Recensioni

Miglior alt-band dell’ultima dozzina d’anni, per la sottoscritta, va da sé, per quanto alle nostre latitudini ampiamente sottovalutati, gli Esben And The Witch arrivano al sesto album di studio, marchiato dalla propria Nostromo Records, sparigliando ancora una volta le carte in tavola – una tavola Ouija, ovviamente – e confermando la capacità di rivolgersi a differenti tipologie di ascoltatori, pur nell’auto-tutela DIY di una personalissima visione espressiva. In tempi di sovrastrutture e gare a chi urla più forte, il trio formato da Rachel Davies, Thomas Fisher e Daniel Copeman procede compatto, in meravigliosa controtendenza, centrando una purezza di approccio e resa più unica che rara. Basta poco per rendere Hold Sacred un’esperienza magica: la voce di Davies, mai così vulnerabile e in primo piano, a tenere assieme linee di corde e tastiere, in aggiunta a programmazioni e field recording. Una voce che tesse il medesimo filo melodico delle composizioni, quasi poemi musicali non di rado indifferenti alle regole dei ritornelli, e si fa medium per parole contrassegnate da ricorrenti elementi della natura, rivolgendosi all’abituale alternanza fra tenebre e raggi di luce, nero profondissimo e lampi accecanti di bianco, disperazione e speranza.
Senza voler sciorinare tediosi mini-bignami retrospettivi, è importante ricordare come la band originaria di Brighton si sia sempre mossa, in naturale evoluzione, all’interno di un dark rock tanto cinematico quanto decadente-romantico, da quell’esordio di culto che fu Violet Cries, nel 2011, un sabba drone pop, al successivo Wash The Sins Not Only The Face, l’articolo forse più accessibile in discografia, una miniera di atmosferiche gemme post-post-punk, entrambi lanciati da Matador. Quando il loro nome sembrava in rampa di lancio nei giri che contano, gli Esben And The Witch hanno invertito rotta con A New Nature, il primo capitolo pubblicato dalla loro etichetta, registrato e mixato da Steve Albini, teso a un heavy post-rock abrasivo e primordiale, eppure capace di inglobare ottoni arty ed estendersi in direzioni sperimentali. Dopo ci sono stati due lavori stampati da Season Of Mist, ad abbracciare un pubblico più estremo: Older Terrors, un mosaico di quattro suite post-metal, e Nowhere, imperiosa e aggressiva prova goth-punk risalente al 2018.
Hold Sacred è stato presentato come un possibile epilogo, speriamo di no!, oppure un nuovo inizio. Questo perché, a fronte di una crisi creativa e una parallela crisi collettiva scatenata dai difficili tempi di pandemia, mettere a fuoco la direzione da intraprendere non è stato facile. Davies, Fisher e Copeman, che al momento abitano rispettivamente tra Regno Unito, Berlino e New York, hanno avviato il work in progress in Italia, in una villa di Roma, nell’estate del 2019, per poi proseguire in inverno su una spiaggia abbandonata di un villaggio di pescatori vicino a Porto, in Portogallo, e spostarsi nel marzo 2020 dapprima nella campagna francese e in seguito in un’antica casa nella Germania rurale.
Partiti con l’unica idea di tornare all’essenza, alle motivazioni basilari del fare musica assieme, i tre sodali hanno elaborato il tutto in completa autonomia, senza il ricorso a produttori esterni, con gli aspetti tecnici affidati a Copeman e l’artwork nelle mani di Davies, attiva anche come illustratrice. I brani, nove in scaletta, sono dunque votati al minimalismo e all’introspezione, in un guado magnetico di ambient e dream wave, assolutamente peculiare, in un ideale punto di intersezione fra la trascendenza del Ghosteen di Nick Cave & The Bad Seeds e l’ultimo afflato bucolico di PJ Harvey, fra la dimensione del sogno dei Cocteau Twins e degli altri possibili vari rimandi 4AD d’antan, il senso per la tristezza di Grouper, le rarefazioni di Tim Hecker e l’etica esistenzialista degli Have A Nice Life. Brani che si dispongono proprio come un cerchio di pigne, quello raffigurato sulla copertina, a delimitare uno spazio d’azione, a suo modo sacro, entro il quale sentirsi protetti ma anche muoversi.
Primo singolo estratto, posizionato in apertura, The Well cita tra le righe il vecchio, piccolo classico Dig Your Fingers In ed è un avvio di straordinaria potenza nella sua raccolta e soffusa foggia neo-folk: «I am down here, in my chapel / Where I’m safe from the evils of the world». Una volta entrati, si va avanti con In Ecstasy, ribollire vagamente psichedelico di pulsazioni sintetiche più incalzanti che asseconda l’imperativo in crescendo di alzare le mani al cielo, e con il conforto offerto dall’avvolgente, accorata ballad Fear Not. Superata la fantasmatica pacificazione di Silence, 1801, le acque riprendono a farsi più mosse con i battiti e gli echi dello speculare faccia-a-faccia con se stessi di True Mirror: «When you see what lies beneath, / Will you still love me?». Se A Kaleidoscope, dai riverberi filo-shoegaze, ha la consistenza di un origami di cristallo, l’immaginario e conflittuale dialogo con dio, da un punto di vista agnostico, che va in scena nel pathos via via liberatorio di Heathen sfiora il sublime, in un botta-e-risposta «Through the endless dark of the future» da autrice-interprete in stato di grazia. In chiusura, l’andamento cullante di The Depths e la fine del mondo verso un’auspicale era X della crepuscolare Petals Of Ash («So let’s bathe in the light of a full moon»).
Hold Sacred è una sorta di funzione spirituale-sonora in flusso unico, un misterioso prontuario di preghiere rigorosamente pagane a mo’ di sollievo dagli abissi di «esaurimento, depressione e ansia» che tutti abbiamo vissuto e stiamo vivendo. Una calata nella fitta oscurità, strizzando gli occhi per cogliere preziosi, rari, rigeneranti bagliori. Ci vuole coraggio per un album simile, sia nel farlo, sia nell’addentrarvisi. La ricompensa è una bellezza, nel tormento di fondo e nell’estasi a cui si anela di riflesso, spesso e volentieri semplicemente abbacinante.
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