Recensioni

No, non è Un’altra te come lo intendeva Eros Ramazzotti. Il senso del titolo Other You l’ha spiegato lo stesso Steve Gunn: «M’è venuto mentre stavamo registrando le parti vocali e Rob (Schnapf, il produttore, ndSA) era concentrato sulle armonie. C’era questa terza parte per la quale non riuscivo a trovare la nota, non riuscivo a intonarla. Così lui ha registrato la mia voce con un software e questo ha cantato la nota con la mia stessa voce. Mi fa: “Canta all’altro te!”… e così mi son trovato a cantare con me stesso la nota che non riuscivo a cantare».
Ecco, una delle chiavi per approcciare il nuovo album in studio (il terzo per Matador) del prolificissimo cantautore nato in Pennsylvania ma di base a Brooklyn potrebbe essere proprio partire dagli intrecci vocali. Other You è un etereo volteggiare di sospiri cantati che sembrano rincorrersi nell’aere, in un tripudio che ha molto del rituale del corteggiamento. Si parte da qui, ma non si esaurisce certo con questo il bello di un lavoro costruito ad ogni modo su un songwriting corpulento che regge di gran lunga anche sulla distanza.
Non sono mai banali i contesti, personali e sociali, che fanno da sfondo ai dischi di Gunn. E se i due precedenti lavori (Eyes on the Lines e The Unseen in Between) erano stati segnati dalla morte del padre dopo lunga malattia e dalla conseguente elaborazione del lutto, questo nuovo capitolo non può non essere esaminato alla luce dell’esperienza pandemica, stavolta comune a tutta l’umanità, che ci sta ammorbando da un anno e mezzo. Dite che siamo noi a volerci trovare per forza un nesso? Fatto sta che alcuni passaggi sembrano quasi voler esorcizzare il trauma collettivo, inneggiare alla vita indicando una via, che può essere quella cantata nella conclusiva e suadente Ever Feel That Way oppure quella che porta a Ovest, in una celebrazione del cammino spirituale lungo i solchi della corsa all’oro verso una West Coast anelata nella title-track, dagli aromi psichedelicamente soul-pop, o in Reflection, intimista ma di un intimismo californiano (semmai esistesse la definizione), la qual cosa rappresenta quasi un ossimoro visti anche gli ovvi rimandi a quei Beach Boys che – insomma – uno di solito associa poco a esplorazioni spiritual/psicologiche interiori.
Gunn, per l’appunto, non è tipo da sollazzarsi nei cliché e allora una Fulton, pur intrisa di anima Americana, sviscera un approccio compositivo che a un devoto bowieano provocherebbe spasmi di giubilo. E non è che un assaggio, poiché basta ascoltare una Circuit Riders o una The Painter per rendersi conto – qualora si avessero ancora dubbi – che a Kurt Vile, suo ex sodale nei Violators, il compositore di Lansdowne non ha nulla da invidiare sul piano della scrittura. Se poi aggiungiamo pure l’afflato cosmico di Protection e quello agrodolce della meravigliosa Morning River, ce n’è di che concludere che Other You, per chi scrive, è senza dubbio uno degli album più riusciti di quest’ultimo scorcio di anno.
C’è un che di America profonda, di Rust Belt (e rust, per assonanza ed estensione, può diventare rustico senza che si perda il senso), nel ruspante psych/folk dal piglio acustico ma falsamente scarno di questo menestrello; ma la selvaticità è contrappuntata da finezza, garbo e sapienza tipicamente metropolitani. In Other You c’è campagna e città; c’è il Midwest chiuso e depresso, e gli Stati costieri liberali e progressisti; c’è il Sud rozzo e agreste, e il Nord colto e industriale. Gunn, in questa dicotomia, che poi è una sorta di viaggio nella storia stellestrisce, se ne sta lì al centro delle contraddizioni: aggregatore di opposte visioni, certo, ma anche centro gravitazionale e punto d’incontro di ruggini (rusts) moderne e antiche. Il che, restando in tema di epopea americana, ricorda qualcuno che diceva: «i Baxter da una parte, i Rojo dall’altra… e io nel mezzo».
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