Ho iniziato a scrivere per Sentireascoltare nel 2002. Siccome mi pare di non avere mai saltato il rito delle classifiche di fine anno, quella del 2021 sarebbe la mia ventesima. Sarebbe. Ma non lo sarà. Credo che per il 2021 una mia classifica non abbia senso di esistere. Immagino che importerà a pochi e quei pochi non avranno difficoltà a farsene una ragione. Come del resto ho fatto io già da un po’.
Non ho niente contro le classifiche, anzi. Da anni penso e sostengo che siano un giochino divertente e al più innocuo. Le leggo volentieri, mi ci confronto, a volte mi meravigliano, altre mi irritano, ma in linea di massima le considero un passatempo tra gli altri. Nulla che meriti di innescare incazzature, scandali e relativi polveroni social. Le classifiche costituiscono, come dire, la tappezzeria aggiuntiva e momentanea dell’habitat di noi rockofili. Tempo pochi giorni e non le ricordi più, sono estinte, passate, come un rituale o una festività. E avanti con gennaio, col nuovo giro di giostra che – porca miseria – è già iniziato (non si ferma mai, la giostra).
A questo punto però mi tocca fare una confessione: in tutti questi anni ho mentito, almeno un po’. Mi riferisco a ciò che pensavo delle classifiche, che mi saranno pure sembrate un giochino innocuo ma ciò non mi impediva di avvertire alla loro base un perché forte, un principio di causa dal quale conseguiva un vero e proprio senso. Si trattava né più né meno di cogliere lo spirito (musicale) del tempo attraverso un fermo immagine (redazionale o individuale) che, se combinato con altri, dava vita a una specie di photo mosaic di un certo frangente storico, quest’ultimo convenzionalmente identificato con l’anno solare.
Presa singolarmente, una classifica non significava granché, non diceva molto se non sui gusti dell’autore o sulla linea editoriale della tal redazione. Più classifiche invece erano in grado di catturare lo Zeitgeist. “I migliori album del 2001” (o del 2004, o del 2012…) non era insomma solo un articoletto compiacente, autocompiaciuto e vagamente masturbatorio su quanto le attitudini di una certa rivista o di un certo amico social coincidessero coi (o divergessero dai) tuoi gusti e criteri musicali, ma andava a costituire assieme ad altre classifiche (meglio se omologhe) una vera e propria mappa culturale.
Negli anni però le cose sono cambiate. Il processo è iniziato almeno dai Novanta con la massiccia campagna di ristampe in CD, ma l’accelerazione decisiva è stata impressa dalla liquefazione (o se preferite dalla vaporizzazione) dei supporti, con i download prima e gli streaming poi a rendere disponibile più o meno tutto lo scibile sonoro, quello cioè che ha iniziato a stratificarsi con l’avvento della musica registrata. Penso che oggi sia doveroso chiedersi: cos’è davvero il presente, musicalmente parlando? Digerite tutte le considerazioni e meditazioni sul tema della retromania, in quale presente vive chi si ostina a ritenersi (a essere) un appassionato di musica (rock)?
Prima di proseguire, vorrei precisare: non ho iniziato a macinare queste elucubrazioni così, a gratis. Sono anzi partito da una sensazione piuttosto netta: dei dischi nuovi che ho ascoltato quest’anno (ne ho ascoltati molti, anche se non tanti quanti ne ascoltavo dieci o venti anni fa), quasi nessuno mi è sembrato emblematico rispetto al “qui e ora”. Con pochissime eccezioni, ad esempio l’ultimo album dei Low oppure quello di Damon Albarn. Aggiungo: non parlo ovviamente di bellezza, quello è un altro discorso. Con dischi emblematici intendo quelli che per forma e sostanza avrebbero potuto uscire solo in questi mesi, in questi giorni, dischi che appartengono a questo tempo, un tempo che raccontano e che saranno in grado di raccontare quando capiterà di riascoltarli in futuro. Ecco, la sensazione di cui sopra mi induce a credere che fra uno, dieci o vent’anni non sarò in grado di indicare in maniera convinta dischi capaci di rappresentare – di raccontare – il 2021.
