Recensioni

Nelle intenzioni del suo autore, No Highs va interpretato come una reazione a quella che viene etichettata come “corporate ambient”, via d’accesso ad un falso positivismo disneyano, regolato da algoritmi e target market per i social network. Un mondo dove tutto è uguale, tutto è grigio, tutto è infantile, in una maniera necessariamente fisheriana di leggere al capitalismo contemporaneo.
La distopia di Hecker trascende giocoforza le regole del genere che frequenta, in un modo che si inserisce nel solco di una carriera che lo ha visto sempre rovesciare il banco. Per il musicista canadese, ambient e drone music sono solo colori possibili di una tavolozza che spesso lo ha portato al confine con classica contemporanea e avanguardia tour court.
I fan di vecchia data riconosceranno subito la mano del maestro, anche se questa volta sembrano mancare i picchi noise-wagneriani del passato. Tutto è ancorato alla pulse depression – per citare un brano del disco – che contraddistingue il tik tok digitale dei due capitoli di Monotony, di Lotus Light o di Anxiety. Codici morse di evidente derivazione minimalista che impediscono alle composizioni di elevarsi verso le guglie neogotiche che avevamo visto in Ravedeath o flirtare con la matrix apocalittica di Konoyo. Lo sguardo di Hecker, questa volta plana poco sopra il livello dei tetti, ma come si capisce dalla copertina, è uno sguardo rovesciato; la forma che da sostanza al contenuto.
Come lascia intendere il titolo, non ci sono vette particolari in questo lavoro dove tutto è molto omogeneo. Si fa notare il sassofono di Colin Stetson su Monotony II che spezza praticamente l’album a metà. Di contro, l’esperienza cinematografica con le soundtrack di The North Water e Infinity Pool sembra aver influito non poco in termini di comunicabilità e resa cinematica, visto che brani come Total Garbage o In Your Mind sono tra le cose più easy listening mai fatte dal canadese.
A ragion veduta possiamo accogliere senza problemi che all’undicesimo disco sopraggiunga un po’ di mestiere in più è un po’ di visionarietà in meno. Eppure No Highs non è propriamente il classico disco di mestiere, se non forse il necessario passaggio verso qualcosa di completamente nuovo.
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