Recensioni

Emma Seligman e Rachel Sennott, entrambe classe 1995, sono una delle migliori accoppiate della commedia di nuova generazione. Attesissimo, caso mediatico negli USA, uscito direttamente in streaming per l’Italia, Bottoms fa seguito a quel piccolo miracolo che era stato Shiva Baby del 2020, sviluppato dal precedente e omonimo cortometraggio, rinnovando dunque la partnership di scrittura tra la regista canadese di origini ebraiche e l’attrice e comica statunitense, anzi ampliandola e indirizzandola già verso altre prospettive, senza ripetersi.
Se Shiva Baby si concentrava in maniera più introversa e claustrofobica su una seduta di shiva nel corso della quale un’adolescente fallimentare doveva destreggiarsi suo malgrado tra ex fidanzata, parenti impiccioni e viscidi sugar daddy con famigliola appresso, Bottoms è una dinamica esplosione di colori e citazioni, spassosa eppure capace di rispecchiare con naturale leggerezza – una leggerezza che a tratti sfiora la superficialità ma risulta più unpolitically correct che mai – realtà che esigono ormai una rappresentazione e di sfiorare interrogativi nient’affatto scontati mantenendosi alla larga dalla retorica di univoca lettura.
Teen sex comedy e satira sboccata, Bottoms documenta le incasinate avventure scolastiche e sentimentali delle “best friends” queer PJ – che il nome sia un omaggio a Polly Jean Harvey? – e Josie, all’ultimo anno di lezioni alla Rockbridge Falls High School. Nei panni di personaggi solitamente associati ad azioni maschili, la travolgente ed esilarante Seligman, capace di brillare anche nel cast del sarcastico horror Bodies Bodies Bodies, tra giochi di società e social network, e l’acuta Ayo Edebiri, emersa grazie al successo della serie televisiva The Bear, funzionano benissimo assieme (il rodaggio è d’altronde avvenuto con l’ideazione di alcuni spettacoli per il canale televisivo Comedy Central).
La trama, in breve: PJ e Josie fondano un fight club, con esplicito riferimento a David Fincher, per tentate di rimorchiare le cheerleader più avvenenti dell’istituto (ripensando forse a But I’m a Cheerleader del 1999), a partire dall’eterissima Brittany e da Isabel, fidanzata del quarterback e alunno-modello Jeff. La scusa è quella di insegnare alle compagne l’auto-difesa, comunque sia indispensabile nel contrastare le multi-sfaccettate violenze patriarcali, dagli stupri allo stalking e al bullismo, e le botte da orbe inanellate nel corso dei vari incontri nella palestra della scuola incrementano non a caso il confronto e la solidarietà femminile. Attorno, per l’appunto, le ragazze oggetto del loro desiderio annaspano perlopiù dietro ai giocatori della squadra di rugby, quando manipolatori quando semplicemente ridicoli nel mascherare le proprie debolezze dietro le uniformi da gioco.
Ma l’obiettivo dietro alle azioni di PJ e Josie, una volta emerso all’imbarazzante luce, è ben presto giudicato terra-terra e condannato all’unanimità, a minare di conseguenza tanto la progressione del concetto di femminismo tra i corridoi e le aule del liceo quanto il prezioso supporto degli allies di turno – nello specifico, Mr. G (segni distintivi: divorzio in corso e hobby del porno), prof. di Storia nonché tutore per caso del fight club, impersonato dall’ex giocatore di football Marshawn Lynch. Insomma, le due amiche possono soltanto soccombere a un destino di ruolo immutabile oppure farsi paladine prive di macchia (umana) di una qualche sorta di rivoluzione ben etichettabile, quando vorrebbero semplicemente essere protagoniste, libere, nel bene, nel male e in quel che sta nel mezzo, alla medesima stregua dei corrispettivi maschili/etero, di ogni loro possibile azione-filmino.
Perché là fuori non ci sono soltanto i gay ma anche «the ugly, untalented gays», all’ultimo posto nella catena alimentare, sul fondo (la rivincita delle sfigate?), sulle quali vicende si concentra per l’appunto la sceneggiatura di Seligman e Sennott, risalente ai tempi comuni alla NYU, senza ricorrere alla scorciatoia di supereroi e supereroine. PJ e Josie, a volte, risultano quasi sgradevoli, quantomai vere, nella loro impulsiva, ormonale attrazione verso lo stereotipo della bellezza o nei loro piani naïf a doppio sfondo sessuale. Tratti comportamentali-caratteriali di certo più articolati rispetto a quelli di varie figure di contorno, volutamente quasi caricaturali. A loro modo, entrambe centreranno un lieto fine non troppo stucchevole.
Si parte così dall’adattare il format American Pie a ciò che Seligman e Sennott avrebbero voluto vedere da giovani, con colonna sonora power pop di Charlie XCX, co-firmata con Leo Birenberg e arricchita da ulteriori hit di Bonnie Tyler, Avril Lavigne, King Princess, eccetera, e si finisce con un pizzico di genio in area splatter: la sanguinosa partita di football che chiude il film è puro non sense cringe. Partita in cui le adepte del fight club e le cheerleder – attenzione, spoiler – massacrano i ceffi grandi, grossi e cattivi della squadra rivale, l’Huntington High School, venendo così in soccorso ai ma(s)chi di casa, i Rockbridhe Falls Vikings, in surreale pericolo di vita. Una sequenza cult che vale di per sé la visione. La spada che infilza mortalmente gli avversari, presa in prestito con assoluta follia da Scott Pilgrim vs. the World, trafigge anche noi. In barba al logorroico e manicheo Barbie, volenti o nolenti, Bottoms è tra i titoli dell’anno nel suo de-genere.
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