Recensioni

Sono almeno tre le sorprese legate a questo disco. Anzi, quattro. Innanzitutto, è un album di canzoni, nel senso più comune del termine, strutturate su strofe e ritornelli, stilisticamente varie e dall’attitudine melodica essenziale. Seconda sorpresa: i testi, per la prima volta tutti in italiano, che introducono elementi di cantautorato evocativo e intimista, sia pure diluito in una mistura che tu-chiamala-se-vuoi pop. Ma la sorpresa più grande è il canto: Antonio Gramentieri, leader e anima del progetto, per la prima volta ci mette la voce (“poca, troppo poca”, come canta in Ponente), gettando il cuore oltre l’ostacolo per un senso di necessità palpabile.
È vero infatti che non c’è partita tra la sua statura di chitarrista (parliamo di uno che ha incrociato le corde con Alejandro Escovedo, Dan Stuart, Hugo Race, Marc Ribot, Steve Wynn e James Williamson, solo per citarne alcuni) e quella di cantante, eppure la scelta si rivela giusta, forse perfino inevitabile, perché queste canzoni hanno tutta l’aria di essere storie che solo il loro autore poteva raccontare.
Storie che, sostiene lo stesso Gramentieri, “parlano del passato, e della maniera in cui il passato si ripresenta, e incide sul presente”. Proprio come i racconti raccolti nel libro La bella stagione – ecco la quarta sorpresa – uscito quasi in contemporanea al disco, a cui è legato non solo per il titolo in comune: c’è un cordone ombelicale invisibile tra racconti e canzoni, simile la natura di frammenti di vita lasciati a candire nella memoria, col dolore che sedimenta addolcendo i contorni, con le piccole cose senza importanza di ogni giorno che diventano il carburante di una “nostalgia deluxe fuoriserie”. Un legame ribadito da L’eclisse, un EP allegato al volume contenente tre versioni live (di Batticuore, Distanza e Ancora di me) e due inediti in studio (Rosita, milonga tex-mex con sfarfallate jazz di tromba, e la rumba con nervature surf mariachi di Scarpe).
Ecco, appunto: se le scorribande nei miraggi di frontiera (tra la via Emilia e il Messico) di Sacri Cuori e del primo Don Antonio si consumavano in una vasta fame di mito (a costo di impastare balere e Grateful Dead, Morricone e Los Lobos, Paolo Conte e Howe Gelb…), il Gramentieri di La bella stagione si specchia nel bisogno di patteggiare con spigoli e grumi di memoria, stemperando amarezza e senso di perdita con una soluzione pop agrodolce, strutturato su pochi elementi colti da un immaginario radiofonico che sa di anni ‘80 e rock in bilico tra deserto e easy listening.
Già l’iniziale Acceso mette in gioco un piano assertivo (da qualche parte tra Baba O’Riley e Buona domenica) però liofilizzato e avvolto in una bambagia assorta, con le chitarre a disegnare scie sfrangiate in atmosfera crepuscolare (“il cielo caduto, il cielo incendiato”). Ribadisce sulla stessa falsariga il mid-tempo à la Tom Petty (ma anche un pizzico De Gregori) di Batticuore, dove tra synth e chitarre vanno in scena visioni di un passato che non smette di allungarsi fino al presente (“la pietra del sentiero/tu l’hai alzata davvero/e c’era ancora il mio nome/e un po’ di bella stagione”).
È un gioco tra abito accomodante e cuore in subbuglio, che raggiunge l’apice in Capiscimi col suo zompettare Rino Gaetano (“ma che faccia che fai, quando senti la sera/che è un sipario che cala sulla nostra commedia”) e nelle euforie acriliche synth-pop di Ponente (“il buio di un silenzio, l’ora di nostalgia/i giorni che ho perduto/le cose che ho lasciato/e che ho buttato via”). Sorprendono e non poco anche gli spettri robotici (quasi degli Offlaga Disco Pax desertificati) di Lo stesso, così come il talking con l’anima accartocciata da slacker (“è ora che i muri comincino a parlare/la lingua dell’inverno”) di Le prime stelle della sera, con la slide, il piano sperso e gli archi a virare in cinematico il sottovuoto emotivo.
Inevitabile però che sulla tavolozza compaiano tonalità più consuete, a partire da una title track (posta al centro della scaletta, non a caso) che, impreziosita dalla bella seconda voce di Sabrina Rocchi, ciondola in un miraggio esausto e amniotico alla Howe Gelb, la cui presenza è palpabile anche nel blues arso e polveroso di Fuoco. E poi, e soprattutto, c’è Distanza, una di quelle ballate che escono dalla penna per distillare il pesante in lieve, in un nevaio di riferimenti (da Battisti a Neil Young, con tutto quello che può stare nel mezzo) metabolizzati fino a diventare trasparenti, cardiaci, veri (“e ho perso tu mi dici il senso/il senso delle cose/ma non è quello che penso/ho solo un sangue più denso”).
Convince, insomma, questo Don Antonio “canzonettaro”. Sembra avere trovato un senso assieme nuovo e conseguente. È senz’altro un progetto che parte da lontano, lasciato a stagionare nei cassetti per anni (come del resto i racconti del libro), ma non sembra un caso che veda la luce oggi, dopo tutti questi mesi di ripiegamento su noi stessi. Quello di Gramentieri è lo spettacolo d’arte varia di chi è stato a lungo sulla soglia della resa dei conti: non si chiede di meglio, a chi è abituato a farne musica.
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