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7.2

Un disco del mondo prima, funestato da un adesso pandemico che innesca la necessità di un “rifugio dalla burrasca”. Si potrebbe dire così di questo nuovo disco per i due ex-Galaxie 500 oramai con alle spalle una carriera quasi ventennale in duo, nella musica e nella vita. Il prima è un mini-tour in Giappone alla fine del 2019. Lì incontrano e suonano con Michio Kurihara, maestro della chitarra psych e attivissimo sulla scena improv giapponese (basterebbe ricordare la sua collaborazione con una band come i Ghost). Ma è un mondo, quello delle jam session tra amici, dello saltare allegramente su un volo intercontinentale, che da lì a poco si sarebbe trasformato in una paralisi del mondo e delle anime.

Nella stasi del lockdown pandemico, Damon e Naomi come molti di noi si inventano riti, gesti ricorsivi, che tengano a bada paure, spezzettino il tempo, fungano da boe a cui aggrapparsi. Per i due bostoniani è il BBC Shipping Forecasts, la trasmissione quotidiana che fornisce le condizione del mare in tutte le isole britanniche. Ascoltare i nomi di piccole isole sperdute nel Mare del Nord fornisce quel sogno a occhi aperti di viaggiare con la mente stando fermi con il corpo. È in questa condizione peculiare, che ben si amalgama con l’attitudine sognante tipica del duo, che emergono le canzoni di questo A Sky Record. Nel quale, però, va subito messo in chiaro che parlare di duo è riduttivo, perché l’apporto di Kurihara è l’elemento decisivo a spostare gli accenti del già solido dream-folk su territori psych e onirici.

L’esempio più eclatante può essere la lunga intro di Between the Wars, in cui la chitarra del giapponese fornisce un’ariosità al pezzo che altrimenti avrebbe rischiato di inciampare. Oppure nella più galaxiana delle proposte, Sailing By, dove Kurihara agisce quasi di contrappunto al canto etereo di Naomi, fornendo la necessaria profondità al brano. Altro brano che per “tiro”, per quanto possa sembrare fuori luogo questo termine, fa pensare alla trilogia dei Galaxie è il crescendo di Midnight, in cui il pianoforte di Naomi e la chitarra di Kurihara duettano quasi come fosse una cover dal catalogo dei Settanta di Neil Young.

Il tutto è sempre condito a zuccherosa perfezione dalle armonizzazioni vocali dei due, ma questo è quello che ci aspettiamo da ogni loro disco. Quello che non ci aspettavamo è che l’aggiunta di un chitarrista (vero), anzi del chitarrista giusto, potesse dare nuova vita a una formula che altrimenti avrebbe potuto continuare a ripetersi identica a sé stessa per l’eternità. Bravi.

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