Recensioni

José González non è quel che si dice un autore prolifico. A quasi vent’anni dall’esordio – Veneer, del 2003 – ha messo in fila solo quattro album da solista (Local Valley compreso) più una manciata di EP e singoli. Certo, al repertorio vanno aggiunti i due lavori con la band Junip nonché la partecipazione alla OST del curioso The Secret Life of Walter Mitty (pellicola del 2013 diretta e interpretata da Ben Stiller), tuttavia il cantautore svedese è chiaramente di quelli che alla presenza preferisce la meditazione, uno che prima viene il lavoro accurato dietro le quinte e poi magari si esce allo scoperto.
A rompere un silenzio discografico che durava da sei anni (ovvero dal buon Vestiges & Claws), pare che abbia contribuito la paternità (la figlia Laura è nata nel 2017), un evento che ha spinto il classe ‘78 di Göteborg nel solco di pensieri e riflessioni sullo stato delle cose, da cui quella sorta di “rapimento impegnato” di cui è pervaso il nuovo lavoro. Che riprende l’impostazione basica (chitarra e voce) del predecessore e si apre con l’emblematica El Invento, prima composizione in spagnolo di González (i cui genitori fuggirono dall’Argentina di Videla nel ‘76 per rifugiarsi in Svezia) nonché incantevole folk dagli aromi latini, immerso in una sospensione estatica che fa pensare a un Devendra Banhart semplificato o a una versione naïf di Nick Drake. Questo recupero dell’idioma familiare prosegue con Valle Local, pezzo centrale della scaletta in cui il fingerpicking annusa trame da blues desertico – tanto da scomodare suggestioni Tinariwen – mentre il testo mischia le carte di una crisi interpersonale a quelle di ben più ampio respiro e impatto sociale («Non c’è niente in mezzo / Un deserto, un muro»).
C’è uno sguardo insomma, una disposizione d’animo che attraversa tutte le canzoni e punta al recupero della coscienza di sé nel mondo come fulcro di un cambio di paradigma collettivo. Un invito ad andare oltre il contingente, oltre il presente, per proiettarsi in un’appartenenza che deve necessariamente trascendere i confini e gli orizzonti temporali dettati dalla politica, per abbracciare un umanesimo responsabile come risposta più assennata (forse l’unica possibile) alla consapevolezza di vivere nell’antropocene. È questo il brodo tematico di cui sono intrise la placida/acidula Visions («Imagining the worlds that could be / Shaping a mosaic of fates / For all sentient beings»), la malia drakeiana di Horizons («And say who are we to neglect / Our vast horizons») e la combattiva Head On («Speak up, stand down / Pick your battles, look around / Reflect, update / Pause your intuitions and deal with it»).
Ma questo impegno a tratti scoperto è costantemente compensato da un ritrarsi nell’intimo, nell’incanto del quotidiano, nel trasporto affettivo e sensuale come chiave per ricostruire le fondamenta di sé, senza le quali non c’è rivoluzione che tenga: vedi l’ebbrezza afrolatina di Swing («Swing what your mama gave you / Swing your bum like seaweed / Swing what your papa gave you / Swing your hands like forest leaves») o il cartiglio lo-fi di Honey Honey («Honey honey / On my nose / On your titties / Sweet sweet lips»). Un accartocciarsi nel “particulare” testimoniato anche da due tracce in svedese, lingua che González addolcisce con bella naturalezza: quella Tjomme in cui soffia altro vento africano e una rilettura accorata di En Stund På Jorden che riesce a portare allo scoperto l’anima dall’originale pop rock in stile Eurofestival della cantautrice Laleh Pourkarim.
A proposito di cover: che il buon José ci sappia fare non è certo una novità (andate a cercarvi le sue versioni di Heartbeats dei The Knife e Teardrop dei Massive Attack, ad esempio), ma comunque stupisce come sappia rimettere mano persino a un pezzo del proprio repertorio, quella Line Of Fire – contenuta nell’omonimo album dei Junip del 2013 – che qui diventa una ballata dai risvolti indolenziti quasi Tim Hardin.
Local Valley è in definitiva un bel lavoro, refrattario al sensazionalismo da playlist ma tutt’altro che avvitato in se stesso. È anzi un disco generoso, sobrio ma niente affatto spoglio, portatore sano di una gravità così seducente da sembrare leggera.
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