Album
Violet Drive
-
Nino Ciglio
- 15 Febbraio 2023
Una parabola iniziata a Londra, fra nottate fumose, night club e albe lisergiche. Tre appassionati di elettronica e psichedelia, tre menti che amano esplorare il passato e il presente, destrutturare e ricomporre. Dopo un primo album (Light, West) ispirato maggiormente dalla musica e dalle atmosfere dei western italiani e spagnoli, con Violet Drive (in uscita il 17 febbraio via PIAS) il trio inglese, formato da Edmund Kenny (voce ed elettronica), Harvey Grant (tastiere) e Lawrence Howarth (chitarra), ha deciso di virare verso sonorità decisamente più continentali, fra krautrock e blues, garage e techno.
Non a caso, dopo la pandemia, la residenza artistica della band si è spostata fra Berlino e Zurigo dove, lavorando a distanza, i Kerala Dust hanno concepito un sophomore pronto per il mercato internazionale. Sono loro stessi, nella nostra intervista, a fornirci un analisi esaustiva sull’atmosfera cupa del disco.
Il silenzio ci sovrastava ed è forse per questo che il disco ha un lato notturno. A contrastarlo ci sono i rumori e un sound più sporco, scaturito dalle registrazioni a Berlino. Nel primo caso eravamo nel bel mezzo del nulla, nel secondo al centro di una città che, però, con quelle strade larghe e i lampioni distanziati confermava quanto la notte fosse ispiratrice
Kerala Dust
Si tratta di un lavoro che parte da presupposti elettronici, ma finisce col mescolarsi (forse anche troppo) con una miriade di generi. È evidente, infatti, che il background sia quello di una band indie-rock che – parola di Kenny – “al tempo in cui si è formata, [ha] ritenuto creare musica con un laptop l’unica cosa giusta da fare”.
Eppure, un ascolto anche solo superficiale mette in evidenza che l’album è una dichiarazione d’amore alla musica elettronica, quella che si finisce col non riconoscere più a notte fonda, quando si esce da certi club (Fabric, Corsica Studios) completamente assorti dal suo essere ossessiva, ipnotica, ripetitiva. Dentro ci sono i mantra degli ultimi These New Puritans, la sensualità destabilizzante di Tricky, la rabbia blueseggiante di Let England Shake di PJ Harvey.
La titletrack e Red Light (entrambe scelte come singoli di presentazione) utilizzano gli strumenti più analogici del blues e dell’Americana solo per camuffarli di sibili elettronici non convenzionali. Strutture ordinate come quelle di Pulse VI (qualcuno ricorda ancora i Kirlian Camera?) o di Future Visions (sarebbe scontato qui citare i Portishead) incontrano la sperimentazione a volte moderatamente psichedelica (come nel caso di Moonbeam, Midnight, Howl che fa tornare contemporanei i CAN), altre più radicale, come nel caso di Nuove variazioni di una stanza (sic.), che cinematograficamente ondeggia fra Morricone e i Goblin.
Come in un sequel ben riuscito di Matrix, le macchine incontrano i sentimenti umani e si danno la mano. L’architettura post-industriale mittleuropea, così presente nelle smussature di Violet Drive, viene popolata dal sentimento malinconico di una band che, come d’altronde è ovvio fin dalla nota stampa, guarda in avanti senza disdegnare il passato:
It’s melancholy, but also has a decisiveness about how to view history as well. There’s an insecurity there.You can grab the unease of looking back in some way, while also looking towards the future
Tracklist
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Discografia
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- 1 Moonbeam, Midnight, Howl
- 2 Violet Drive
- 3 Shake (Intro)
- 4 Red Light
- 5 Pulse VI
- 6 Jacob's Gun
- 7 Salt
- 8 Still There
- 9 Nuove variazioni di una stanza
- 10 Future Visions
- 11 Engels Machine
- 12 Fine della scena
