Recensioni

Attendevamo il ritorno dei Teeth Of The Sea dal 2017 del notevole Wraith, un viaggio a base di interferenze fantasmatiche, probabilmente il loro miglior articolo in discografia assieme a Highly Deadly Black Tarantula. Nel mezzo, ci sono state soltanto pubblicazioni sparse di contorno, tra le quali segnaliamo almeno Love Theme Redux (Featuring Rachel Davies), cioè una versione dell’omonima canzone contenuta in Highly Deadly Black Tarantula, con la voce della frontwoman degli Esben And The Witch a incarnare il personaggio di Julia di 1984, e il singolo krautrock Vortex of Release, anticipazione – per quanto considerata sin dal principio un elemento a sé stante – del nuovo corso e del nuovo, sesto album in arrivo, Hive.
A proposito di Wraith, in sede di recensione, scrivevamo all’epoca di glaciali beat sintetici, ottoni e schitarrate a sfiorare il metal: «un quadro claustrofobico e al tempo stesso terribilmente eccitante […] Wraith suona da paura». Inoltre, per la traccia di chiusura Gladiators Ready spendevamo queste parole: «chiude il sipario con una muscolatura da Nine Inch Nails in grado di saltare da sinfonie stellari alla Dune a ritmi per dancefloor da Chemical Brothers post-apocalisse». Ecco, da sempre a proprio agio con scenari distopici e sci-fi, per Hive la band inglese composta da Sam Barton, Mike Bourne e Jimmy Martin ha tratto davvero ispirazione da un romanzo di Frank Herbert, l’autore appunto di Dune, intitolato in questo caso Hellstrom’s Hive – in italiano, L’Alveare di Hellstrom – e risalente al 1973. La trama, posto possa interessare: lo scienziato Nils Hellstrom costruisce un alveare sotto alla sua fattoria nell’Oregon. «Qui sovrintende a un ordine sotterraneo di 50.000 forme di vita ibride insetto-umano. Il suo piano è che gli abitanti dell’alveare usurpino l’umanità e conquistino il mondo». Assume così un significato preciso anche l’immagine di copertina dell’album.
Questo brulicante senso di vita è espresso al meglio dall’irresistibile trip electro-noise muta-forma di Megafragma, quasi un manifesto programmatico di oltre nove minuti di durata, scelto come singolo apripista. Megafragma è stato tra l’altro descritto come il pezzo più sperimentale mai realizzato dal trio londinese, all’incrocio impossibile tra Stereolab e Roxy Music, in partnership con l’ingegnere del suono Giles Barrett, e avrebbe potuto indicare rotte ancora più estreme, ma si rivela in realtà la punta dell’iceberg di un lavoro nel complesso più pacificato e iridescente rispetto alla cupezza dei suoi predecessori. C’è da dire che a tale eclettismo corrispondono però minor compattezza e coerenza interna. I Teeth Of The Sea passano infatti dalla neo-psichedelia alla musica di chiara ascendenza cinematografica, dalla mininal techno all’Italo-disco, mixando influenze come Labradford, The Knife, Baltimora, Vangelis, John Barry e Laura Branigan – aggiungeremmo una vaga affinità con i primi Public Service Broadcasting.
Tre dei brani di Hive, per un totale di otto, sono nati su commissione, da parte dello Science Museum di Londra, proprio come la succitata Vortex of Release, con l’obiettivo di creare una colonna sonora in presa diretta, per un documentario sugli sbarchi sulla Luna dell’Apollo: trattasi di Artemis, di Æther e naturalmente di Apollo, tra ambient e post-rock freejazzato, contraddistinti da un’elegante atmosfera di sospensione e posti strategicamente all’inizio, alla metà e alla conclusione della scaletta. Oltre ad altri due episodi quasi del tutto strumentali (Liminal Kim e Powerhorse), ci sono poi le vere e proprie canzoni, per contrasto mai così pop ma in verità non troppo incisive né esaltanti nel sound, cioè l’incalzante cartuccia industrial Get With The Program, cantata dallo stesso Bourne, e il secondo, malinconico estratto dream synthpop Butterfly House, «un inno inquietante alla perdita e alla dislocazione», che ospita la vocalist e songwriter Kath Gifford (Snowpony, Sleazy Tiger, The Wargs). Se nello spazio nessuno può sentirti urlare, la musica dei Teeth Of The Sea rimane comunque sia miele per le orecchie.
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