi come Octavia Butler e Ursula K. Le Guin (la ragione sociale del gruppo deriva d’altronde dall’omonimo romanzo The Lathe of Heaven, in italiano La falce dei cieli).

Sempre di cupezza e scenari post-apocalittici tra passato e futuro possiamo parlare con Forest Swords, all’anagrafe Matthew Barnes, rientrato in scena con il terzo album Bolted a un decennio dal debutto Engravings. Bolted è stato registrato in una vecchia fabbrica-magazzino di Liverpool, location post-industriale per antonomasia. L’avant-elettronica dal mood hauntologico del compositore-sonorizzatore-producer-grafico britannico si è sempre insinuata con misteriosa eleganza tra ambient e dub, amalgamando al suo interno goticismi post-punk, chitarre post-rock, sample dagli afflati trip hop, percussioni tribali – qui, marimbe distorte – e fiati etno in grado di innescare le danze. Nel solenne e claustrofobico Bolted, come da titolo, è come se il nostro eroe imbullonasse con forza, serrati, stretti, tutti i suoi input del terzo tipo su reperti archeologici-sonori di civiltà perdute. Basta peraltro leggere i titoli delle tracce, tra munizioni, macerie, sculture notturne, gabbie e catene, per tirar su una trama da Indiana Jones sci-fi, oppure da bladerunneriano Rick Deckard a caccia di beat umani. Ci sono anche un sample vocale inedito di Neneh Cherry, sfoderato in Butterfly Effect, e l’allucinogena riflessione sul lutto di Line Gone Cold, a chiudersi con un epitaffio del compianto Lee Scatch Perry. 

Le tinte si fanno, se possibile, ancora più fosche con Archangels di John Bence, primo lavoro sulla lunga distanza del compositore e produttore di Bristol, diplomato al conservatorio, a tre anni di distanza dal mini Love. Partendo dall’elettronica e dalla classica contemporanea, Bence si connette all’espressione dell’immaterialità con brani minimali e altamente spirituali eppure in qualche modo conturbanti, edificati su pianoforte, metafisiche ambient, arrangiamenti orchestrali, sintetizzatori, field recording, noise dell’anima e canti gregoriani, senza dimenticare il fascino esercitato da carte dei tarocchi, dai processi cosmici di morte e rinascita della tradizione indù e dalla lettura del libro Angels and Archangels di Damien Echols. Archangels tende al divino fin dal suo titolo ed è stato realizzato un paio di anni dopo la ripresa da problemi di alcolismo e dipendenza, sviluppato in parallelo a una routine di meditazione e preghiere, con le note – preferite a qualsivoglia religione – che restituiscono concetti filosofici e teologici altrimenti non trasmissibili a parole. 

Archiviate le visite in Giappone di Konoyo e Anoyo, il compositore canadese Tim Hecker – che quest’anno ha dato ottima prova di sé anche nella zona delle colonne sonore con Infinity Pool (Original Motion Picture Soundrack), per il film di Brandon Cronenberg – ha fatto da parte sua punto e a capo con No Highs riallacciandosi a Love Streams del 2016. No Highs è un antidoto alla ambient-drone music da banale rilassamento-sottofondo, perché a queste latitudini ogni cosa è tesissima e grigia, realizzata con la complicità di Colin Stetson all’immancabile e inconfondibile sax in alcune tracce. Ogni cosa va per il verso sbagliato, capovolto, eppure per il verso giusto. Minimalismo, ripetizione ossessiva e stratificazione da fuoriclasse, per servirvi. Collen, ovverosia la musicista francese Cécile Schott attiva a Barcellona, è un’altra che potrebbe ormai vivere di mestiere. Nondimeno, Le jour et la nuit du réel è il suo primo e memorabile doppio album in vent’anni di carriera. Un ambizioso ritorno alla musica del tutto strumentale, articolato in ventuno tracce-movimenti – talvolta ricorrenti con differenti texture – tra melodia post-classica e sperimentazione elettronica, a loro volta suddivise in sette suite distribuite su due facciate speculari che corrispondono al “giorno” e alla “notte”. Schott si è interrogata sul sé, sulla capacità di percezione, su ciò che definiamo “realtà” e lo ha fatto con sample e loop, con una combinazione analogica di synth e delay.

