Recensioni

7.3

Dieci anni fa Emma Ruth Rundle esordiva da solista con un album dal titolo emblematico, Electric Guitar: One, una raccolta di pezzi strumentali che esplorava le possibilità di una chitarra in bilico tra ambient e noise. Disco forse non memorabile ma interessante, comunque cruciale per il percorso espressivo della Rundle, nata a Los Angeles, due album con i Nocturnes (file under: folk, prog, particelle post, molecole dark), poi il coinvolgimento nei Red Sparowes (decisamente post-rock), il tutto a cavallo tra anni Zero e Dieci. Ma, come detto, nel 2011 il fuoco si sposta sulla carriera solista e Emma inizia, per farla breve, a cercarsi. Con risultati buoni però mai davvero esaltanti, tra folk rock fin troppo addomesticato (Some Heavy Ocean) e cantautorato cupo (Marked For Death), quest’ultimo uscito dopo lo shock dovuto alla scoperta di essere affetta da adenomiosi. 

Quello che sembrava a tutti gli effetti l’album della maturità, il buon On Dark Horses del 2018, non riusciva comunque a chiarire cosa volesse fare da grande questa autrice, chitarrista e cantante classe ‘83, sospesa tra suggestioni gotiche, folate desertiche, ugge post-rock e abboccamenti art-pop (tra le fonti di ispirazione dichiarate c’è Kate Bush, anche se a tratti pare di avvertire l’influenza dei Cranberries). A confondere ulteriormente le acque ci si è messo lo scorso anno uno split album – May Our Chambers Be Full – assieme alla band doom metal Thou, mentre risale a pochi mesi fa la collaborazione con la compagna di etichetta Chelsea Wolfe per il singolo Anhedonia.

Niente male come ibrido insomma, però quello stare sempre sulla soglia di qualcos’altro a gioco lungo stancava anziché intrigare, sembrava più frutto di mancanza d’identità che di libertà espressiva. Ma poi, come spesso capita, anche per Emma è arrivato il momento di fare il punto e i conti. Con se stessa, innanzitutto. Con le dipendenze, l’analisi, la confusione. 

Concepite tra il Galles e Louisville, le otto canzoni del nuovo Engine Of Hell stupiscono per molti motivi. Innanzitutto per la loro nudità, per quel senso di rifugio, di isolamento, di intimità esposta. Arrangiamenti minimali, un pianoforte, la chitarra acustica, una bambagia di synth, un violino qui e là. E la voce, certo, ora densa e ora volatile, spesso virata in un sorprendente falsetto, non priva di incertezze da live in studio che le conferiscono un “qui e ora” stordente. L’elemento decisivo è però – e appunto – il succitato pianoforte, strumento su cui si basano metà delle canzoni e che Emma aveva abbandonato da molti anni: il tocco è fragile ma intenso, colori pescati da una tavolozza emotiva sul punto di spezzarsi e spennellati sul sipario strappato (o sullo schopenhaueriano velo di Maya?) attraverso cui puoi vedere quello che finora restava nascosto, il ribollire di un inferno privato che queste ballate ritraggono in forma di cartoline struggenti e altere, intrise di inquietudine e di un insoddisfatto desiderio di pace. 

Se una Body fa pensare alla Tori Amos più scarna, e se una Razor’s Edge sembra addirittura rievocare certi carillon melodici Joni Mitchell, Dancing Man e la conclusiva – bellissima – In My Afterlife rimandano a certe movenze autunnali di Beth Gibbons, mentre Blooms Of Oblivion impasta nel disincanto folk badilate di rabbia e disperazione («Down at the methadone clinic we waited / Hoping to take home your cure») con la franchezza disarmante dell’ultima Scout Niblett. Primeggia su tutte però l’ipnotica Return, non a caso posta in apertura di scaletta, una ballata onirica e introversa che scozza angoscia e abbandono indicando quello che sembra il senso stesso di tutto il lavoro («The breath between things no one says»). 

Non so bene se questo Engine Of Hell sia più una terapia o una vera e propria rinascita, di certo è un album molto ispirato che ci consegna un’artista diversa, a mio avviso migliore e finalmente (adesso sì) matura, sulla quale sarà il caso di tenere puntati i riflettori.  

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