Recensioni

7.2

È noto che, man mano che le carriere si allungano, i dischi in studio diminuiscono di frequenza ma anche di peso e importanza all’interno della discografia. Da questo secondo aspetto, gli Stranglers avevano fatto eccezione con Norfolk Coast (2004), inattesa rialzata di testa creativa dovuta probabilmente in gran parte all’ingresso nel gruppo di Baz Warne e confermata dagli altri due dischi usciti nel frattempo, meno belli di quello ma più compatti e ispirati di quelli degli anni ’90.

E anche questo ultimo, in qualche modo, rappresenta una pietra miliare nella storia del gruppo, non tanto e non solo perché, vista l’età dei protagonisti, potrebbe anche essere l’ultimo in assoluto, quanto perché segna in modi diversi l’abbandono di altri due membri fondatori (dopo quello di Cornwell nel ’90): il batterista Jet Black, già “vecchio” agli esordi del gruppo, nel 2018 si è ritirato ufficialmente (d’altronde solo 3 anni lo separano all’anagrafe da Charlie Watts, e Black è nato pure prima…) e questo è il primo disco senza di lui, rimpiazzato dal bravo Jim Macaulay già nei concerti da qualche anno; mentre il tastierista Dave Greenfield, com’è noto, è morto il 3 maggio scorso di Covid-19, e quelle sull’album sono le sue ultime registrazioni col gruppo (nelle quali, pur senza picchi storici, conferma il peso enorme che ha sempre avuto nel sound degli Stranglers).

Disco appunto miliare, perciò, e secondo la stampa inglese anche uno dei loro album più belli: è un giudizio su cui probabilmente pesa quanto abbiamo appena detto, ma non campato per aria, visto che accanto a qualche caduta di tono, non mancano ispirazione e freschezza. Dall’iniziale Water, apertura maestosa che alterna piani e forti con una vena di prog al vigoroso singolo This Song, cover di un brano dell’arguta pop-punk band gallese The Disciples of Spess (che nel loro autoritratto I Was A Teenage Disciple of Spess mettevano nella descrizione «The Stranglers for dinner, tea and brekfast»), portato al classico Stranglers-style con pochi tocchi; dal commosso ricordo And If You Should See Dave, bossa leggera un po’ come le facevano i Doors e un po’ come ogni tanto ne fanno loro, che a un certo punto dicono pure «qui partirebbe il tuo assolo», all’altro pezzo che si muove su direttive simili ma con un tocco di Dancing Barefoot e un bell’intervento di tromba nel finale, ovvero If Something’s Gonna Kill Me (It Might As Well Be Love), che nel video e nel testo evoca il dolore di chi perde un figlio o un parente in guerra; da No Man’s Land col suo ritmo spezzato che ricorda la vecchia Goodbye Tolouse all’atmosfera straniata della corsa spaziale, ma non come ci si aspetterebbe (niente fischi di synth o rievocazioni di computer di bordo anni ’50), di The Last Men On The Moon ai 3/4 (neanche troppo Golden Brown) del meditativo finale con Breathe, non mancano le frecce all’arco di questo disco.

Qualche perplessità invece davanti alla cantautorale e intima The Lines, che sviluppa il tema delle rughe sul volto come riconducibili ognuna a un avvenimento specifico (già accennato da Lou Reed nel tardo capolavoro Who Am I?) con un filo di retorica e di sentimentalismo di troppo che affliggono anche l’altro lento Down, melodicamente un po’ prevedibile, mentre sospendiamo il giudizio su White Stallion, che parte solenne con l’orchestra, decolla come un funk-rock a pieni cilindri con ritornello epico per poi sospendersi sui vocalizzi di una cantante lirica (!) e al successivo intervento di un coro, prima di tornare al funk con solo finale: un elemento prog l’hanno sempre avuto (basti ricordare i 7:30 di Down In The Sewer sul primo disco), ma forse qui hanno esagerato.

Per cui, se qualcuno dovesse vedere Dave può fargli i complimenti non solo per tutta la bella musica realizzata col gruppo ma anche per questo ultimo album: se sia migliore di Suite XVI e di Giants non lo sappiamo, i dischi di certi gruppi richiedono tempo e c’è sempre il rischio da una parte di sopravvalutare (per affetto e perché dimentichiamo i penultimi e ci sorprendiamo di cose magari già fatte), dall’altra di sottovalutare, alla luce dei capolavori passati, musica che invece, specie da parte di un gruppo di fatto anziano, è tutt’altro che scontata. In un periodo tutt’altro che felice per il Rock, loro continuano a farlo in modo sfaccettato, potente e animato dalla consueta vena di inquietudine ed alterità.

P.S.: per chi preacquistava il disco sul sito c’era un cd omaggio a Greenfield con alcuni brani, live e in studio, che ne mettevano in mostra le qualità: “se qualcuno dovesse vedere” non Dave ma i responsabili dello store potrebbe dirgli cortesemente che sarebbe stato gentile ricompensare noi pre-acquirenti facendoci avere il disco almeno nel giorno dell’uscita, e non essere qui dopo 11 giorni ancora in attesa? Grazie

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