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V è veramente il quinto album a sigla Föllakzoid, a seguire I del 2019. Nel frattempo, il progetto cileno si è via via asciugato, sia nella line-up – agli albori quartetto, dopodiché trio e duo – ruotante adesso del tutto attorno alla leader trans Domingæ (Dominga Garcia-Huidobro), all’esordio a proprio nome nel 2021 con la bio-genesi ambient-trance di Æ, sia nell’ideazione sonora. Less is more persino nel 2023, a trazione queer e neopagana, della musicista e film-maker di casa a Sacred Bones, insomma, forte e consapevole della sua identità espressiva tanto da issarsi la faccenda sulle spalle, con nessun altro a coprirgliele.
Per centrare l’ardito obiettivo della trascendenza, è d’imperativo essere leggeri: qui troverete solo sintetizzatori, chitarre, basso, batteria e sporadiche, enigmatiche voci disumanizzate, per un minimalismo sempre più esasperato, su coordinate techno e kraut che vanno comunque sia a coprire oltre cinquanta minuti complessivi di (s)trip. Sempre più orientata al dancefloor, influenzata probabilmente di contorno dall’esoterismo messicano, risiedendo ormai da tempo a Città del Messico, Domingæ guida la navicella spaziale Föllakzoid alla volta di rotte al pari ipnotiche e immersive, con un sound più rotondo e luminescente rispetto al recente passato.
A differenza di III (che segnava però un netto e significativo passaggio stilistico a vantaggio della reiterazione electro), di II e dell’omonimo debutto, lavori basati su singole take a opera di una full band, V è stato costruito nel corso di un mese speso a sviluppare più di settanta tracce audio separate, in completo isolamento. In questo affine a I, con cui condivide anche la scelta di suddividere la scaletta in quattro brani ulteriormente numerati, privi di titolo, nonché di affidarsi in un secondo momento al produttore tedesco AtomTM, che ha riorganizzato le quattro sequenze di tracce senza indicazioni, in un gioco di incastri a mano libera di infinite possibilità.
L’ascolto è un’esperienza da affrontare in flusso unico, lasciandosi trasportare da beat che cavalcano e sbandano con effetto da capogiro, pattern che si ripetono e rincorrono in circolo, corde che sfrigolano e strisciano in innumerevoli direzioni. Un rituale, anzi, più che un ascolto nel senso canonico del termine, peraltro altamente personale negli esiti, seppur improntato a una psichedelia della frammentazione-sperimentazione-ripetizione che potrebbe mettere d’accordo Moon Duo, BEAK> e Teeth Of The Sea. V-I introduce già ogni elemento in atto, V-II – accompagnato da un video, in versione edit, auto-ricavato dal film paranormale Partir to Live – spinge in chiave maggiormente dinamica sul multiverso ritmico, V-III rincara la dose con groove dark e V-IIII martella a dritto in direzione di un’altra specie di pacificazione.
Se in Æ l’avanguardia delle composizioni mirava al «processo di disimparare e disinstallare software creativi precedentemente stabiliti», per raggiungere un effetto di dissociazione, dissoluzione e depurazione, il coerente obiettivo di V è quello di svincolarsi da qualsivoglia narrativa, per ottenere un’autentica struttura metrica spazio-temporale a sé stante. Domingæ parla dell’«esercizio di raccontare una storia elaborata sul nulla con il minor numero di parole necessarie». Nel caso vi stiate domandando quale sia questa storia: è «la storia dell’elettricità e del codice in cui abitiamo – o che potrebbe abitarci». Quella stessa «e-lec-tri-ci-ty» tanto pericolosa quanto magica a detta di David Lynch, da Twin Peaks in giù. Ed è dunque l’ora di entrare in V, ma è V che potrebbe entrare dentro di voi.
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