Recensioni

Grand Drifter rientrerebbe appieno nella proverbiale categoria dei “segreti meglio custoditi”, se non fosse che oggi l’idea stessa di “segreto” appare irrimediabilmente inadeguata. Tutto è scoperto, esposto, raggiungibile, fruibile. Figuriamoci una proposta come quella di Andrea Calvo, quel suo rock in bilico tra vena cantautorale agrodolce e grana abrasiva (tu chiamala, se vuoi, indie), quella garbata inquietudine che sa mantenere le distanze oppure afferrarti l’anima per la collottola e, se è il caso, spiegazzarla come e quanto merita. Eppure, tra le proposte che affollano ogni giorno di più il catalogo dei music provider, il secondo album di Grand Drifter rischia davvero di fare la fine di un segreto, di un affare per pochi, invisibile ai più.
Sarebbe un peccato. Sarebbe uno spreco imperdonabile. Perché le dieci tracce di Only Child confermano appieno il talento del piemontese (di Acqui Terme) quando si tratta di scrivere e interpretare canzoni portatrici sane di melodie tanto schive quanto intriganti, ora all’insegna di un languore impetuoso (il singolo Haunted Life, Diary Of Sorts), ora adagiate su uno struggimento traslucido (The Big Without, A Deal With The Rain, la title track), ora mosse da una febbricola in punta di tumulto (As A Light Farewell, Hidden From Your Sight). Il tutto senza dare la sensazione di svariare a gratis, anzi: Calvo si mantiene ben saldo alla propria calligrafia, a una sorta di poetica della marginalità consapevole e combattiva, grazie anche a quella voce che cala sul tavolo la tenacia della fragilità e al tempo stesso la fragilità della tenacia (no, non sono la stessa cosa).
Detto che nel disco suonano gli Yo Yo Mundi più altri amici tra cui Michele Sarda e Hamilton Santià degli Smile, a beneficio di chi gradisce le mappe stilistiche direi che le coordinate stringono sulla versatilità accorata dei The Go-Betweens (si senta ad esempio Bookends), su certa tenerezza pungente à la Belle And Sebastian (la già citata As A Light Farewell), sulla cremosità sognante dei Blueboy e di altri incantesimi asprigni Sarah Records (Debris), mentre un po’ ovunque capita di imbattersi in particelle vaganti Elliott Smith (soprattutto in To The Evening Stars).
Tre anni dopo il notevole esordio Lost Spring Songs, questo Only Child conferma e consolida Grand Drifter tra i nomi più interessanti del sottobosco (chiamiamolo così) pop-rock nazionale. Lo fa con una naturalezza disarmante e generosa che chiede solo, casomai, di essere scoperta. Adesso, casomai, tocca a voi.
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