Non credo, ripeto, che sia un problema di qualità: da questo punto di vista ritengo il 2021 un buon anno. Negli ultimi mesi mi è capitato cioè di inciampare in diversi buoni dischi, alcuni anche molto buoni. Penso però che lo scenario in cui i dischi oggi vengono concepiti, creati e pubblicati non contempli il concetto di presente, o almeno non come lo intendevamo fino a qualche anno fa. Il punto, appunto, è questo: il presente non è più lo stesso. Tra la riduzione vertiginosa delle distanze, la scomparsa del futuro e la disponibilità/simultaneità del passato, il presente si è dilatato, frammentato, liquefatto. Non è circoscrivibile, non offre coordinate. Il presente è diventato irrappresentabile.
La musica tenta di dare senso a una visione (quella del musicista) che sa – in qualche modo lo sa – di essere diventata incommensurabilmente parziale in termini di spazio e di tempo, cioè poco significativa rispetto al qui e ora. Un disco è al più uno spasmo che emerge brevemente da un flusso e riflusso di segni e connessioni, da uno sciamare convulso, da un brodo post-contemporaneo nel quale il vicino e il lontano, il revival e l’attualità, il conforme e il trasgressivo non sono più concetti opposti né dicotomie, ma dentellature di ingranaggi, un intercalare automatico e complementare, quindi sostanzialmente neutro.
Le conseguenze sono profonde, a partire dall’album in quanto formato espressivo, chiamato tradizionalmente (ovvero, per semplificare, dal Sgt. Pepper in avanti) a fornire l’istantanea di un momento – o una fase, se preferite – di un percorso artistico. Oggi l’album subisce la pressione disgregante dello streaming, che impone tempi, modi e forme finalizzate alla visibilità, prediligendo (e spingendo per) l’uscita di più tracce singole. Difatti tra le sempre più numerose anticipazioni (vedi a titolo di esempio il caso del nuovo Beach House, del quale a due mesi dalla pubblicazione sono già state rese disponibili otto tracce) e uscite extra, l’album appare sempre più come una prassi residuale, un relitto formale. Probabilmente verrà il giorno in cui ci sembrerà un tic nostalgico tra gli altri, se non addirittura un’anomalia. Un giorno, temo, più vicino di quanto non si immagini.
Tutto ciò è trasparente per chi, non essendo cresciuto nell’epoca dei supporti fisici, non è abituato a strutturare il percorso di ascolti per discografie (e quindi delle discografie – del concetto stesso di album – se ne frega soavemente). Nei confronti di costoro la strategia dei servizi di streaming è particolarmente efficace, agisce cioè fornendo percorsi di ascolto tracciati algoritmicamente che, a giudicare dai numeri, sembrano funzionare piuttosto bene. Ovviamente l’obiettivo di questi percorsi non è, come dire, divulgativo: la loro missione è tenere vivo l’interesse, fidelizzare. Ed è del tutto comprensibile, dal momento che negli ascoltatori l’algoritmo non vede altro che clienti, vale a dire utenti da profilare.
In questo senso, Wrapped di Spotify è esattamente ciò che sembra: il resoconto di una profilazione, che certifica tra le altre cose il progetto (e le possibilità algoritmiche) della società svedese nei confronti dell’utente. Eppure per qualche giorno è diventato lo specchio in cui riconoscersi, l’immagine di sé da condividere (con neanche troppo malcelato orgoglio).
Non essendo un utente di Spotify, non posso ahimé specchiarmi in Wrapped, quindi devo arrangiarmi da solo: pur con tutte le approssimazioni del caso, ritengo di avere ascoltato diverse decine di dischi nuovi e altrettante di dischi più o meno vecchi. Ho le idee abbastanza chiare anche su quali dischi ho ascoltato di più e su quali siano i miei preferiti. Ma ecco, è proprio qui che mi sono scontrato di testa con la sensazione di cui sopra, quella che mi ha spinto a scrivere queste righe: nuovi o vecchi che fossero, i dischi (nota bene: anche se li ascolto in streaming, da vecchio ascoltatore “analogico” è come se stessi facendo girare un pezzo di plastica rotondo) hanno costituito il mio habitat allo stesso identico modo.