Opta nuovamente per quattro tracce estese, riorganizzate da AtomTM, il quinto album a sigla Föllakzoid, a seguire I del 2019. Il progetto cileno si è via via asciugato, sia nella line-up ruotante adesso attorno alla sola leader Domingæ (Dominga Garcia-Huidobro), sia nell’ideazione sonora. Less is more persino nel 2023, a trazione queer e neopagana. Per centrare la trascendenza, sono stati utilizzati sintetizzatori, chitarre, basso, batteria e sporadiche, enigmatiche voci disumanizzate, per un esasperato minimalismo su coordinate techno e kraut che va comunque sia a coprire oltre cinquanta minuti complessivi di (s)trip. Sempre più orientata al dancefloor, influenzata probabilmente dall’esoterismo messicano, risiedendo ormai da tempo a Città del Messico, Domingæ guida la navicella spaziale Föllakzoid alla volta di rotte al pari ipnotiche, circolari e immersive. L’obiettivo di V è svincolarsi da qualsivoglia narrativa, per ottenere un’autentica struttura metrica spazio-temporale a sé stante, «la storia dell’elettricità e del codice in cui abitiamo – o che potrebbe abitarci».

Oscuri e avventurosi sono anche gli ultimi lavori di John Cale e Tirzah. Il maestro Cale ha aperto il 2023 con MERCY, a oltre un decennio dalla sua precedente prova di materiale originale, e ha ripreso il controllo della sua totale aderenza al presente chiamando a raccolta collaboratori appartenenti alle attuali generazioni, da Laurel Halo a Weyes Blood, sino ai Fat White Family. MERCY è un disco di sperimentazione, elettronica e crooning soulfoul, del tutto notturno, dove il buio è sia quello della società, materializzato da temi urgenti come la malapolitica delle armi, lo scioglimento dei ghiacciai e la crisi dell’Europa, sia quello della memoria, nella quale galleggiano gli amici Nico e David Bowie. Tirzah Mastin, in arte semplicemente Tirzah, ha pubblicato a sorpresa il terzo album trip9love…??? affidandosi invece al supporto della collaboratrice di sempre, l’amica d’infanzia Mica Levi diventata nel frattempo una “star di culto”. trip9love…??? è un irresistibile gorgo, un flusso unico di pianoforte e drum machine in loop, con brani spesso a riproporre le medesime scansioni ritmiche. Disagio post-trip hop, retaggi dubstep e ruvido approccio DIY, minimal R&B, distorsioni e una vulnerabile voce di seta a srotolare poesie di amori reali o immaginari.

Non è fosco ma è ovviamente altrettanto sentimentale e struggente, il Sufjan Stevens di Javelin – il suo primo album in completa modalità da songwriter dai tempi dell’acclamato Carrie & Lowell – che ha tinto di colori pastello, folk elettronico, cori di zucchero filato e orchestrazioni barocche tutto il suo dolore, quello per la dipartita del compagno («This album is dedicated to the light of my life, my beloved partner and best friend Evans Richardson, who passed away in April»). Prima dei problemi di salute che hanno ulteriormente abbattuto il suo 2023, il musicista statunitense ha composto (eccezione fatta per una cover di Neil Young, There’s A World) e prodotto tutte le canzoni per conto proprio, nel suo home studio, suonando la maggior parte degli strumenti, occupandosi anche dell’artwork e coinvolgendo successivamente vari amici. Quando la grandeur nasce dall’intimismo, l’universalità dalla solitudine.

Evviva poi l’autarchia dei Bachi Da Pietra, divenuti trio con l’ingresso in formazione di Marcello Batelli, a occuparsi anche di registrazione, produzione e mixaggio, al fianco del nucleo originario formato da Giovanni Succi e Bruno Dorella. ACCETTA & CONTINUA è un album più buio rispetto al suo immediato antecedente degli anni 20, Reset. Il bues-noise rock elettonico-analogico del trio è attuale come nessun’altra proposta italiana, a dispetto del ventennio di attività alle spalle. Succi e soci fanno a fettine gli abomini della malapolitica e della chiesa, della violenza che bussa alla porta di casa e dei social media che tiktokkanno allo schermo. Ancora rotte elettroniche-analogiche con Francesca Bono (Ofeliadorme) e Vittoria Burattini (Massimo Volume), che si sono ispirate ai cortometraggi di Maya Deren per il loro debutto in duo, Suono In Un Tempo Trasfigurato, siglato Bono / Burattini: sintetizzatore Juno 60 e batteria, più vocalizzi onirici, e il colpo di fulmine è servito tra musica cosmica, krautrock e sounscape da altre dimensioni. Provare a prenderle è impossibile.

