Recensioni
Damon Albarn
The Nearer The Fountain, More Pure The Stream Flows
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Daniele Rigoli
- 9 Novembre 2021

Figuriamoci se il Lyon Festival gli dà carta bianca per realizzare qualcosa – e per qualcosa intendiamo proprio qualsiasi cosa – e Damon Albarn non ne approfitta. Certo, per lui, mr-cento-ne-pensa-mille-ne-fa, la rosa di scelta doveva essere piuttosto ampia, ma qualcosa con l’Islanda, prima o poi doveva arrivare. La relazione sentimentale tra il biondo di Leytonstone e la magica isola del Nord è infatti tanto complessa e sfaccettata quanto duratura. Da bambino gli veniva spesso in sogno questa immagine di lui in volo su una spiaggia nera, e chissà che stupore nello scoprire da un documentario del National Geographic la reale esistenza di un posto del genere. Indovinate dove?
Insomma, zaino – si fa per dire – in spalla e l’allora (ancora oggi, dai) leader dei Blur parte alla scoperta di quei paesaggi alieni e fiabeschi, convincendo i compagni di band a registrare proprio lì parte dell’omonimo album, quello della svolta, quello che, per citare Coxon, tornasse a finalmente «a spaventare la gente». Di mezzo ci sono ritorni continui, una bella casa costruita appena fuori la capitale e di recente una cittadinanza fresca fresca che post-Brexit forse sa anche un po’ di beffa. Raccolto dunque il guanto di sfida del festival francese, Damon invita qualche musicista a casa sua, richiama alle armi il direttore André de Ridder (già al lavoro per Dr. Dee e Plastic Beach) e mette a punto un paio di workshop, uno negli ultimi giorni d’estate e l’altro in pieno inverno, dunque con luci opposte, chiacchierando tutto il santo giorno e tuffandosi nella musica a notte fonda, guardando fuori da quella finestra di cui godere di una magnifica vista che immortala maestoso e imperante il Monte Esja e – nei giorni migliori – perfino la calotta glaciale dello Snæfellsjökull.
L’atmosfera doveva essere di quelle davvero speciali, alla ricerca dell’eccezionale del suono delle cose, che fosse perfetto, magnificamente disumano. Puro come il flusso che libero scorre dalla fontana raccontata da John Clare nella poesia (Love and Memory) che ispira il disco. Proprio come l’Islanda, anche il rapporto con il poeta di Helpston ha più di qualche primavera alle spalle, sin da quando la mamma regalò al piccolo Damon (chissà se allora avrebbe mai pensato, decenni dopo, di scegliere un mullen come taglio) un’antologia contenente proprio quello scritto, splendida e toccante meditazione sull’eterna dicotomia vita-morte, passato e rinnovamento, incrociando dolore e cinismo nell’addio a una giovane ragazza: Tis fruitless to mourn thee, But who can help mourning to think of the life.
The nearer the fountain, more pure the stream flows. Un giorno si appunta chissà dove questa frase, sa che prima o poi avrebbe saputo cosa farne. E ce lo immaginiamo bene a suonare guardando cosa accade fuori, lo stupore nel vedere la pioggia scendere tenue e trasformarsi improvvisamente in neve (Royal Morning Blue). Migliore occasione di questa sarebbe stata francamente difficile da cogliere. Nel 2019, invece, accade quello che accade, i piani sembrano saltare, ma la casa immersa nella tranquillità e nei tempi al ralenti di Devon è proprio l’ambiente giusto per riordinare spartiti e pensieri e dare nuova forma e geometria a quei giorni di libera ispirazione, per trasformare una commissione delle tante nell’ennesimo, personale racconto di un percorso in divenire che più o meno da sempre non conosce sosta. E come fosse l’ideale contrappeso alle caldi estati passate all’Hollow Ponds e alle macchine maledette di Everyday Robots, quello di oggi è un Damon col naso all’insù, alla ricerca delle particelle. Quelle di cui raccontava la curiosa rabbina di Winnipeg conosciuta per caso nel sedile di fianco sull’aereo, spiegando l’operato di queste minuscole entità che dai venti solari vanno a morire schiantandosi sull’epidermide terreste, dando vita allo spettacolo dell’aurora boreale. Andando oltre, qualcosa di inafferrabile che muovendosi nel caos crea un gioioso disordine.
