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“This record is the soundtrack of an exorcism”, sostiene Hugo Race. Non fa mistero di averlo concepito – anzi: di esserci caduto – dopo il marzo 2020, come conseguenza del collasso di paradigmi provocato dalla pandemia. Confinato a Melbourne, pare che abbia acquistato una chitarra fabbricata in giappone nel 1963, il suo stesso anno di nascita, sulla quale ha iniziato a esplorare il senso di isolamento e mancanza, a cercare dentro di sé quel fuori negato, così cruciale per chi, come il musicista australiano, è abituato a identificare vita e strada in un concetto solo.
Cercando di interpretare le note stampa di presentazione del lavoro (mai banali nel suo caso), per Race il lockdown ha significato trovarsi di colpo a stretto contatto con i propri demoni: a tal proposito, Dishee è un neologismo (derivato, a quanto pare, dal sanscrito) che indicherebbe un rituale per scacciarli. Un esorcismo, appunto. Prendiamo tutto ciò ovviamente con beneficio d’inventario, ma l’ascolto – va detto – fa di tutto per confermare questa lettura.
Comunque sia, in questa situazione che vede ognuno chiamato a ripensare in profondità se stesso come individuo e cittadino, la via della riflessione e/o meditazione secondo Race non può che passare da un confronto col mistero del suono, ovvero da un suonare che scavalca gli steccati della forma canzone e dilaga in campo aperto, sulle tracce di un estro blues e psichedelico intriso di suggestioni orientali e fantasmi kraut. Il risultato sono cinque tracce (lunghezza variabile dai quattro minuti agli oltre quindici) che lasciate fluire in sequenza costituiscono un mantra elettrico per anime sull’orlo di crisi di nervi epocali. Non stupiscono troppo, a dire il vero, considerando la discografia di Race nel suo insieme e soprattutto in relazione agli sviluppi più recenti, che hanno visto affiorae nel suo blues di ascendenza Cave vene sperimentali sempre più frequenti e ramificate, che nel recente Star Birth: Star Death si sono alternate all’attitudine cantautorale rappresentandone una sorta di contrappunto atmosferico o, meglio, dimensionale.
Suonato quasi tutto in solitudine (a parte i gong della lunga Akaal affidati a Virginia Alexander, pezzo nel quale avverti particelle sospese Grateful Dead e tossine Doors immerse in una processione Faust in slow motion), Dishee è un album di miraggi cosmici ulcerati, di quiete radioattiva e vibrazioni stordenti. Al centro della scena sembra esserci uno spettro che si aggira spaesato, la fiaccola del blues tenuta alta per fare luce nella foschia stagnante, un tremore sintetico a suggerire presenze ulteriori e una tensione acida a pasturare nostalgie esotiche (soprattutto in Blue Pearl). A tratti sembra un’allucinazione Pink Floyd narcotizzata (iAmuR), oppure un rigurgito Neil Young altezza Dead Man (FOA), il tutto consumato sulla linea di confine tra psych- e post-rock, dove esplorazione e introspezione si specchiano cercando risposte a domande inafferrabili.
Una prova suggestiva di cui si avverte il senso di necessità prima umano che espressivo, ennesima tessera di un mosaico – la discografia di Hugo Race – a cui gli anni conferiscono sfaccettature enigmatiche e, soprattutto, libere.
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