Volendo andare avanti, meriterebbero menzione band come Young Fathers (Heavy Heavy è probabilmente il miglior disco nu soul dell’anno) e Algiers (il collaborativo Shook li ha in pratica trasformati in un collettivo crossover), seguite da Kerala Dust, Squid e Teeth Of The See. Parlavamo di ritorni e i ritorni ci sono stati anche con Depeche Mode ed Everything But The Girl, Blonde Redhead e Sparks, questi ultimi in verità mai fermatisi. Due nomi di area sperimentale che abbiamo citato prima tra le righe hanno fatto benissimo anche on their own, cioè Laurel Halo e Colin Stetson. In campo elettronico un’altra rivelazione è Sofia Kourtesis, un’altra certezza è Oneohtrix Point Never. Nel songwriting sofferto, Daniel Blumberg arriva poco dopo Stevens e Jungstötter ribadisce di saperci fare. Nella forma-canzone moderna Fever Ray è una conferma di synthpop grottesco e romantico in ricongiunzione con l’era The Knife, mentre Kelela tocca profondità difficilmente eguagliabili altrove nel contemporary R&B. Tra gli incontri speciali, in un’annata che ha decretato la rivincita del goth con i saggi di John Robb, Cathi Unsworth e Lol Tolhurst, risaltano proprio Lol Tolhurst x Budgie x Jacknife Lee, ritrovatisi in un’utopica Los Angeles. Los Angeles è anche uno dei migliori pezzi dall’ultimo album dei Baustelle, Elvis, che all’interno dei nostri confini  stanno al miglior pop-rock in italiano così come i Giöbia stanno alla miglior psichedelia puntata verso l’estero. Per la categoria album purtroppo postumi, trionfa a mani basse il punk jazz di Fly or Die Fly or Die Fly or Die ((world war)) di Jaimie Branch.

Nell’annata di merda che è stata (ripeto, solo la musica si salva e forse ci salverà), chiudo il discorso della mia top 20 con il femminismo agli antipodi di BIG|BRAVE (tutto maiuscolo) e boygenius (tutto minuscolo). Si stagliano con violenza dal nero, i fiori appassiti sulla copertina del sesto album del trio canadese capitanato da Robin Wattie, che descrive il tutto così: «È violento e terribile. È schiacciante e allarmante». nature morte fa spazio a dilatate elegie di heavy metal e avant post-rock, tra elettricità, droni e cantati strazianti, fragilità e ferocia, silenzio e rumore, speranza e trauma. Addentrarsi in nature morte significa addentarsi nel dolore, così come denunciare la «sottomissione della femminilità in tutte le sue pluralità». Il supergruppo indie folk-rock boygenius ha messo di contro insieme Julien BakerPhoebe Bridgers e Lucy Dacus, al primo album in lungo con the record, laddove amicizia, spirito queer e attitudine anti-estabilishment, voglia di sovvertire i privilegi del patriarcato e di ribaltare dunque un destino femminile di sottomissione gerarchica vanno a braccetto. Le tre compongono tutto, lo fanno bene, e si sostengono negli spazi riservati a turno all’una o all’altra, più punk la prima, più introspettiva la seconda, più dream pop la terza. L’unione in tal caso fa davvero la forza. Sperando di arrivare integri anche ai bilanci del 2024.

 

Top 20 album:

 

Altri album:

 

Film

  • Aftersun – Charlotte Wells
  • Bottoms – Emma Seligman
  • Bussano alla porta (Knock at the Cabin) – M. Night Shyamalan
  • Close – Lukas Dhont
  • Decision To Leave – Park Chan-wook
  • Falcon Lake – Charlotte Le Bon
  • Io capitano – Matteo Garrone
  • Medusa Deluxe – Thomas Hardiman
  • NAGA – Meshal Aljaser
  • No One Will Save You – Brian Duffield
  • Please Baby Please – Amanda Kramer
  • Queens of the Qing Dynasty – Ashley McKenzie
  • Skinamarink – Kyle Edward Ball
  • Talk To Me – Danny & Michael Philippou

***

  • Benedetta [uscito in Italia nel 2023] – Paul Verhoeven
  • Pearl [uscito in Italia nel 2023] – Ti West

 

Serie e miniserie

Tracklist

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