Discorsi tra chimica e metafisica, pietre fondanti di questo – nuovo gioiello – del genio britannico, che supera a destra il puro discorso ecologico (e sono già passati undici anni dal sopracitato Plastic Beach) per tornare ancora e ancora a riflettere su cielo e terra con autobiografica calligrafia, seduto su questa giostra abbandonata tra ricordi, spettri e pandemia sullo sfondo, avvolto da una malinconia notturna di quintessenza british, alla ricerca degli elementi e di sé stesso. Se nella prima prova lunga – escludiamo Democrazy per cortesia – era il piccolo elefante Tembo ad accarezzare il Nostro con la proboscide nel dolcissimo videoclip, oggi è il turno degli uccelli – passione recondita dai sin dai tempi della tessera Young Ornithologists Club da mostrare con orgoglio – della Cornovaglia a guardarlo da lontano (The Cormorant, Daft Wader), mentre le luci al neon delle New World Towers di bluriana memoria lasciano il passo alle desolate e vuote stanze del Palacio Salvo (The Tower Of Montevideo).
Più in generale, se nella prima prova lunga solista prendeva forma un novello Peter Gabriel tra elettronica, hip hop e folk pastorale, quello di oggi è un Damon che arriva dritto dritto da Canterbury, più sommesso ed aristocraticamente distante del solito, ovvio risvolto di quella medaglia pesante chiamata Gorillaz, con i featuring per all-star e il relativo circo che si porta dietro. Timido, sorridente e infallibile one-man-show nel palco in penombra – anzi, in bianco e nero come nella serie di videoclip Sublime Boulevards che accompagnano il disco – eppure dialogante a pieni polmoni in questa complessa e gentile prova orchestrale che presenta il pesantissimo synth Elka – perfetto per Emerson, Lake & Palmer – a pennellare orizzontalmente grigi panorami così come una marimba costruita a mano da un tizio con pietre del lago, concedendosi anche un divertissement rococò (Combustion) dentro una prova solida e mai sopra le righe.
Certamente meno variegato e puntiforme del precedente, il disco si muove invece tra strati e profondità della produzione più riflessiva (The Good The Bad & The Queen e Dr. Dee paiono riferimenti certi) del suo autore – qualcosa a metà tra Out Of Time e Hong Kong, No Distance Left to Run e Photographs – che calca con mano leggerissima un racconto vagabondo, splendidamente sinestetico, subacqueo, che sottotraccia si muove tra geyser bollenti e gelide pianure, perennemente sospeso, tremendamente a fuoco. Pittoresco, tra l’altro, presentare un lavoro del genere in anteprima al Latitude mentre sul palco accanto attacca la d’n’b dei Rudimental con ovvi problemi d’acustica del caso.
Direttore di un ensemble bloccata su una nave da crociera ferma per l’eternità a due passi dal porto, Albarn mostra anni, tagli e ferite in una prosa di vuoti e ampi respiri che rivelano toccanti ed ataviche paure, in un flusso sgorgante, straziante, figlio smarrito dei suoi tempi, che lentamente muta i suoi atomi fino a farsi catarsi, chiudendo il cerchio in una straordinaria purificazione all’atto finale (Particles, non poteva essere altrimenti) di chi conosce il proprio destino eppure canta di vane speranze, abbassando le ali e atterrando proprio su quelle sabbie nere, sinistre, instabili, affondando i piedi, un poco alla volta. Stay by my side, at the end of the world.
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