Recensioni

7.2

I Coral sono tornati con il loro miglior disco, decimo della loro discografia (se fra gli album contiamo anche il mini Nightfreak and the sons of becker e The curse of love, compendio di tracce scartate dal terzo e quarto lavoro della band) e terzo dopo la pausa intercorsa fra il 2010 e il 2015.

Preannunciato dai singoli Faceless angels (un country filtrato attraverso i sixties più lisergici), Lover undiscovered (canzone che suona come l’immaginario popolare vorrebbe un pezzo dei Coral) e dall’ultimo estratto Vacancy (melodia di nemmeno tre minuti sostenuta da un organo che non sarebbe dispiaciuto ai Procol Harum di Conquistador), Coral Island ha infatti il grande pregio di restituirci i Coral tirati a lucido, sempre in bilico fra delicatezze pop d’autore ed aspirazioni psichedeliche, ma con una ritrovata verve.

Il primo album del quintetto originario del Merseyside (come quei Quattro) a dipanarsi su due dischi è un concept sui generis giacché mancano le precise narrazioni focalizzate di un Tommy o un Berlin, tuttavia le rappresentazioni, anche emotive, al centro delle canzoni, e i personaggi che ne sono protagonisti hanno in comune l’isola Coral. Un concept a metà, quindi. La stessa isola muta con le stagioni e non è quindi un caso che il primo disco, intitolato come l’album, narri delle spensieratezze estive balneari ed abbondi di melodie jangly, mentre il secondo – The ghost of Coral island – rifletta sulle solitarie inquietudini autunnali e si risolva in bucoliche ballate. Il mastodontico lavoro (ventiquattro pezzi, un’ora scarsa) è però ricco di divertissements riempitivi affidati alla voce dell’ottantacinquenne nonno dei fratelli Skelly che su tappeti musicali accennati introduce il visitatore/ascoltatore nella bifronte località. A corredo vi è anche un libro di accompagnamento scritto da Nick Power e illustrato da James Skelly. Ne esce quindi un’opera volutamente sfaccettata, mai sfilacciata, sobria ma ambiziosa. Sono presenti echi del raffinato pop dell’aristocrazia british d’antan (Mist on the river o My best friend), ma anche inclinazioni decisamente rock (la già citata Vacancy). Quello che sorprende semmai è il lavoro di cesellatura dei Coral che costruiscono ogni canzone con eleganza e delicatezza senza mai strafare, evitando di appesantire i vari pezzi: così facendo il potere incredibilmente evocativo e descrittivo dei testi – capaci di conferire a Coral island un dolceamaro sapore di ricordi ancora vividi per quanto avvolti da un velo di nebbia – non viene affievolito.

Comparsi ad inizio millennio fra le macerie di un’imbolsita Inghilterra alle prese con un tardo doposbronza post brit-pop, la band si è fin da subito distinta per un istintuale quanto vellutato jangle pop dai sapori antichi sapientemente contaminato da sfumature beat o psichedeliche: una sana ventata d’aria fresca benché non proprio originalissima. Impostisi all’attenzione mondiale con il singolo spaccaclassifiche In the morning il sestetto (diventato poi quintetto per l’abbandono del chitarrista e bassista Bill Ryder-Jones) capitanato dal cantante James Skelly, spalleggiato dal fratello batterista Ian e dal sodale tastierista Nick Power, ha però ben presto mostrato la corda causa stagnazione di una cifra stilistica che nemmeno il lustro di pausa o gli svariati side-project degli Skelly sembravano poter ravvivare, almeno fino a Coral island: come detto siamo di fronte al miglior album del gruppo, un viaggio che merita di essere intrapreso.

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