Detta (spero) più chiaramente: per me ascoltare gli ultimi lavori di Idles, Iosonouncane, The War On Drugs, Marissa Nadler o Cristina Donà non significa vivere nel (il) presente più di quanto non mi accada ascoltando vecchie cose di Cranes, Neon, Felt, Jefferson Airplane o Flavio Giurato. In estrema sintesi, fa tutto parte dello stesso catalogo.
Ne concludo che anche un reduce analogico come il sottoscritto non possa fare molto contro l’azione uniformante della prassi: giorno dopo giorno, ascolto dopo ascolto, la profondità storica collassa, lo scibile musicale (rock) diventa una piattaforma sinottica, un touch screen. Ogni selezione musicale mi fa sprofondare un po’ di più in questo “qui e ora” senza qui e senza ora, in un presente appiattito, atemporale. In un presente-catalogo. Forse la differenza tra ascoltatore (il reduce analogico) e utente (vedi sopra) sta nella capacità di avvertire in questo appiattimento un retrogusto angoscioso, la castrazione di un vecchio (analogico) desiderio.
Detto questo, potrei – certo, potrei – tirare giù una classifica dei dischi usciti nel 2021. Potrei selezionare senza troppo sforzo quelli che mi sono sembrati più interessanti o, per farla breve, più belli. Rimarrebbe comunque un gioco, lo stesso degli anni passati, ma il risultato stavolta non potrei accettarlo. Sarebbe come fotografare un vampiro: ne uscirebbe un’immagine rassicurante perché vuota, quindi falsa, ingannevole.
In ragione di ciò, e consapevole del fatto che non fregherà a nessuno, a questo giro decido di non partecipare al giochino delle classifiche. Non scatto alcuna foto. Quella che segue è una lista di ascolti parziale, caotica, assolutamente non gerarchizzata e non rappresentativa. Una carrellata mnemonica, se volete, neanche troppo attendibile, il mio Wrapped del 2021 abbozzato con una certa approssimazione. In mezzo ovviamente ci stavano dischi vecchi e anche vecchissimi, che ho tolto per non infierire, più un bel pacco di libri, qualche serie tv, diversi documentari, pochi film (troppo pochi) e la perenne compagnia di una sempre più robusta disillusione nei confronti di, per farla breve, tutto quanto.
Buon futuro.
- Paolo Angeli – Jar’a
- The Notwist – Vertigo Days
- Emma Ruth Rundle – Engine Of Hell
- Amerigo Verardi – Un sogno di Maila
- Arab Strap – As Days Get Dark
- Smile – The Name Of This Band Is Smile
- Nazarin – 1981
- St. Vincent – Daddy’s Home
- Hugo Race – Dishee
- Moin – Moot!
- Grand Drifter – Only Child
- Godspeed You! Black Emperor – G_d’s Pee at State’s End!
- Serena Altavilla – Morsa
- The Coral – Coral Island
- Lambchop – Showtunes
- Cristina Donà – deSidera
- Damon & Naomi – A Sky Record
- Barbagallo – BorgoMale
- Marissa Nadler – The Path of the Clouds
- Don Antonio – La bella stagione
- Iceage – Seek Shelter
- Neil Young & Crazy Horse – Barn
- Billie Eilish – Happier Than Ever
- Giancarlo Frigieri – Sant’Elena
- Steve Gunn – Other You
- Damon Albarn – The Nearer The Fountain, More Pure The Stream Flows
- Low – Hey What
- Iosonouncane – Ira
- The Stranglers – Dark Matters
- José Gonzàlez – Local Valley
- Sufjan Stevens & Angelo De Augustine – A Beginner’s Mind
- Gerardo Balestrieri – Rue De La Paix
- Lana Del Rey – Chemtrails over the Country Club/Blue Banisters
- The War On Drugs – I Don’t Live Here Anymore
- Idles – Crawler